Come vedere la Biennale senza andarci

Ieri (Sabato) pioveva e faceva freddo e non sono andato all’inaugurazione della Biennale d’architettura. Ma è come se ci fossi stato, anzi forse è stato meglio. Come è possibile? Ho comperato due DVD: il primo è il the making of della biennale di architettura con Aaron Betsky (il curatore di questa edizione) realizzato da Marsilio, il secondo è il documentario, pubblicato da Feltrinelli, di Sydney Pollack su Frank O. Gehry  che è stato premiato sabato proprio alla biennale con il leone d’oro alla carriera. Dalla comodità del mio divano ho potuto apprezzare una visita alle installazioni delle corderie guidata da Aaron Betsky in persona (privilegio che di solito è riservato a ministri e capi di stato). Un’esperienza particolarmente coinvolgente sentire il curatore raccontare la sua visione dell’architettura e spiegare il senso delle proprie scelte in fatto di temi e di artisti/architetti selezionati per la realizzazione delle opere. Per chi come me – non addetto ai lavori – ha molte volte girovagato tra i padiglioni dei giardini e dell’arsenale e ne uscito con forti dubbi sul senso delle installazioni presentate, il film con Aaron Betsky è una rivelazione.
Il secondo documentario è un viaggio nella mente e nel mondo di Frank O. Gehry, girato da Sydney Pollack come se fosse dialogo tra lui ed il grande architetto. Il tutto realizzato all’interno della quotidianità del lavoro di O. Gehry: si vede l’architetto al lavoro nella progettazione degli edifici con i propri collaboratori, si ascoltano le loro conversazioni, gli scambi di idee e le discussioni. E soprattutto si scopre come oggi si gestiscono attività creative complesse come l’architettura. Lo studio di Frank O. Gehry è un incredibile mix tra artigianalità e nuove tecnologie. Naturalmente il documentario è anche una presentazione dei lavori più significativi di O. Gehry attraverso, anche in questo caso, una visita guidata dell’architetto in situ.
Dopo aver visto questi due DVD non ci si può non interrogare sul senso che una manifestazione come la Biennale deve avere oggi. Le nuove tecnologie ed in particolare la multimedialità consentono di condividere significati anche molto complessi (come quelli di una mostra di questo tipo) con un pubblico molto più ampio dei visitatori. E’ chiaro che senza la mostra il dvd non si può fare. Ma è altrettanto evidente che proprio la mostra, se rimane appannaggio di poche migliaia di visitatori, rischia di diventare un evento culturale marginale e soprattutto “impoverisce” il significato della visita.
La settimana scorsa abbiamo scoperto che proprio dalla periferia del Veneto, a Bassano del Grappa, c’è un esercito di giovani creativi che sono pronti a partecipare ad eventi culturali innovativi. Perché non coinvolgerli in una manifestazione come la Biennale? Invece di isolarsi in 3 giorni di vernice off-limits ai più, forse potrebbe essere più interessante aprire le porte dando vita ad eventi, conferenze, incontri, arricchendo l’esperienza della visita. Come? Stringendo una relazione più stretta con i circuiti culturali che sono crescciuti in questi anni attorno alla Biennale. Converrebbe alla Biennale che in questo modo avrebbe la possibilità di vedere riconosciuto da un pubblico più ampio i contenuti di eccellenza che propone. Converrebbe al territorio che avrebbe l’occasione per valorizzare la Biennale come uno spazio di innovazione e creatività.

Marco

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6 Responses to Come vedere la Biennale senza andarci

  1. Max dicono:

    Fuori o dentro? Vernice di architettura o Fuoribiennale? Mostra del Cinema al Lido, o Circuito Off a San Servolo? Indubbiamente i fermenti locali iniziano a farsi sentire, e a volte sono piu’ interessanti delle funzioni ufficiali, che sono ormai diventate istituzionali e globali. La Biennale forse non puo’ piu’ incorporare tutto, la protesta e la consacrazione, la novita’ e il gia’ visto. E’ stata rivoluzionaria per tanto tempo, adesso serve, purtroppo spesso su spinta politica, a consacrare (per esempio, la fantomatica ‘rinascita del cinema italiano’ con tanto di premio posticcio). L’unica voce fuori dal coro che si e’ potuta permettere di dirlo, ha affermato che “La Mostra del Cinema e’ allegra come un camposanto”. Eppure le forze per trasformarla ci sarebbero, e neanche troppo lontano. Tanti anni fa, al festival del documentario di Nyon, in Francia, accadde l’impensabile. Nell’anno della contestazione, la direzione del festival disse al capo dei rivoltosi: “pensi di fare meglio, allora prova tu a fare il festival”, e gli consegno’ la macchina-festival, chiavi in mano. Da li’ parti’ la carriera di uno dei piu’ importanti direttori di festival della storia del Cinema (il nome cercatevelo su Wikipedia). Gesto coraggioso, coraggiosissimo, da parte di quella istituzione. Capitera’ mai da noi? Come diceva Arbore: meditate, gente, meditate.

  2. Max dicono:

    scusate, volevo dire Nyon, in Svizzera…

  3. marco dicono:

    @Max potrebbe essere un’idea 😉 Nel frattempo mi accontenterei di una collaborazione tra il mondo più istituzionale (e ingessato) e quello più vivace della manifestazioni fuori biennale.

  4. Nyk dicono:

    Beh. Che la Biennale sia, in generale, un’istituzione che rappresenta degli eventi globali in cui cercare di racchiudere il meglio di cinema, arte ed architettura non mi pare poi un gran male. Concordo con Marco quando dice che ci vorrebbe maggiore integrazione tra il circuito ufficiale delle biennali ed i circuiti locali “minori” dove trovano spazio i giovani artisti. Meno concorrenza e più “distretto”; tanto per dire chiaro e tondo quello che secondo me bisognerebbe attuare.
    Ne gioverebbero sia i giovani artisti che gli eventi Biennale.

  5. paolo di bella dicono:

    @marco
    hai visto ilpadiglione dell’italia?
    parafrasando il titolo del tuo post direi: come visitare il padiglione italia senza andarci ( e fare festa per avererisparmiato i soldi del biglietto).
    comunque i soldi li spenderò e vedremo se i miei pregiudizi sono fondati (almeno dal mio misero punto di vista).
    ritorno sul post dopo la visita.
    ciao

  6. Lucia dicono:

    non so. ma a mio avviso il senso della biennale non è tanto quello di spiegarsi, ma di dare spazio a dei movimenti, dei pensieri.
    Istituzioni di questo tipo gettando delle coordinate (se volete un po’ come fanno le sfilate di alta moda, sfido chiunque ad indossare quelle mise) sulle quali coloro, che si trovano all’interno della forbice, arte-gente comune, possono cercare un proprio percorso di riflessione.

    In più trovo utile che l’istuzione alta non dialoghi con il territorio, il suo ruolo è quello di collegare il territorio con altre realtà, contaminandolo.
    Ci sono per giovani artisti molte altre possibilità di emergere. Mi viene in mente il Gruppo Sinestetico di Torreglia
    girano il mondo…

    Concordo sul fare sistema, ognuno con il proprio ruolo. Ma il fatto che non si riesca mi sa che è dovuto più alle persone che ai ciruiti. e anche ad un problema di fondo dato dal fatto che la Critica, è incapace di fare il suo lavoro…

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