Il futuro di Venezia (e quello dei suoi creativi)

L’ultimo numero di NordestEuropa è dedicato al rilancio di Venezia. Lo so, l’argomento non è proprio una novità. Anzi. Eppure questa volta abbiamo provato a cambiare prospettiva. Il problema, ci siamo detti, non è salvare Venezia (che probabilmente non è mai stata così ricca), ma capire come riconciliare il Nord Est dei distretti e delle piccole imprese con la città capitale del Veneto. L’operazione non è né semplice né scontata. Ma è necessaria. Soprattutto perché dietro al rilancio della capitale ci sta la scommessa di un terziario innovativo che, nonostante la robusta retorica del capitalismo della conoscenza, stenta a dire la sua nelle stanze che contano.
Le differenze fra Venezia e il Veneto hanno origini lontane. Venezia ha privilegiato l’economia della rendita; il Veneto è cresciuto grazie a progetti imprenditoriali. Venezia ha privilegiato il ruolo della grande impresa e del turismo; il Veneto ha fondato il suo sviluppo su piccole imprese e manifattura. Differenze strutturali, culturali, “genetiche”, che hanno contribuito al distacco fra una capitale percepita sempre più come amministrativa e un territorio policentrico per definizione.
Perché provare oggi a riattacare quello che la storia ha diviso? Principalmente perché l’economia del Nordest ha bisogno di Venezia per aprirsi al mondo e per dare nuovi significati (quindi nuovo valore) alla propria tradizione manifatturiera. Certo, c’è Milano, ma è difficile immaginare un Veneto post-industriale lontano da Venezia. Perché Venezia è un biglietto da visita formidabile per organizzare attività di comunicazione su scala globale; perché la città è uno scenario unico per attirare interlocutori e per proporre progetti all’attenzione del mondo.
L’aggancio di Venezia al Veneto, va detto, non è un processo scontato. I nuovi pontieri fra laguna e terraferma sono in sofferenza. E’ vero che le intraprese a sostegno della Collezione Guggenheim sono un successo; è vero che la Fondazione Buziol ha aperto le sue attività proprio a Venezia. In generale, però, la famosa classe dei creativi, quell’insieme di professionisti, designer, comunicatori, architetti del web, informatici e consulenti che oltre oceano viene identificata come la classe emergente nel capitalismo prossimo venturo, a Venezia si sente spremuta fra la rendita immobiliare e gli interessi di grandi gruppi internazionali. Andrea Casadei, fra gli animatori dell’associazione 40x Venezia, ha detto che in laguna la classe media è a rischio estinzione. Il disagio non riguarda solo le professioni del futuro ma, più in generale, quel terziario della conoscenza che si sente sempre più all’angolo nonostante tutta la retorica della società della conoscenza.
Sarebbe ingenuo pensare al caso veneziano come la solita anomalia lagunare. Ho imparato che Venezia non è altro dall’Italia in cui vivo; spesso, è semplicemente la sua esasperazione.

Stefano

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11 Responses to Il futuro di Venezia (e quello dei suoi creativi)

  1. Giorgio dicono:

    Credo che uno dei possibili punti di partenza per il recupero dei creativi (e non) potrebbe essere il ripensamento del tessuto universitario. Per molti Cà Foscari è ancora Cà Foscari ed “economia a Venezia”, diciamocelo, suona ancora bene. L’intuizione di regalare agli studenti un corso di marketing e comunicazione è stata positiva perchè libera in parte dal rischio disoccupazione dei troppi comunicatori e nel tempo stesso fornisce competenze interessanti. Se Padova però accoglie a braccia aperte i propri studenti cercando di trattenerli oltremodo, Venezia è un flipper che rimbalza lo studente subito dopo la lezione favorendo il pendolarismo (anche con la sede di economia vicino alla stazione) e non incoraggiando lo studio stanziale, forse in nome del ROI (i turisti pagano di più) o del NOI (un campanilismo che si ferma prima di mestre e non è per nulla celato negli occhi dei vecchi delle calli). Venezia sopporta, non accoglie, è vero che quando “adotta” tutto diventa bello e da scoprire ma alcuni meccanismi andrebbero di certo rivisti e non mancano i crativi pronti a dare una mano (penso a TheRuyi e molto altro).

  2. paolo di bella dicono:

    qualcosa che ho imparato (abbiamo) negli ultimi anni è che l’italia è proprio un mondo a parte almeno dalla caduta dell’impero romano. ma senza spingerci troppo in là ci dobbiamo interrogare sui perchè quello che in altri paesi sarebbe solo una oculata gestione della cosa pubblica da noi diventa insanabile dissidio.
    come dice stefano venezia, come napoli, non è un ecosistema diverso dal resto del paese, non è, per così dire, riserva indiana: è il paese.un ginepraio di contraddizioni all’interno del quale, forse, abbiamo capito che è meglio non cercare di venirne a capo.almeno con i tradizionali strumenti della razionalità e del buon senso comune.
    intendo dire che la buona amministrazione, ma sono i fatti che lo dimostrano, arriva fino a un certo punto. poi il meccanismo si inceppa.
    per esempio: avrebbe senso un massiccio intervento dello stato per un programma edilizio in centro storico per alloggi a buon prezzo onde favorire l’integrazione nel tessuto sociale di tutti quei giovani brillanti che vorrebbero vivere in laguna? dopo tutto non si tratterebbe di grandissimi numeri.
    come si intende, neppure troppo velatamente dal post di stefano, gli interessi del partito della rendita, che compone del resto la stessa compagine che amministra la città, non sembra essere propensa a perdere i propri privilegi ormai costretta com’è in un pre rigor mortis che inibisce qualsiasi prospettiva su un futuro che oltrepassi la propria aspettativa di vita. e questo è uno dei mali del nostro paese e in questo senso, è vero, venezia ne rappresenta una esasperazione.
    il lancio di venezia come vera città capitale non passa attraverso, dunque, un rilancio del buon governo, inteso come capacità amministrativa dello stato e degli enti locali di programmare il futuro della città. sarebbe come dare un senso razionale a ciò che nel mondo contemporaneo razionale non è più, una città senza auto, senza parcheggi, senza super mall.
    Fuori dall’operare razionale però l’amministratore intravede solo la morte del sistema perchè il reticolo di norme nel quale opera è una maglia di acciaio che lo ingabbia.

    bisogna spostare il ragionamento al livello che sta al confine tra il sogno e l’immaginazione.
    non possiamo certo aspettarci tutto questo da anche bravi amministratori o da rispettabili rentiers.
    ora, l’unica chance che abbiamo è il mondo che la nuovissima società imprenditoriale sarà capace di costruire.
    dalla politica, dalle istituzioni, università compresa, in questi mondi di confine tra il passato remotissimo e un precario futuro, tuuto quello che ci possiamo aspettare è che almeno, non si mettano i bastoni tra le ruote.e non è affatto scontato.

  3. Vladi dicono:

    Cara Venezia,
    Confesso: le tue sorti non mi hanno tolto molti minuti di sonno negli ultimi 31 anni. Credo di essere uno dei figli del lungo addio tra te ed il resto della provincia (vengo da li’). Ti frequento per lavoro, tu mi sopporti, come diceva Giorgio un po’ piu’ su. Oggi mi chiedi di (ri)diventare la mia capitale, la capitale del Veneto. Parliamone.

    C’e’ chi dice che il Veneto non puo’ rinunciare a te, sei uno straordinario biglietto da visita. E’ vero, lo sappiamo da tempo. Anch’io, parlando con donne e uomini dell’estero, dico che abito near Venice: fa chiarezza e fa chic. Lo fanno anche gli imprenditori di provincia coi loro fornitori e clienti per gli stessi motivi. Cio’ non toglie che nel quotidiano ti continuiamo a sentire distante. Ti uso in alcune occasioni, Venezia: sei un’etichetta che mi fa comodo.

    Sei stra-ordinaria e mirabolante, lo riconosco: biennale, guggenheim, mostra del cinema. Questa tua straordinarietà ha già un pubblico, folto, internazionale e che conta. E’ vero, alcuni imprenditori del nord-est, quelli piu’ sofisticati ed attenti, vengono da te e si innestano in questa straordinarietà, mescolano arte e tecnologia, respirano cose nuove. Ottimo. E necessario direi. Cosi’ facendo sei un trampolino internazionale per l’imprenditorialità di cui andiamo fieri, ma continui a non esercitare forza centripeta sul resto del territorio, su tutti gli altri. Ho bisogno anche di ordinarietà, di sentire che pensi anche a me. Che cosa hai da offrirmi, Venezia? Te lo chiedo, sincero, perchè non mi è chiaro: tu e i veneziani non lo fate capire molto bene.

    Vuoi diventare importante nella geografia del mio quotidiano e sono disposto anche a concedertelo, ma lo sai, non sono Arnault, un turista o Renzo Rosso. Sai credo di aver potenzialità, credo di poterti dare qualche cosa. Ma prima di esplorare arte e tecnologia in un padiglione alla biennale credo di aver bisogno di acclimatarmi, di sentirmi a casa, di sentirti spazio in cui essere riconosciuto e poter dire la mia. Ti voglio frequentare, Venezia. Anche, soprattutto, post-ufficio.
    Ho l’impressione che il ponte tra Piazza San Marco e Alte Ceccato richieda qualche cosa in piu’ del ragionare intorno ad una tessera di mosaico. E’ un buon inizio, ma tu vuoi essere capitale dell’intera regione che sta di la’ da Piazzale Roma: c’è bisogno di altro. Son disposto a lavorarci con te, che ne dici?
    Con affetto
    V.

  4. Lorenzo dicono:

    Per quanto mi riguarda, e devo ammetterlo con dispiacere, per chi come me si occupa di creatività e innovazione, Venezia è diventata un meraviglioso ed unico sfondo, un luogo dove la gente viene volentieri, e poco più, come del resto fanno notare Giorgio e Vladi poco sopra.
    I miei clienti sono tutti ubicati, tranne alcuni rari casi, nel nordest o all’estero. I pochi casi che citavo sono realtà internazionali, o aziende e strutture insediate a Venezia ma gestite da persone di fuori Venezia, o entrambe le cose combinate insieme.
    Vengo da un viaggio a Leeds, dove chi fa ricerca all’interno dell’omonima università ha inventato un tessuto ultraresistente ricavato centrifugando rocce di basalto, e una variazione del velcro per catturare le zanzare portatrici di malaria. Questi ricercatori collaborano con aziende, ma anche con il dipartimento di moda, quello di design e di arti visive, per poter avere approcci multidisciplinari e vincenti. Sto concludendo un workshop, ideato da Marco Bettiol di Venice International University, per il distretto orafo di Vicenza, tenuto da me e da tre artisti visivi per un approccio innovativo al tema del gioiello, del suo design, esposizione e comunicazione. Va da sé che gli orafi hanno fatto propri in poche settimane concetti sofisticati, mentre di contro ho recentemente partecipato a Venezia (insieme a un altra persona che partecipa a questo post) a un incontro dove ci si parlava addosso e dove gli unici presenti erano i relatori.
    La differenza è lampante. Altrove, quando c’è crisi si corre ai ripari, qui si fa finta di niente e si continua a vivere di rendita, continuando a rosicchiare ciò che rimane mentre la barca affonda.

  5. gino dicono:

    Nessun imprenditore è disposto a sostenere i maggiori costi che comporta Venezia solo per “stare in città”.

    Faccio un esempio concreto; gli infermieri e medici che lavorano all’ospedale di Venezia, con il loro “normale” stipendio, non sono in grado di pagare l’affitto per un normalissimo appartamento in città.. sono quindi obbligati a vivere altrove e fare i pendolari. Il problema fondamentale di Venezia, è il costo degli immobili… siamo alla follia.

  6. Stefano dicono:

    Non credo che la fatica di vivere a Venezia derivi solo dal costo delle case o dal prezzo dei ristoranti. Credo che ci sia qualcosa di più profondo che fa bollire il sangue a un’intera generazione. Ha a che fare con una promessa non mantenuta.

    Quando mi sono laureato, all’inizio degli anni ’90, ho visto nascere il parco scientifico e tecnologico. Ho visto cresce i palazzi fra Mestre e Marghera e ho creduto alle promesse di quelli che mi dicevano che il terziario dell’innovazione e delle nuove professioni avrebbe guidato la città. A quasi vent’anni di distanza, il parco è cresciuto, ci lavora un sacco di gente, ma la classe dei creativi è ancora nel limbo. I nuovi mestieri non hanno status (di fatto, molti di questi sono assimilati al precariato), i soldi non sono granché, e il peso politico delle nuove professioni è quasi nullo. Certo, ci si diverte, ma chi ha messo su un bed and breakfast ha guadagnato di più e spesso ha rischiato di meno. I servizi tradizionali (turismo in primis) ha superato alla grande il terziario “avanzato” che immaginavamo avrebbe presto guidato il paese.

    Per questo, credo, c’è tanta insofferenza verso la città. Perché (per riprendere l’immagine di vladi) è una bella donna che ha snobbato il tipo intelligente e occhialuto per salire sulla mercedes del bello della classe.
    C’era da aspettarselo, si dirà. è vero, a pensarci col senno di poi.
    s.

  7. Lorenzo dicono:

    Scusa Stefano se remixo la tua metafora, ma la bella donna ha snobbato la persona carina e per bene per salire sul Suv del Briatore di turno, secondo me.

  8. Lorenzo Pezzato dicono:

    Forse bisongerebbe affidare la gestione della Città ad una Giunta composta esclusivamente di stranieri sotto i 35 anni, magari riservando l’incarico di Sindaco ad un veneziano residente.
    E’ ovvio che il problema-Venezia non è risolvibile intervenendo semplicemente a livello comunale, ma serebbe un inizio.
    Trovo poi che il discorso sull’ambiente universitario sia demodè, Venezia non può e non deve diventare una città a prevalente vocazione universitaria, perchè gli studenti non sono tra i soggetti che le possono ridare vita, come non lo sono i turisti. Queste ultime sono due categorie che aggiungono valore alla città, ma il valore aggiunto si definisce tale perchè si aggiunge ad un altro valore. Il valore di Venezia -come delle altre città- sta nella popolazione che la abita, che la vive, che riempie i vicoli ed i campielli con le storie della propria famiglia che si perdono in cognomi antichi, che rimandano alla notte dei tempi, sta nel negoziante che ritiene normale dover pompare l’acqua che gli ha invaso il negozio, perchè è un gesto che in quel luogo si compie da generazioni.
    Se Venezia manterrà al proprio interno questo tipo di linfa energetica, allora sopravviverà, altrimenti i nostalgici come noi si troveranno a piangerne le spoglie più di quanto non si faccia ora, quando passando per Rialto non si può fare a meno di notare che i veneziani sono in via di estinzione, e nell’inutilità sta naufragando anche la loro classe politica.

  9. Max dicono:

    Ah, Venezia.

    Comodissimo “brand” geografico per spiegare da dove vieni nel mondo.

    Scomodissima citta’ dal punto di vista logistico – per chi abita in “campagna” (ovvero il resto del Veneto) andare ad un incontro di lavoro a Venezia significa mezza giornata andata, neanche si dovesse affrontare la Tangenziale Nord a Milano.

    I problemi sono le case ad affitto alto e i lavori a stipendio basso? Certo. Qui nella “Venezia del Nord” dove abito da ormai piu’ di un anno la “classe creativa” si lamenta: con i soldi di un anno di affito ad Amsterdam si compra un appartamentino nella ex-Berlino Est. Ah, Berlino, dove puoi affittare un monolocale per 100 Euro al mese per andarci a scrivere o a dipingere, e una galleria d’arte all’Hackesher Markt costa 150 Euro la settimana.
    Fate i conti: un paio di opere vendute all’anno, e ci sta pure lo stipendo part-time (e onesto) per la studentessa che vi tiene aperto l’atelier mentre andate a fare la spesa.

    Pero’, dopo aver letto l’ottimo articolo di Stefano, che ben fotografa la situazione, ho voglia di fare una piccola provocazione, ricordando il discorso di insediamento di JFK alla Casa Bianca e quella sua famosa frase, “Don’t ask what your country can do for you, but what you can do for your country”.

    E proclamare:

    “Creativi veneziani!
    vi siete stufati delle “gondoete” e del “Murano Glass”? Inventatevi un nuovo modo di comunicare la vostra citta’. Non solo ve ne sara’ riconoscente, ma potrete contare anche su una decina di milioni di potenziali clienti all’anno!!! Non domandatevi cosa Venezia puo’ fare per voi, ma cosa voi potete fare per Venezia! (Cribbio!) ;-)”

    Una volta i turisti che venivano in Olanda compravano bulbi di tulipano, zoccoli di legno e modellini di mulini a vento. Adesso, preferiscono i gadget very stylish di http://www.iamsterdam.com, pluripremiata campagna pubblicitaria del comune, affidata a Wieden + Kennedy, per comunicare in modo nuovo questa citta’…

    e’ possibile, o e’ ancora un’utopia?

    MB

  10. Stefano dicono:

    max
    mi fa piacere sapere che i nostri lamenti non sono poi così isolati. mi fa piacere sapere che a amsterdam si invidia la ridente berlino con gli appartamenti a 100 euro. perché se c’è una cosa che temo è la retorica dell’unicità ( di Venezia, di Firenze, di Roma, di Cortina, di Marostica, etc.etc.) che è poi il lasciapassare del piagnisteo.

    quanto al kennedy del “uòt iu chen do for ior countri”, sai bene che facciamo del nostro meglio. non so se è abbastanza. in gergo giuridico direi che garantiamo un best effort, non il risultato finale.

    comunque grazie di questi commenti da lontano. ci fanno sentire meno soli.

    s.

  11. max dicono:

    Caro Stefano,

    si potrebbe dire “All the World is Country”, ovvero “tutto il mondo è paese”, ma a Venezia tradurebbero “tutto il mondo è campagna”. 😉

    Son sicuro che grazie anche al vostro (nostro?) best effort alla lunga le cose cambieranno.

    MB

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