Sulla meritocrazia in Italia

Ho letto nel fine settimana Meritocrazia di Roger Abravanel. Il libro ha avuto una certa visibilità nelle scorse settimane per alcune proposte su scuola, servizi pubblici, lavoro femminile. Di mio, approvo la causa: mi iscrivo volentieri al partito pro-meritocrazia. Il problema è che ho seguito seguito il consiglio della prefazione di Giavazzi. Ho letto tutti e otto i capitoli che precedono le proposte di Abravanel e devo dire che ho provato un certo imbarazzo. Condivido lo spirito del libro, meno l’analisi.
Abravanel vuole “trasferire in Italia alcune delle esperienze di altre società che sono diventate meritocratiche molto prima della nostra” (p.29). Se si guarda all’esperienza anglosassone, la leva della meritocrazia e della mobilità sociale è la scuola. Come fare per mettere in moto la macchina? E’ necessario promuovere vere e proprie “fabbriche dell’eccellenza” (l’Ivy League negli US, l’Ena in Francia, l’esercito in Israele). Fabbriche di questo tipo nel nostro paese latitano; al momento ci sono dei “semini”.
L’analisi del paese che Abravanel propone è tutt’altro che rassicurante: un paese immobile, esangue, un po’ come la Ravenna di Brancaleone (quella di “ti vedo e ti piango”). Mentre scorro le pagine mi chiedo come ci facciano sedere ancora al G8 e come sia possibile che l’Italia risulti ancora interessante al netto di calcio e scandali politici. Arrivo stremato a pagina 268 del libro. Titolo del paragrafo: Luxottica. Tiro un sospiro di sollievo. Luxottica: ma certo. Il nostro paese non ha avuto né Harvard né il MIT, ma almeno qualche imprenditore disposto a rischiare del suo ce l’abbiamo. Leggo il paragrafo e subito mi devo ricredere. Per Abravanel il successo di Luxottica deve il suo successo prima di tutto “per aver rotto con le logiche delle imprese familiari italiane”. Insomma, un’eccezione alla regola.
E qui proprio mi scaldo. Abravanel, perché non farsi un giretto per la Terza Italia? Veneto e Emilia Romagna in quindici anni hanno quadruplicato il loro volume di esportazioni senza avere dalla loro una presunta “fabbrica dei talenti”. Sul fronte della meritocrazia, ci sarà pure qualcosa che funziona. Luxottica ha avuto più successo di altri, ma di imprese che marciano in questo pezzo di Italia ce n’è qualche migliaio (secondo Mediobanca).
Il punto che merita di essere affrontato è che esiste (almeno in una parte consistente del paese) una meritocrazia che passa per l’imprenditorialità. La spinta imprenditoriale ha funzionato come ascensore per la mobilità sociale in un paese che non ha mai avuto dalla sua un’idea chiara (né tantomeno unica) su dove andare come nazione. Se crediamo davvero alla meritocrazia, potrebbe essere utile dare qualità a quello che già abbiamo in casa invece che auspicare la “normalizzazione” del paese.
Non siamo poi così fuori dal mondo. Anzi, per una schiera consistente di economisti americani il futuro del capitalismo americano sarà molto simile al nostro recente passato passato. Secondo Baumol Litan e Schramm, è il capitalismo di domani è il capitalismo degli imprenditori, in cui schiere di piccole imprese innovative affiancano realtà più consolidate. E anche nei servizi pubblici, di cui tanto si discute nel libro, gli stessi americani stanno scoprendo l’imprenditorialità sociale (che noi chiamiamo con una formula ancora oscura ai più: sussidiarietà). L’ultimo libro di David Audrestch parla proprio di una società imprenditoriale dove i cittadini non si limitano a dare la pagella ai servizi pubblici, ma sono parte attiva nella loro progettazione.
La Terza Italia delle piccole imprese ha promosso una meritocrazia che declina la parola merito al plurale. Attraverso l’imprenditorialità ha chiarito che l’affermazione dei meriti (tanti) non può limitarsi ad onorare il pensiero unico di scienza e tecnologia. Che le vie del post-fordismo sono tante e difficili da prevedere in anticipo. Non si tratta di incensare un pezzo del paese tutt’altro che esente da critiche. Il problema è che se ci ostiniamo a non guardare chi siamo davvero (riconoscendo qualche volta il valore di percorsi originali) sarà difficile intraprendere una vera modernizzazione delle nostre istituzioni.

Stefano

ps. aggiungo qualche link interessante sul tema: livepaola, chiaberge, martameo

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15 Responses to Sulla meritocrazia in Italia

  1. Roberta Milano dicono:

    Stefano, davvero un bellissimo post!

  2. Valentina dicono:

    …se un professore si scalda tanto per segnalare, proteggere, stimolare il tanto vituperato modello economico italiano, non è poi così vero che in Italia il sistema scolastico non possa essere la leva per una meritocrazia che stimoli lo sviluppo…(e per fortuna)…. :)

  3. cesare dicono:

    E bravo Stefano! Per le imprese c’è il mercato che regola la meritocrazia,tanto più forte ed efficace quanto più è largo e globsale. La mela bacata è altrove: nell’univesità e nella politica dove le regole antiche mostrano brutalmente la corda e funzionano peggio che male; in parole povere la cooptazione e la democrazia elettorale non sono capaci di regolarsi al meglio, anzi si sorreggono soltanto in prospettive clientelari e familistiche: Sono queste le pratiche premianti in termini di successo e di potere: Ci sarebbe da domandarsi perché? ma sarebbe davvero solo un gesto ipocrita, lo sappiamo benissimo perché, perché nell’un caso e nell’altro non c’è traccia di mercato né di competizione e quindi è più comodo dividere quel che si ha con i nostri. Il problema vero è che ben pochi hanno voglia di cambiare perché ai più le cose stanno bene, benissimo così. Provate a inventare un sistema che obbliga alla chiusura le facoltà inefficienti o commissaria enti o istituzioni incapaci. Invece di rivendicare il ricorso al voto popolare bisognerebbe accrescere la responsabilità, e non solo morale degli eletti.
    Cesare

  4. Luigi Ferro dicono:

    Io non sarei così negativo sul libro di Abravanel. La parte decisamente più debole mi sembra quella delle proposte ma lì l’autore mi sembra si sia un po’ allargato e sia andato oltre le sue possibilità. Gli altri capitoli hanno il grande merito di far parlar di un tema, la meritocrazia, che non mi sembra sia stato molto discusso in questi anni.

    E’ sicuramente vero che c’è un’Italia molto lontana da quella descritta da Abravanel, ma le ormai mitiche quattromila imprese di Mediobanca fanno notizia appunto perché sono quattromila sul oltre tre-quattro milioni di imprese e perché hanno comportamenti virtuosi che si staccano nettamente rispetto alla media.

    D’altronde a capo delle aziende del presidente del consiglio ci sono i due figli che non sono certo passati attraverso una dura selezione per arrivare fin lì.

    Se ancora oggi si continua a parlare di familismo amora qualche ragione ci sarà.

    E poi c’è l’esperienza quotidiana. Purtroppo mi ci ritrovo molto nell’Italia descritta da Abravanel anche se so benissimo che ci sono anche società come Technogym o Permasteelisa. ricordo anni fa di avwere letto un articolo che diceva proprio che in Permasteelisa per fare carriera non bastava essere figli del fondatore. Rimasi molto sopreso.
    Saluti
    Luigi Ferro

  5. Stefano dicono:

    @luigi

    sono anch’io del partito della meritocrazia. ho vissuto negli stati uniti e ho beneficiato delle opportunità di quel paese. in francia ho frequentato una di quelle grandi scuole che abravanel cita come esempio. so che il nostro paese deve disperatamente diventare più meritocratico.

    il problema è un altro: vogliamo davvero aumentare la meritocrazia dentro al nostro sistema paese? se questo è l’obiettivo, misurare il nostro stato di salute calcolando la distanza che ci separa dal modello delle ivy league può solo generare frustrazioni.

    credo di più alla ricetta di allargare i campi in cui la meritocrazia già oggi sembra essere un dato consolidato. cesare dice che il problema è il pubblico. è vero. vogliamo introdurre meritocrazia nel pubblico? difficile farlo con un esamino perché ci crederebbero in pochi. la storia imprenditoriale di tante nostre regioni ci dice che solo chi rischia (ed è disposto a rischiare anche nel pubblico) ha diritto di andare avanti. nella formula del merito di abravanel la capacità di rischiare non compare.

    quanto ai limiti delle imprese familiari, sono noti a tutti. ma sono proprio i limiti manageriali di queste imprese ad aver fatto la fortuna di tanti spin off di ex dipendenti.

    s.

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  7. Luca dicono:

    Ottimo post! Non conoscevo il tuo blog ma lo metterò subito tra i preferiti.
    Relativamente all’Italia e al cosiddetto modello Nord-Est, è possibile affermare, ex post, che la Terza Italia ha rappresentato davvero un esempio di superamento del fordismo. Molti studiosi della complessità hanno assimilato il modello nordestino alle dinamiche emergenti dei sistemi complessi. Pur in assenza di un chiaro disegno prestabilito, tanti piccoli agenti hanno fatto emergere dal basso un sistema fortemente competitivo basato su distretti auto-organizzati.
    Certo, restando sul Nord-Est, forse quello che manca oggi è proprio una guida, una direzione da intraprendere che poi possa essere cambiata durante il cammino, ma che faccia intravedere un possibile progetto per una proposta dopo il fordismo.
    Considerazioni come “investi poco in ricerca quindi non puoi essere competitivo” sono figlie del pensiero lineare, causa-effetto. L’unica causa è l’investimento in ricerca? No, non credo. Altrimenti noi Italiani saremmo a livelli di Paesi molto meno sviluppati.
    La realtà è … complessa. Non c’è un’unica causa. Ce ne sono molte, concomitanti, interagenti, compresenti. Nella diversità degli approcci, nella transdisciplinarità e nele ibridazioni potremo ancora dire la nostra.

  8. paolo di bella dicono:

    del post di stefano mi colpisce soprattutto l’idea di lavorare con il materiale a nostra disposizione.
    l’imitazione di altri modelli di sviluppo potrebbe generare frustrazione.

    se roberto rossellini avesse preso a modello il cinema hollywoodiano nella sua perfezione formale e organizzativa non avremmo avuto il neo realismo, uno dei più importanti contributi culturali dell’italia nel mondo del dopoguerra.

    la povertà di mezzi, non è una novità, produce stimolo al superamento dello statu quo.
    la ricerca italiana continua, sorprendentemente, a produrre in molti campi scoperte scientifiche importanti e niente affatto marginali per lo sviluppo tecnologico.
    il dipartimento di fisica dell’università di bologna studia da tempo la possibilità di creare nano motori fatti di molecole e il prof. zennoni che guida la ricerca è un probabile candidato al nobel per la fisica.
    non si tratta di eccezioni che confermano la regola. di esempi così se ne possono fare molti.
    però, alla fine, per qualche motivo, tutto finisce nel nulla. i brevetti finiscono all’estero e altri prosperano.
    è la sindrome di meucci del libro di giuliano da empoli.
    sarebbe sufficiente (facile a dirsi) che la parte sana della società imprenditoriale italiana credesse al potenziale generato dalla ricerca italiana.
    finora i nostri governi hanno dimostrato di non credere alle possibilità che il nostro paese può ancora mettere in campo.
    forse una fiorente società imprenditoriale è sinonimo di un mondo più libero e per questo meno controllabile.

  9. Pingback: DestraLab » Il problema è…

  10. Lorenzo dicono:

    Concordo con Stefano, ma non posso che concordare anche con Cesare.
    Comunicare una meritocrazia che passa per l’imprenditorialità andrebbe fatto senz’altro, ma mettendola in contrapposizione forte con ciò che non va nel pubblico.
    Mi capita spesso di fare riunioni con amministratori pubblici o partecipare ad incontri perché fa cool; peccato poi che i signori in questione facciano business con gli amichetti.

  11. Cinzia dicono:

    … e poi, se adduciamo a simbolo della meritocrazia la Permasteelisa guidata da quello str**** di sangue blu che e’ Davide Croff, stiamo freschi…

  12. Thomas dicono:

    Per me una società basata sulla meritocrazia deve passare necessariamente per una scuola (e più in generale un sistema di formazione)che sappia valorizzare i talenti.
    In questo senso non mi vergogno a dire che dovremmo prendere a modello il sistema americano. Da quello che vedo (da qui) gli studenti americani sono abituati alle “competition”; dalla scuola all’università si fanno contest su qualsiasi cosa: la conoscenza della cultura classica, lo sviluppo di nuove idee imprenditoriali, la presentazione di casi di studio… per non parlare delle attività sportive.
    In questi casi la persona (ma più spesso il gruppo) che vince riceve, oltre ad un buon voto un riconoscimento pubblico e un maggiore appagamento personale. Inoltre tutti hanno la possibilità di assistere e valutare la performance degli studenti, in modo tale che sia condivisa la sensazione che chi vince sia veramente il migliore.
    Non come qui da noi, dove il sistema d’istruzione premia a volte i più diligenti, ma quasi mai i più brillanti.

  13. Samuel Mazzolin dicono:

    Oggettivamente, è scontato che il sistema Italia non è meritocratico – forse non lo è mai stato, se guardiamo anche alla nostra storia. Siamo il paese dei campanili e del particulare, del signorotto di provincia e dei presidenti di qualsiasi cosa: tutti vogliono comandare, nel loro piccolo, e sistemare gli amici. Micro e macro (penso alla mafia) strutture di potere che dialogano con le istituzioni, a tutti i i livelli. Dalla religione alla politica, e non è qualunquismo.

    Ma continuare a raccontarcelo non aggiunge tasselli utili alla risoluzione del problema. E’ la solita storia: puoi essere in gamba (nel lavoro come all’università), ma spesso è più importante chi conosci piuttosto che chi sei e cosa sai fare; e molte persone che “conoscono e si conoscono” fanno da tappo a talenti validi, in tutti i campi.

    Per quanto difficile sia, la scommessa diventa riuscire a farcela in QUESTO sistema, perchè sognare condizioni che non ci sono porta solo alla frustrazione. Poi possiamo raccontarcela di quanto bello SAREBBE – ma intanto non è – e perdiamo di vista la realtà.

    Una provocazione: in mancanza di una mappa precisa e di regole del gioco chiare – oppure inapplicate per i motivi di cui sopra – forse è meglio utilizzare una bussola per le proprie scelte, che sappia scremare in modo netto cosa è lecito e cosa non lo è, cosa è giusto e cosa non va bene. Avendo ben chiara la propria scala di valori, scegliendo se decidere di andar via a testa alta, sempre, o di adattarsi a quelle stesse dinamiche che, a parole, tutti condannano.

    Voi da che parte state? L’italiano medio, purtroppo, è la classica persona che fa l’elenco dei difetti agli altri ma chiude gli occhi sulle proprie furbate, mentre coccola il baroncino di turno perchè gli conviene.

  14. LivePaola dicono:

    Grazie Stefano per il link… Nel frattempo, è arrivato anche il blog Meritocrazia:
    http://www.meritocrazia.com/
    Credo che a Roger interesserebbero le tue considerazioni sulla meritocrazia che passa per l’imprenditorialità: usa i commenti al blog per inviargliele, potrebbe nascerne una discussione interessante.

  15. Hijada dicono:

    E di grazia chi dovrebbe decidere chi merita?
    e con quale logica?

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