Valorizzare la cultura italiana

Federculture ha ufficialmente presentato il proprio rapporto sulla cultura italiana. Non ho avuto ancora modo di leggerlo (il rapporto non è disponibile online,  solo in formato cartaceo) ma provo lo stesso a commentare a partire dagli articoli che sono apparsi sulla stampa italiana e dal documento di sintesi che Federculture ha fatto circolare. Il rapporto punta il dito contro l’incapacità di valorizzare adeguatamente il nostro vasto patrimonio culturale. L’indice di questa difficoltà è emblematicamente rappresentato dalla scarsa competitività in termini di attrazione di visitatori. Nella classifica stilata da Federculture per trovare il primo museo italiano bisogna arrivare fino all’8° posto (Musei Vaticani) e per il secondo al 21° posto (Uffizi). Immancabile, a questo punto, il riferimento al declino del nostro paese: perdita di posizioni sul fronte delle mete turistiche più gettonate a livello mondiale, incapacità di produrre nuova cultura, perdita di competitività, ecc.
Ci sentiamo di rassicurare, almeno parzialmente, gli estensori del rapporto di Federculture. La capacità di valorizzare l’arte e la cultura è tutt’altro che assente nel nostro paese. Solo che non si trova all’interno delle tradizionali istituzioni culturali a presidio del nostro patrimonio culturale ma nel mondo industriale. Il design italiano continua a riscuotere successo a livello internazionale proprio per aver saputo incorporare una crescente quota di contenuto culturale all’interno di un prodotto industriale. E non si tratta di un generico riferimento od una semplice vicinanza estetica. Il design italiano è vera e propria produzione culturale. Bisazza, che produce e vende, mosaici in tutto il mondo ha saputo reinterpretare in chiave contemporanea, grazie al contributo di designer e artisti, la tradizione del mosaico veneziano in foglia d’oro che trova la sua massima espressione nella basilica di San Marco. Nonino ci vende una grappa che è l’espressione di un plesso di valori legati alla cultura della lavorazione della terra e della manualità che vengono esaltati con il premio Nonino che ogni hanno conferisce un riconoscimento ad importati esponenti della cultura a livello internazionale. Ferragamo ha recentemente organizzato una mostra contenente la propria collezione storica di scarpe e capi di abbigliamento a Città del Messico e Shanghai, ottenendo un incredibile successo di pubblico in poco tempo. La lista potrebbe continuare.
Più che pensare ad una privatizzazione della cultura, credo che le istituzioni culturali italiane dovrebbero trarre maggiore ispirazione proprio da questa capacità tutta imprenditoriale di mettere la cultura al lavoro. Naturalmente non basta volerlo: serve un approccio ed una sensibilità differente rispetto a quella che oggi predomina nel mondo culturale italiano che è ancora fortemente orientato alla conservazione dell’opera d’arte più che alla sua valorizzazione. Per cambiare questa mentalità perché non promuovere per le nostre soprintendenze e per i direttori di museo un tour nelle imprese leader dei nostri distretti industriali? Le esperienze di avvicinamento tra mondo della cultura e mondo imprenditoriale, come l’iniziativa delle Intrapresae della collezione Guggenheim di Venezia, ci dicono che i risultati potrebbero soprenderci.

Marco

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4 Responses to Valorizzare la cultura italiana

  1. paolo di bella dicono:

    dice vittorio sgarbi che il vero patrimonio dell’italia non sta nel suo futuro( la capacità di innovazione, la tecnologia, ecc.) bensì nel suo passato. detta così, nuda e crusa, può sembrare un’affermazione di commiserazioe verso le magnifiche sorti e progressive del nostro paese. in realtà è vero che esiste un immenso patrimonio culturale ( si stima il 50%, dicasi 50% di tutto il patrimonio culturale mondiale, intendendo la cultura, in questo caso, come possesso di beni artistici materiali).
    durante un viaggio a creta ho visitato la reggia di cnosso. ora, l’economia cretese è fondata in larga parte dal business che gira intorno ai resti della civiltà minoica. il bello è che a creta non c’è altro e le stessa vestigia di quella antica civiltà consistono nelle mura ciclopiche e in un palazzo in gran parte ricostruito in cemento armato. eppure la promozione su questi pochi resti è impressionante. è impossibile andare a creta senza essere forzatamente imbevuti di minoicità. certo la visita al palazzo è resa quasi impossibile dalle scolaresche urlanti, dai turisti che bivaccano tra le rovine e dai venditori di souvenir.
    d’altra parte a ischia esiste un vaso greco detto la coppa di nestore. questo vaso, oltre alla bellezza folgorante di un pezzo di pura arte attica è un reperto storicamente importantissimo perchè la scritta che lo circonda ha permesso agli storici di datare la composizione dell’odissea.
    eppure a ischia il museo che la contiene è pochissimo frequentato. devo dire che la visità al museo ischitano è molto più piacevole, si svolge in assoluto silenzio e l’aura che avvolge i reperti ancora aleggia in quelle sale insieme a un vago senso d’abbandono, peraltro.
    a creta forse avrebbero costruito una teca gigante per ospitare la coppa sola in mezzo a una grande sala e quel pezzo di grecia sarebbe diventato una reliquia del mondo occidentale un po’ come lo è la gioconda al louvre.
    lo ammetto, ho la tendenza a considerare elitario il rapporto con l’arte. le grandi mostre, i musei spettacolo non mi interessano. capisco però che una terza via la dovremmo pur trovare.
    ho l’impressione che il design e la grande arte non abbiano nulla a che fare e spero che non saranno designer e industriali a valorizzare il nostro patrimonio culturale anche se tutti i contributi sono importanti.
    non vorrei che vedendo un quadro di piero della francesca mi venissero in mente i jeans diesel come quando sento la romanza di beethoven sento in bocca l’aroma della vecchia romagna etichetta nera.
    so che non è di semplice sfruttamento pubblicitario di un’immagine ciò a cui si riferisce il post di marco.
    è che la classifica dei musei non è un buon indicatore del rapporto che il paese ha con il proprio patrimonio.
    del resto penso che se il biglietto per gli uffizi fosse un po’ meno caro e che se le sale fossero aperte anche nei giorni festivi i risultati sarebbero migliori e le classifiche meno penalizzanti.
    forse basterebbe un buon corso base di economia del turismo.

    credo piuttosto nella buona divulgazione e nel potere seduttivo e educativo dell’arte ma come vista in uno specchio. se anche l’arte diventa prodotto il suo senso profondo si perde. e, dunque, perchè promuoverla?

  2. Giancarlo dicono:

    Ha ragione Marco nello spostare l’attenzione dalla cultura intesa in modo tradizionale – che, come proposto nel Rapporto Federculture, viene per lo più ridotta alla conservazione del passato – alle nuove forme di espressione artistica, collegate anche alla produzione industriale. Cultura, del resto, è l’espressione delle capacità artistiche, intellettuali e morali di una comunità. In questo senso, industria e artigianato sono sempre state veicoli di cultura: basti pensare alle grandi opere di architettura, a molti beni d’uso comune (vestiti, vasi, arredi, ecc.), e ad alcuni prodotti della cultura materiale (vino, cibo, paesaggio). Per quale ragione, allora, dovremmo oggi dimenticare questo legame? Dovremmo semmai riscoprirlo come condizione per uno sviluppo economico sostenibile e, allo stesso tempo, come fonte di identità in un mondo che non chiede omologazione, quanto piuttosto originalità.

  3. Stefano dicono:

    sono curioso di vedere il rapporto completo di federculture, ma per quello che è dato di vedere nelle slide, non mi pare che ci sia da aspettarsi idee rivoluzionarie.

    in questi e altri documenti ci sono due ipotesi che sottostanno al “processo di creazione di valore”. la prima guarda “indietro” e pensa che l’economia della cultura sia l’economia della valorizzazione del patrimonio culturale. più musei, più attrazioni, più ristoranti vicino ai musei, etc etc. la seconda guarda “avanti” e immagina il ruolo della cultura (nella forma di design e della creatività) come componente del processo di innovazione nelle imprese (insieme alla ricerca scientifica e alla tecnologia).

    non ho nulla contro la prima: onestamente mi pare buon senso. quello che dice paolo è vero, si possono fare un sacco di cose con quello che abbiamo. la domanda da porsi è come è possibile che questo dibattito sia attivo da trent’anni (qualcuno si ricorda i “giacimenti culturali”?) e che non sia successo granché nel frattempo.
    la seconda prospettiva mi pare più interessante. soprattutto perché consentirebbe di mettere l’italia al centro di una nuova idea di sviluppo. in questo campo abbiamo davvero qualcosa da raccontare al mondo.

    s.

  4. Pingback: Lorenzo Pezzato » Blog Archive » Una statua non è solo marmo da conservare

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