Le olimpiadi e il valore delle differenze

Le Olimpiadi non sono solo un grande evento sportivo, ma anche un fenomeno economico, sociale e politico di straordinario rilievo, che ci aiuta a capire come stanno cambiando gli equilibri mondiali in senso più generale. Rileggendo i risultati finali di Pechino 2008 emergono due aspetti di un certo interesse. Primo aspetto: si stanno ri-equilibrando i rapporti fra successi sportivi e peso demografico delle nazioni. La Cina, com’è noto, è il paese più popoloso al mondo, ma il medagliere storico, prima delle ultime olimpiadi, lo collocava solo al 13° posto. Questa volta ha ottenuto il maggior numero di ori olimpici, ed è seconda solo dopo gli Usa nel medagliere complessivo (ma gli Usa sono anche il terzo paese per popolazione al mondo). In terza posizione nel medagliere c’è la Russia, che è invece all’ottavo posto per peso demografico. Certo, nei primi posti del medagliere olimpico mancano ancora nazioni molto popolose come India, Indonesia, Pakistan e Bangladesh. Tuttavia, il fatto che questi paesi siano attraversati da violenti conflitti religiosi, conferma che il peso demografico, per tradursi in successi sportivi (oltre che economici), deve essere accompagnato da una prospettiva di sviluppo sociale. E’ il caso del Brasile (quinto paese per popolazione al mondo), che nella graduatoria storica del medagliere olimpico veleggiava attorno al quarantesimo posto, ma a Pechino è risalito fra le prime venti. E’ il caso anche dell’Africa: in base alla graduatoria storica del medagliere olimpico, il primo paese africano (l’Etiopia) si collocava vicino al 50° posto, mentre oggi il Kenia ha raggiunto il 15°. Oltre a questo processo di riequilibrio (condizionato) del medagliere olimpico, c’è un secondo aspetto da sottolineare: il ritorno ai vantaggi comparati basati sulle vocazioni sportive nazionali. La globalizzazione dei metodi scientifico-sportivi, in altri termini, non ha eliminato, bensì enfatizzato le varietà culturali e biologiche delle popolazioni. Il caso più evidente è stato quello della Giamaica: la possibilità di accedere a metodi scientifici (universali) di allenamento, ha consentito agli atleti dei Caraibi di valorizzare il proprio talento naturale nelle gare di velocità, surclassando le multinazionali dello sport made in Usa. Per rimanere all’atletica, i paesi africani si sono oramai appropriati di discipline come il fondo (Etiopia, Kenia) e il mezzofondo (Kenia, Marocco), mettendo definitivamente fine alle velleità nord-europee su questo settore. Usa e Australia hanno invece riaffermato la supremazia (bianca) nel nuoto, dove anche gli atleti della nostra penisola hanno cercato di farsi vedere. L’Italia, comunque, ha ridato splendore a discipline come marcia e scherma, coerenti con il proprio passato classico e romantico. Mentre la Gran Bretagna si è riaffacciata alla grande nel canottaggio. Pugilato, sollevamento pesi e lotta hanno visto primeggiare i corpulenti atleti euro-orientali. E la Cina, assieme a Corea e Giappone, ha ribadito le vocazioni dell’estremo oriente nelle discipline che richiedono il massimo coordinamento psico-fisico – come ginnastica artistica, tuffi, tiro – il cui successo è reso possibile anche dalla capacità di meditazione.
Tutto questo ricorda un po’ l’ipotesi formulata qualche anno fa da tre economisti di Harvard – Y. Doz, J. Santos e P. Williamson – a proposito delle strategie meta-nazionali delle imprese: per vincere nella competizione globale non bisogna affatto uniformare prodotti, servizi e modelli organizzativi, bensì dare valore alle specificità e ai caratteri locali. La massima competizione sportiva sembra, dunque, confermare questa ipotesi. La quale ci indica, fra l’altro, anche una via più sostenibile, equa e interessante alla globalizzazione.

Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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One Response to Le olimpiadi e il valore delle differenze

  1. marco dicono:

    Se c’è una cosa che mi ha colpito delle Olimpiadi di Pechino è la differenza tra i due uomini simbolo di questi giochi: Usain Bolt e Michael Phelps. Il primo, dotato di un talento naturale alla Carl Lewis, alle pratiche doping dei suoi colleghi (me lo spiegate che gli serve ad un velocista un braccio da sollevatori pesi?) preferisce le alette di pollo fritte e le belle ragazze. Il secondo, altrettanto talentuoso, sembra un atleta telecomandato, una specie di robocop del nuoto pronto a vincere tutto ma quando lo guardi negli occhi ti sembra insipido come una sogliola lessa. Beh, è chiaro a tutti che le Olimpiadi di Pechino saranno ricordate per le prodezze di Bolt e non per gli ori (con l’aiutino di omega) di Phelps. Che sia anche questo un altro segnale del declino dell’impero americano?

    Marco

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