L’era Post-Americana

Fa uno strano effetto leggere l’ultimo libro di Fareed Zakaria sull’era post-americana mentre in Tv passano le immagini degli impiegati di Lehman che abbandonano una Wall Street incerta ed in preda ad un visibile nervosismo. Fa uno strano effetto perché il libro non parla di declino americano, anzi, è una scommessa sul futuro dell’America. Stiamo andando a passi decisi verso un mondo multipolare in cui gli Usa non giocheranno più il ruolo di unico leader economico, politico e culturale globale, ma saranno affiancati ad altri centri in grado di competere nell’economia globale, di dettare le agende, di farsi sentire a livello militare e politiche nelle dispute internazionali.

Il più grande casinò del mondo sta a Macao, il maggior numero di grandi edifici è progettato e costruito fuori dagli Usa, gran parte delle più grandi multinazionali del mondo battono bandiere diverse da quella a stelle e strisce. L’America si deve abituare al multipolarismo prossimo venturo e decidere di giocare la partita, rinunciando a tentazioni isolazionistiche o a deleterie spinte “imperialistiche”. Ma ha le carte per fare da primus inter pares ancora a lungo. Il passaggio, non scontato, è passare da una mentalità del dominio ad una in cui si dovrà prosperare in un mondo che non si può controllare ed imbrigliare.

Il libro, uscito in campagna elettorale, è politicamente astuto: rassicura dicendo che l’America ha i fondamentali buoni, una società civile attiva, un’elevata propensione all’imprenditorialità, un’apertura all’immigrazione che le assicura gran parte dei più brillanti scienziati e studenti del mondo (l’arma segreta dell’America secondo Zakaria). A frenare le potenzialità degli Usa è la politica che “ha perso la capacità di cercare dei compromessi su larga scala, nonché quella di accettare un po’ di sacrifici ora in cambio di un guadagno molto più grande in futuro”. Insomma, è la Washington dei politicanti il nodo.

Mi aspettavo un libro sull’ascesa degli altri, mentre Zakaria parla soprattutto degli Usa (a cui dedica cinque capitoli su sette). Insomma, convinto di trovarmi di fronte ad un’analisi della re-distribuzione del potere globale, ho avuto l’impressione di aver partecipato ad una seduta di training autogeno.
Mentre vedevo alla Tv la trader di Wall Street in infradito spostare le sue scartoffie e avevo ancora in mente lo spettacolo dell’olimpiade cinese, il libro non è riuscito a scacciare l’idea che, forse, qualche cosa negli Usa si è inceppato. E che il pur meritevole ottimismo di Zakaria andrebbe accompagnato ad un’autocritica un po’ più approfondita.

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5 Responses to L’era Post-Americana

  1. marco dicono:

    Non ho letto il libro. Ma se gli americani, come Zakaria, iniziano a buttarla in politica dicendo che è tutta colpa di Washington allora vuol dire che è proprio vero che sono in declino. Noi italiani che siamo campioni olimpici di questo sport abbiamo almeno la dote dell’ironia …

    Marco

  2. Giorgio dicono:

    David Rothkopf parla in “Superclass” di una nuova elite globale e del mondo che si sta realizzando. Come sottolinei tu Vladi oggi non è il potere dei luoghi a fare la differenza (soprattutto se come per il casinò tutto sommato il contorno conta poco, cosa diversa se si parla di Venezia), ciò che conta è la capacità di essere percepiti come leader. La Cina e l’India insidiano gli USA con i numeri e prima o poi le regole del gioco scritte dagli americani (penso all’ascesa degli hedge founds o alle scuole di pensiero che inneggiano al libero mercato) rischiano di divenire boomerang pesanti come macigni per l’economia americana. Quello che conta insomma è passare da leader e forse dalla gestione delle calamità naturali alle nazionalizzazioni in extremis gli USA stanno mandando segnali inequivocabili, mi chiedo anche però se sia possibile fare altrimenti, un nuovo ciclo sembra inevitabile ed i protagonisti di questa nuova fase dell’economia non saranno solo gli Stati Uniti ma una nuova geografia puntiforme fatta di leader che condividono una storia ma anche di outsider (Cile, Nuova Zelanda, Irlanda –> paesi che hanno accordi commerciali molto sviluppati) pronti a salire sul carro del vincitore, e non è detto che a trainare siano sempre gli americani..

  3. Massimo dicono:

    … e comunque il casinò a Macao l’hanno aperto quelli di Las Vegas…

  4. Giancarlo dicono:

    Non ho ancora visto il libro di Zakaria, ma mi sembra di condividere il messaggio di fondo dell’autore che Vladi ricostruisce, sia pure criticamente, dalla sua lettura. Negli Usa c’è una società imprenditoriale che ha ancora enormi potenziali da esprimere su molti piani dell’agire umano: scientifico, tecnologico, culturale, economico e anche morale. Il problema è che questa società è stata non solo guidata da una politica irresponsabile (la guerra in Iraq ne è l’esempio più drammatico), ma anche regolata in modo inadeguato (c’è un sottile filo rosso che unisce l’attuale crisi finanziaria allo scandalo Enron del 2001). Gli sguardi rassegnati dei trader di Lehman Brothers che escono dai loro uffici di Wall Street mi sembra tradissero sentimenti ambivalenti: da un lato quello dell’umiliazione della sconfitta, ma dall’altro quello della voglia di ripartire, della ricerca di un’altra possibilità. Com’è stato osservato da Maria Laura Rodotà sul Corriere della sera, questi atteggiamenti non mostravano il risentimento e il rimpallo di responsabilità che invece hanno fatto vedere i piloti e gli assistenti di volo Alitalia. Il senso del declino è più vicino a Roma (e a Milano) che a New York.

  5. Stefano dicono:

    Sulla scia di quello dice Gian, segnalo un bell’articolo di Thomas Friedman sul NYT di oggi.

    http://www.nytimes.com/2008/09/21/opinion/21friedman.html?_r=1&em&oref=slogin

    Anche Friedman è convinto di una America piena di risorse (soprattutto imprenditoriali) che sconta una guida politica totalmente inadeguata. Chi vince le elezioni, dice Friedman, dovrà guidare un paese pieno di guai verso la nuova rivoluzione industriale (quelle energetica).
    Non so se la cosa è così semplice, ma mi piacerebbe ritrovare (ogni tanto) tanta passione e tanta fiducia nel futuro in un columnist italiano.
    s.

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