Cosa sono davvero le medie imprese?

Cosa sono davvero le medie imprese italiane? La domanda è ritornata più volte durante la settimana di studio su distretti e globalizzazione promosso da Venice International University e Duke. Gli italiani ne hanno sentito parlare un bel po’ in questi anni, ma per un americano o un cinese rimangono oggetti poco comprensibili.
Non sono multinazionali, questo lo si capisce. E non solo per la taglia. Le multinazionali del tempo che fu crescevano in casa (negli Stati Uniti il più delle volte) e quando erano grandi abbastanza replicavano il loro modello, con qualche aggiustamento, nei diversi paesi in cui decidevano di investire.
Sono più piccole, ma non sono la serie B del capitalismo attuale. Anzi. Quello che rende i nostri nuovi campioni nazionali interessanti agli occhi di osservatori internazionali è l’originalità del percorso di crescita. Non portano in giro per il mondo piccoli impianti produttivi adattando formule di marketing che hanno avuto successo nei distretti in cui sono cresciute. No. Il loro successo dipende principalmente dalla capacità di riorganizzare catene del valore su scala globale.
I due casi che abbiamo visitato sono stati emblematici. Prendiamo Bisazza: in pochi anni ha trasformato la sua strategia di mercato. Ha aperto filiali in gran parte delle città che contano a livello mondiale, ha investito nel lavoro di artisti e designer e ha costruito una nuova immagine di marca. Fin qui, tutto noto. Meno noto (ma cruciale per raccontare il suo successo ai colleghi stranieri) è che Bisazza ha ripensato il modo di disegnare e installare il mosaico industriale attraverso software e processi senza i quali il percorso di internazionalizzazione non sarebbe stato possibile.
Prendiamo Dainese: ha costruito il suo successo partendo da un laboratorio di Molvena specializzato nella produzione di capi in pelle. Ha saputo scommettere sugli atleti (prima i motociclisti, poi sciatori e mountain bikers) non semplicemente come testimonial di successo, ma come soggetti attivi del processo di innovazione. La ricerca e sviluppo non basta: va messa a disposizione di chi va in moto davvero, per capire se un prototipo verrà davvero utilizzato e se piace (perché anche le tute devono essere belle).
Dopo una giornata a Vicenza, la domanda che ci pongono i ricercatori americani e cinesi è quella ci poniamo di solito anche noi. Quanto sono legate al territorio e alla cultura locale queste nuove imprese del made in Italy? Nelle show room che abbiamo visitato rimane poco di quella cultura distrettuale che tanti analisti hanno raccontato nei loro resoconti sulla Terza Italia. Lo spazio a cui fanno riferimento queste imprese non è più il comune di appartenenza. E’ uno spazio più ampio (dal punto di vista geografico), più complesso dal punto di vista dei riferimenti istituzionali, più sofisticato dal punto di vista delle competenze. I nostri distretti sono in movimento. Fin qui, nulla di che preoccuparsi. Ma perché il modello tenga, è cruciale che l’accelerazione di questi anni non rimanga la prerogativa di pochi.

Stefano

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