Metropoli fiscali

A ravvivare il dibattito sulle “metropoli” nel nostro paese è arrivata, qualche giorno fa, una nuova iniziativa del governo centrale che ha individuato le sette città metropolitane (Roma, Milano, Firenze, Bologna, Torino, Napoli e Genova) utilizzando come criterio quello demografico: una città metropolitana è quella che ha più di 350.000 abitanti.
La precisa indicazione è nel disegno di legge “Calderoli” che dà attuazione all’articolo 119 della costituzione in materia di federalismo. Fiscale. La “questione metropolitana” ritorna di attualità nel nostro paese come problema di architettura istituzionale (federalismo) e, soprattutto, determinazione dei criteri di distribuzione delle risorse finanziarie tra gli stessi (fiscale). Il discorso sulle grandi città sembra esaurirsi in due argomentazioni ben precise: da un lato quella amministrativa, dall’altro quella finanziaria.
L’arte del governo urbano, di conseguenza, si dovrebbe fondare sulle corrispondenti e tradizionali competenze del sindaco e dell’assessore: presidiare politicamente i confini amministrativi e garantire flussi di risorse pubbliche. Non è un caso, infatti, che questa nuova catalogazione delle città metropolitane suscitati le proteste delle città escluse, magari per poche migliaia di abitanti, come Bari e, guarda caso, Venezia. La “conquista” del titolo di metropoli, per gli esclusi, va difesa politicamente a prescindere dalle aride soglie numeriche. D’altra parte, si tratta pur sempre di città “capoluogo”. L’uso stesso di questa terminologia contribuisce a rafforzare un’idea di città gerarchicamente sovraordinata (capo) rispetto ad un territorio (luogo) che ne viene attratto e quindi governato.
La cosa interessante è che questo nuovo dibattito sulle città metropolitane ci consegna problematiche, criteri, parole e prospettive che poco hanno a che fare con ciò che ci stiamo abituando a chiamare “la metropoli veneta”. Sarà anche una dizione ancora un po’ confusa, ma di certo non fa riferimento ad un capo-luogo che agisce come centro di gravità e di regolazione, bensì ad una rete di centri medi e grandi tenuti assieme da infrastrutture materiali e, soprattutto, da un tessuto connettivo di cluster di imprese, università e centri di ricerca, luoghi della cultura e di creatività. La sua rilevanza non sta tanto nel computo dei residenti all’interno di precisi confini amministrativi che produce un corrispondente gettito fiscale, ma nella capacità di generare, attrarre e trattenere risorse pregiate in termini di creatività, innovazione ed imprenditorialità.
È questa l’idea di metropoli che si è andata affermando su scala globale e che andrebbe utilizzata come parametro di riferimento se la prospettiva fosse quella della competitività di un territorio piuttosto che la supremazia dei suoi capo-luoghi. La specificità veneta, così come si andata affermando negli ultimi anni, sta proprio in questa identità di metropolitan region, reticolare e fluida, che è al centro del dibattito internazionale ma non sembra trovare spazio nelle convenzionali griglie interpretative del diritto amministrativo e della finanza pubblica. Il lavoro da fare, soprattutto sul piano culturale, è arricchire di considerazioni economiche, analisi organizzative ed interpretazioni imprenditoriali un dibattito sulla metropoli che, altrimenti, tenderà ad arenarsi sulle tristi, ma rassicuranti, spiagge del federalismo fiscale.

Fabrizio Panozzo

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