Il made in Italy e il partito della normalizzazione

Giorgio De Michelis aveva promesso di dire “due o tre cose” che sapeva del made in Italy. Ne ha detta qualcuna in più; altre poi si sono si sono aggiunte nella discussione che è seguita alla sua presentazione. Fatto sta che riassumere il seminario dell’IRSO di giovedì scorso non è cosa facile. Ci provo partendo dalle conclusioni (in forma di domanda) con cui lo stesso De Michelis ha chiuso i lavori.
C’è ancora un made in Italy da difendere? Noi italiani la domanda ce la poniamo, soprattutto da quando abbiamo iniziato a internazionalizzare la produzione. Mi ha convinto la risposta di Emilio Genovesi: il made in Italy esiste perché il mondo lo reclama. Fuori dai nostri confini il mondo si aspetta che l’Italia continui a stupire.
E’ solo design?
Risposta negativa. Il design italiano non si è limitato a dare forma a prodotti più o meno innovativi: ha avuto l’ambizione (come quella di Gismondi di Artemide) di migliorare la nostra vita. Oggi questa ambizione si deve confrontare con nuove dimensioni, prima di tutto quella della sostenibilità ambientale (la casa sostenibile realizzata da Loccioni è un bell’esempio di questa nuova sensibilità).
Come si gestisce il nuovo made in Italy?
La scommessa è quella dell’integrazione fra saperi diversi. L’innovazione, anche nei settori cosiddetti low tech, richiede competenze eterogenee. E non si può fare tutto da soli. La rete non è più solo quella della manifattura (il fornitore di fiducia, il contoterzista) ma deve diventare anche quella delle conoscenze e dei saperi. Il passaggio non è scontato perché richiede un ingrediente che a tutt’oggi latita: i servizi.
Come far crescere servizi di qualità per il made in Italy?
E’ stato un tema ricorrente negli interventi del pomeriggio. Dopo aver messo per anni l’impresa manifatturiera sul banco degli imputati, scopriamo con un certo stupore che il deficit di competitività del nostro made in Italy è in quel terziario che non è mai stato troppo “avanzato”. L’America, ha detto De Michelis, ci manda servizi standard (l’informatica, prima di tutto) come si fa con le colonie dell’impero. E non ci sono motivi per immaginare un cambiamento di rotta.

Se ci interessa rilanciare la competitività dobbiamo fare un salto di qualità nel terziario. E per farlo dobbiamo investire nella comprensione di quei processi che sono alla base della nostra capacità di competere. A oggi, ne sappiamo poco. E quel poco che sappiamo, spesso dobbiamo farcelo raccontare e certificare dalla comunità scientifica internazionale.
Ha ragione Butera quando dice che questa sta diventando un’emergenza nazionale. Non dominare le ragioni del nostro successo industriale, è oggi un handicap imbarazzante. Una proposta l’ha fatta De Michelis: lanciare una grande ricerca sul made in Italy raccontando le storie che hanno fatto il successo della nostra industria. La Harvard Business School ha fatto la sua fortuna raccontando le storie di successo dell’industria americana: potremmo iniziare a fare altrettanto, mettendo un po’ più di coraggio nel promuovere i nostri nuovi campioni nazionali.

Per parte mia, ho l’impressione che non si tratti semplicemente di avviare un nuovo progetto scientifico. Credo che le difficoltà nel pensare il made in Italy siano legate a schemi radicati con cui la società italiana vede il suo futuro. Esiste (e non è così difficile da mettere a fuoco) una parte del paese che non ha mai davvero creduto al made in Italy. E’ il partito della “normalizzazione”, secondo cui l’Italia sarà un paese credibile solo se si adeguerà ai crismi della Modernità. E’ il partito che invoca la grande impresa e che sopporta con fatica il fatto che le aziende del made in Italy possano competere forti di ricette originali (la famosa “creatività”); è il partito che auspica una meritocrazia per automatismi, parametri e indicatori standard e che non si fa una ragione della forza imprenditoriale che imperversa in buona parte del paese.
Nonostante la realtà dei fatti abbia smentito le tante profezie sul declino inesorabile del paese, il partito della normalizzazione continua a essere mainstream. E temo servirà più di un progetto di ricerca per cambiare lo status quo nella cultura economica del nostro paese.

Stefano

Share/Save
Questa voce è stata pubblicata in Innovazione. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

5 Responses to Il made in Italy e il partito della normalizzazione

  1. Ivano dicono:

    Parlare di “made in Italy” equivale a parlare di “affari interni” e cioè del Sistema Paese, che coinvolge noi tutti nessuno escluso compresi gli operatori ecologici che con il loro voto possono cambiare le sorti di un paese. Questa è la democrazia.

    Colin Crouch con “Postdemocrazia” (1993) ci ha fornito molti spunti di riflessione sui sistemi democratici, già all’epoca, in cui ci troviamo attualmente a confrontarci. In questo contesto il popolo ricopre una funzione determinante per il buon funzionamento di un sistema politico che fonda le sue radici nella democrazia: ne è il volano. Funziona tutto come in un sistema inerziale: se chi sta davanti (elitte politica e lobby economiche -energia trainante-) non mantiene il passo, viene inevitabilmente travolto dalla massa posta nella sua scia (la cittadinanza -volano-). Seguendo il ragionamento di Crouch, sembra proprio che in Italia la cittadinanza non riesca più a ricoprire efficacemente la funzione di volano. Il Sistema Paese non funziona e la classe dirigente imputata a porvi rimedio, quella che conta -poteri forti-, è ancora li come fosse un monumento che da noi è distinguibile come “sostanza irremovibile”.

    Osare: il progresso si ottiene soltanto così.

    Con questa semplice ma efficace proposizione il brillante Victor Hugo ci ha spiegato molto bene come funzionano le cose. Rischiare, mettersi in gioco sembra l’unica via da intraprendere per tentare di rimanere economicamente attuali sui mercati internazionali. Non fraintendetemi, la questione non è stabilire se noi siamo un branco di pigroni bensì sul fatto che gli altri stanno facendo un passo avanti in più di noi, dunque è necessario che noi ci sforziamo a fare di più… Già, ci sono arrivato anchio…

    Proviamo a entrare in qualche dettaglio per analizzare, o almeno provarci, il nostro sistema economico-industriale per tentare di comprendere dove sta l’inghippo del nostro rallentamento economico. Le eventuali critiche sul nostro sistema politico le lascio a qualcun’altro…

    Siamo in piena era di capitalismo ed è chiaro ormai a tutti che “innovazione” è la parola d’ordine per rimanere attuali sui mercati. Per fare i player in questo contesto ci vogliono i prodotti, quanti più prodotti abbiamo nel carniere commerciale tante più saranno le possibilità di fare economia. Turismo e Made in Italy rappresentano il nostro core business, quindi, un qualsiasi economista, anche di primo pelo, ci direbbe che alzare i ricavi (PIL) ci dovremmo concentrare maggiormente su questi due fattori industriali. Per il Turismo creare condizione di recettività migliori e più competitive; per il Made in Italy intensificare il paniere dei prodotti incentrati su criteri innovativi e quì, volendo, ce ne sarebbe da fare finchè vogliamo (i problemi ecologici ci stanno dicendo che dobbiamo reinventarci un futuro economico…).

    Vivendo a Jesolo Lido mi intendo anche un po di turismo ma preferirei approfondire l’argomento del Made in Italy perchè mi coinvolge professionalmente e, a dire il vero, mi appassiona molto di più. Bene, partendo da lontano esordirei dicendo che a Giulio Natta e al suo propilene va gran merito del merito per il nostro boom economico della fine anni 50. A livello industriale, infatti, i polimeri sintetici hanno dato il via a una vera rivoluzione industriale motivo di sviluppo per gran parte dei nostri settori sia industriali nonchè dei servizi. Tutto funzionava a meraviglia ed elitte Politica e lobby economica (Finanza e Industria) andavano a braccietto: la prima perchè il successo economico gli permetteva il potere (voti), la seconda perchè, sotto l’assenso politico, gestiva di fatto l’economia del paese partorendo, a sua volta, una ristretta sfera di potenti industriali in cui il settore finanziario fungeva da implicito catalizzatore con la politica.

    Il 2001, oltre aver dato il via al terzo millennio, con la moneta unica Europea e l’entrata della Cina nel WTO (World Trade Organisation) ha dato il via a una nuova era economica, meglio conosciuta anche come globalizzazione dei mercati. L’Italia, magari con un po di affanno, ce l’ha fatta a far parte del grande carrozzone economico andatosi a costituire in cui, però, si è trovata a dover obbligatoriamente mettere in piazza quelli che all’inizio citavo come “affari interni”. Sono solo 7 anni che tutto questo è iniziato e se dovessimo fare un primo bilancino delle attività del paese, citando solo i fatti economici più rappresentativi e la nostra attuale forza industriale preposta al confronto economico globale, c’è da vomitare (tieni sempre presente gli “affari interni”): fatto strano che il nostro debito pubblico equivalga, grosso modo, all’entità finanziaria erogata in vari modi per il Sud Italia; il nostro debito pubblico è tornato a salire piazzandosi al 105% del PIL (1.661 Mld -ISTAT) e la domanda d’obbligo è: come faremo, con i “venti di crisi” in atto, ad arrivare al pareggio di bilancio nel 2011?; nonostante i nostri impellenti bisogni di cassa il nostro sviluppo economico in questi sette anni è stato mediamente la metà dei nostri partner Europei (OCSE); il volume d’affari interno è strettamente legato all’aumento delle esportazioni fattibile con l’implementazione di nuovi prodotti: investiamo in innovazione e R&S circa la metà e in alcuni casi ¼ del nostro PIL (1,1% OCSE 2004); il nostro comparto manifatturiero e servizi si compone in circa il 94,9% da micro imprese (1-9 dip.), il 3,2% di piccole imprese (10-19 dip.), 1,3% da medio-piccole imprese (20-49 dip.), lo 0,5% da medie imprese (50-249 dip.) e solo lo 0,1% di grandi imprese (250 dip. e oltre), di cui la suddivisione dei fatturati tra comparti messa a confronto con la Germania leader economico Europeo ci dice che la grande industria Italiana sviluppa il 38,8% dell’intero comparto, la Germania il 71,8% (CSC su dati Eurostat 2004); la produttività del manifatturiero Italiano si colloca all’ultimo posto tra i paesi più industrializzati: Germania 56.5 contro 41.3 Italia espresso in migliaia di euro (Eurostat 2004); l’indice di competitività Italiano si colloca al 56° posto su 61 paesi presi in considerazione (Germania 8° posto) (World Bank, WEF –World Economic Forum-, IMD –Istitute of Managerial Development-).

    I dati appena citati mostrano con estrema evidenza il prodotto della gestione industriale passata nel nostro paese frutto del volere delle lobby industriali e finanziarie in cui la politica ne è stata direttamente complice, e cioè uno sviluppo industriale prevalentemente contoterzista sub-ordinato alla Grande Industria che, togliendo le grandi organizzazioni impegnate nei servizi (Banche, Assicurazioni, Municipalizzate etc.), le unità produttive che possono sostenere i costi che i necessari processi di innovazione industriale richiedono si riducono a poche centinaia di unità. Dal 2001 in poi i nostri affari interni hanno mostrato tutta la loro meschinità operativa perpetrata in quelli che sono stati, anche per noi, anni di vacche grasse.

    Siamo in piena era di capitalismo in cui la finanza gioca un ruolo fondamentale per implementare politiche e strategie industriali efficaci mi chiedo e vi chiedo:

    -come possiamo competere nei mercati globali con un comparto industriale composto dal 99,4% di Micro e Piccole Imprese?
    – la finanza per l’innovazione quali prodotti a messo a disposizione per implementare lo sviluppo di questo nutrito comparto industriale?

    Le risposte a questi quesiti le sappiamo… Quindi, per cambiare qualcosa, per far si che la democrazia funzioni è necessario che la cittadinanza spinga per il cambiamento. Diversamente, essendo coinvolti in un sistema dinamico, l’alternativa è l’inevitabile recesso come ci stanno comunicando tutti i giorni giornali e telegiornali…

    Scusate se mi sono dilungato forse troppo…

  2. Ivano dicono:

    PS: ho scritto tutto d’un fiato interrotto da un paio di telefonate… spero che i concetti cmq sia percepibili…

  3. paolo di bella dicono:

    @ stef
    molto interessante. mi hai dato lo spunto per questa pensata.
    semplificando, direi che la creatività nel mondo occidentale e in italia in particolare si trasmette in modo trasversale. per esempio: forse saprai che molti famosi chirurghi italiani dell’otto/novecento provenivano da norcia. i padri facevano, appunto, i norcini. il sapere della sezione perfetta di una coscia di prosciutto si è trasmessa come sapere artigianal/scientifico verso i figli. oppure molti figli di muratori veneti o friulani che sono diventati architetti o ingegneri. o i mobilieri della brianza che nascono come falegnami al servizio della corte milanese, ecc. naturalmente non serve che il sapere si trasmetta da padre e figlio. ma se esiste una cultura artigianale del fare questa crea un substrato che potrebbe essere l’humus di quella che noi chiamiamo creatività italiana. la scuola non può sostituirsi a un tessuto sociale ricco di piccole imprenditorialità.
    il design italiano, per esempio, si sta allontanando sempre di più dal saper fare artigianale. vedi il caso kartell. da quando hanno affidato il marchio a starck fanno sedie ipertecnologiche ma che non stanno in piedi.
    sarebbe importante mantenere in italia tutta una serie di lavorazioni che apparentemente superflue fanno la differenza sui mercati mondiali.
    ha ragione stefano barba quando dice che una camicia cucita a mano a napoli non è come la stessa camicia fatta in marocco.

    Aggiungo questa notizia letta sul corriere della sera di oggi.
    Un nuovo gruppo italiano (leggi montezemolo) servirà le tratte dell’alta velocità dal 2011. I treni sono rossi in omaggio alla ferrari ( e vabbè…). Successo dell’impresa italiana dice il presidente. Ma… i treni sono francesi, della alstom.
    Non ci sarebbe niente di male solo che sono treni che la alstom produce dopo aver acquistato dalle fs il brevetto del sistema a pendolino che la fiat brevettò nel 1969.
    Praticamente è peggio della fuga dei cervelli. Qui da noi quelli che restano inventano tecnologie che dopo vengono vendute all’estero e poi l’industria che li aveva assunti fallisce e loro vengono licenziati.
    Qualcosa proprio non va.

  4. Giancarlo dicono:

    Al di là dei venti di crisi che, per la verità, soffiano da sempre, l’Italia è un paese con una straordinaria capacità di esportazione: con l’1% della popolazione (quota in calo costante), abbiamo il 4% del commercio mondiale (posizione che, nonostante tutto, continuiamo a tenere). Se poi consideriamo che ad esportare sono soprattutto sette regioni (Lombardia, Veneto e Friuli V.G., Piemonte, Emilia Romagna, Toscana e Marche), la propensione all’export del made in Italy trova pochi eguali al mondo.
    Tuttavia, dobbiamo intenderci su cos’è il “made in Italy”, dove l’enfasi dovrebbe andare proprio su “made in”. Preso alla lettera, questo “made in” taglierebbe fuori gran parte della produzione più innovativa: non ci sarebbero Alpinestar e nemmeno Dainese, non ci sarebbero Geox, Lotto né Luxottica, ma nemmeno Finmeccanica, Sochoterm e, forse, la stessa Ferrari (a proposito: i nuovi treni italiani di Montezzemolo sono, in realtà, made in France!). Cos’è, allora, il made in Italy che dobbiamo difendere? Credo che, alla fine, sia una “capacità” di servire dei prodotti in grado di tenere insieme gusto e tecnologia. Questa “capacità” che abbiamo e che dobbiamo coltivare con politiche accorte e molto articolate (industriali e culturali allo stesso tempo) non deve essere confusa con il “fare in Italia” qualcosa. Creare in Italia qualcosa che il mondo riconosce come valore è più vicino al “produrre un servizio”, che non a “realizzare un prodotto”. Anzi, se vogliamo far crescere il made in Italy, dobbiamo imparare a far lavorare anche gli altri con le nostre idee, organizzando attraverso “catene globali del valore” i potenziali manifatturieri di cui il mondo oggi dispone. Ma per andare su questa strada, il sistema paese ha bisogno di sviluppare infrastrutture istituzionali internazionali (promozione dei marchi, tutela della proprietà intellettuale, diritto delle reti, ecc.) almeno quanto di quelle per spostarci e comunicare nel nostro territorio.

  5. Ivano dicono:

    Gentile Giancarlo, della straordinarietà atribuibile ad alcune regioni Italiane è dagli anni novanta che qualcuno ce lo sta segnalando molto bene, e direi, stando ai fatti odierni, che oggi lo stanno capendo in molti.

    Detto questo, sul mitico “Made in Italy” credo sia necessario fare delle precisazioni. Il “Made in Italy”, sostantivo coniato di recente, esprime nella sostanza una “cultura del saper fare” che vanta radici molto lontane: l’Impero Romano…, Galileo Galilei…, Leonardo, Michelangelo, Colombo, Marco Polo e tanti altri che sono argomento di disciplina di studio in tutte le scuole del mondo. Quindi il “Made in Italy” non è una questione recente bensì la normale prosecuzione, visto il perdurarsi, di un nostro modo distintivo di essere. Tutto questo mi fa pensare che il “Made in Italy” si immedesimi più in un prodotto fisico che in un produrre dei servizi. In questo caso il “prodotto servizio”, se ve ne dovesse essere uno, credo assuma la proprietà di derivato…

    Nell’attuale contesto economico, e quì concordo pienamente con lei, la proprietà intellettuale (design, marchi e brevetti) ricopre una posizione fondamentale sul fronte dell’implementazione di strategie industriali efficaci nel tempo. Purtroppo, anche in questo fatto, i dati Italiano non sono per nulla confortanti. tenendo conto dei brevetti per invenzione industriale, top di gamma per la proprietà industriale, troviamo la Grmania prima in classifica con 45.000 depositi l’anno, contro i 7.000 dell’Italia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *