Come le comunità virtuali potrebbero cambiare il nostro modo di investire

Nel suo libro “Gut Feelings. The Intelligence of the Unconscious” , Gerd Gigerenzer racconta che nel 2000 ha partecipato ad un concorso organizzato dalla rivista Capital. I concorrenti erano invitati a creare un piano finanziario.  Dopo sei settimane, ne sarebbe stata misurata l’effettiva redditività. Insieme con altri 10.000 partecipanti, Gigerenzer e un collega, l’economista Andreas Ortmann, hanno spedito un portfolio finanziario scegliendo tra 50 internet equity. Potete immaginare quanti esperti, incluso il direttore di Capital, si sono lanciati in complicati modelli matematici per creare un portfolio redditizio. Gigerenzer e Ortmann, invece, si sono piazzati in una strada di Berlino con la lista delle 50 internet equity di Capital e hanno fermato cento persone a caso, cinquanta donne e cinquanta uomini, chiedendo a ciascuno di loro quali nomi riconoscevano nella lista delle cinquanta aziende. Si sono anche assicurati che tutti questi tedeschi fossero abbastanza “ignoranti”: meno ne sapevano di economia e investimenti, meglio era. Insomma, le signore tipo casalinga di Voghera contavano, gli studenti universitari no. I due ricercatori hanno poi costruito il loro portfolio suddividendolo in modo equo tra le dieci compagnie che i passanti riconoscevano più di frequente. Dopo sei settimane, il portfolio del direttore di Capital aveva perso il 18,5%. Quello dei passanti di Berlino aveva guadagnato il 2,5%, un valore superiore all’88% di tutti i portfoli inviati. La strategia di Gigerenzer e’ basata sull’euristica del riconoscimento: in certe situazioni, paradossalmente, avere poche informazioni ci permette di fare scelte migliori di chi di informazioni ne ha troppe. E’ per questo che circa il 70% dei mutual funds fa peggio del mercato: gli “esperti” sanno tutto di tutte le possibili compagnie, e costruiscono sofisticati modelli in base a queste dettagliate informazioni. Molte di queste informazioni non servono a nulla o sono svianti: ma quali? Determinarlo e’ troppo difficile. Per questo, quando investiamo, può essere più saggio scegliere quello che ci e’ familiare e che ci ispira fiducia.
E’ proprio vero che l’euristica del riconoscimento e’ la migliore strategia che possiamo adottare per i nostri investimenti, come sembra suggerire Gigerenzer?
La risposta ce la potrebbe dare Updown, una comunità virtuale fondata a Cambridge, in Massachusetts, da alcuni ex studenti della Harvard Business School. Updown propone un modello che mi ricorda il concorso di Capital, con la differenza che questa e’ una comunità di persone che interagiscono, si alleano tra loro, e condividono online le proprie strategie. Updown, prima di tutto, e’ una bella palestra per imparare a investire online. E’ poi e’ davvero uno spasso: avete a disposizione un budget di un milione di dollari (virtuali) che potete investire senza rischiare di perdere nessun dollaro (reale). Potete investire individualmente o in gruppo. E, se vi va bene, ci guadagnate pure: per esempio, partecipando a concorsi per il portfolio che guadagna di più, o condividendo i guadagni degli amici che invitate a diventare membri della comunità. Updown e’ online da meno di un anno e conta già più di 15.000 membri. L’obiettivo e’ quello di creare e condividere con la comunità delle strategie di investimento che, nel lungo termine, portano a guadagnare più di quanto cresca il mercato. E’ comunque ancora troppo presto per tirare le somme: la grande sfida per Updown sta nel saper distinguere gli investitori che sono solo fortunati da chi invece, nel tempo, guadagna sempre. Non so se quanti si siano già arrischiati ad investire davvero dopo aver giocato su Updown. Gigerenzer e’ stato molto cauto: ha ripetuto lo stesso esperimento con i suoi passanti più volte, per essere sicuro della scientificità del suo modello. I risultati continuavano a confermare le sue ipotesi. Alla fine si e’ fatto coraggio e ha investito davvero: ha selezionato le aziende riconosciute dai meno esperti del suo gruppo di passanti (per lo più donne), e ha guadagnato in borsa il 47% in sei mesi, molto meglio dell’andamento di mercato e della performance di molti mutual funds per lo stesso periodo.

Silvia Vergani

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2 Responses to Come le comunità virtuali potrebbero cambiare il nostro modo di investire

  1. Giorgio dicono:

    Sicuramente il periodo di vacche magre per la finanza porta i trader professionisti a pensare dove sbagliano e gli investitori a diffidare sempre più della finanza. A livello macrofinanziario è molto interessante sapere che il mercato cambierà quando i colpi della finanza araba saranno più consistenti (il libro “economia canaglia” che vi consiglio, ipotizza un ritorno all’oro al posto del dollaro come valore di riferimento), l’informazione è un problema importante e probabilmente è la matematica utilizzata da chi fa previsioni che unita all’orizzonte temporale (e al periodo esaminato) porta a risultati statistici nulli, ce lo spiega bene “il cigno nero” che Vladi ha commentato pochi giorni fa su questi schermi.
    Personalmente credo che anche la finanza sarà presto oggetto di innovazioni (anche nella comunicazione e struttura della finanza) e probabilmente il web sarà un ottimo catalizzatore, sempre che non sia necessario chiudere le borse il venerdì visto che la fiducia è sotto i tacchi dopo il susseguirsi di venerdi neri e neanche le certezze degli ultimi anni (cina) sembrano più cosi forti

  2. Ivano dicono:

    Non è certo la mia materia questa, però, da quanto ne capisco io il buon rapporto di coesistenza tra lavoro e finanza è subordinato a un fattore di equilibrio di valori, in cui lo spazio per le speculazioni rientra in un limite di range marginale. Lo sconfinamento di determinati parametri ci porta nel fittizzio, nel virtuale dove tutto funziona se tutto rimane fittizio e virtuale.

    “Il beppi è sempra stato convinto di aver fatto un super affare per aver venduto il suo cavallo per 1Mln di €, ricevendo in pagamento due galline che valevano mezzo Mln di € l’una”.

    Sono fermamente convinto che si debba ancora puntare sul lavoro, quel lavoro che da come risultato qualcosa di fisico, di economicamente palpabile e percepibile dalla gente. Pensare che il mondo sia fatto di tanti “beppi” è da spregiudicati folli.

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