Fine della politica industriale?

Charles Sabel, uno dei più importanti scienziati sociali a livello internazionale, nella sua keynote al convegno organizzato dal DRUID, non sembra avere dubbi: la politica industriale, così come la conosciamo, non funziona. Non contribuisce alla crescita economica, e quando viene applicata non riesce a sostenerla nel tempo. Paesi che hanno cercato di seguire alla lettera le indicazioni della Banca Mondiale, il cosiddetto Washington Consensus non si sono sviluppati, altri che invece hanno ignorato questi suggerimenti hanno conosciuto uno crescita molto sostenuta (Brasile, India, Cina). Sabel, da vero guru, spiazza ulteriormente l’audience e si spinge a dire che è la stessa idea che siano necessarie delle pre-condizioni (politiche, economiche, sociali, istituzionali) allo sviluppo e alla crescita economica a non tenere più (reality check). Anzi quello che si nota, continua Sabel, è una sempre maggiore eterogeneità dei modelli di crescita: a seconda delle latitudini cambiano i contesti istituzionali, le leggi, i regimi fiscali ed i diritti di proprietà. Non c’è spazio per la one best way, per un modello unico e preconfezionato di sviluppo economico.
Che fare a questo punto? Sabel propone un modo diverso (opposto?) di leggere questo problema. Invece di occuparci delle pre-condizioni dobbiamo invece concentrarci su quelli che sono le barriere allo sviluppo economico. La crescita, sostiene Sabel, semplicemente avviene ovunque. Il vero problema è che la crescita attecchisce solo in alcune regioni del mondo e non in altre. Il lavoro è quindi nel rimuovere gli ostacoli. Sapendo che questo tipo di attività non può seguire regole universali ma deve essere realizzata nella pratica, in relazione alla caratteristiche del contesto locale. Sabel cita la Cina: ”i cinesi hanno adottato un modello sperimentale, hanno iniziato a rimuovere uno alla volta alcuni ostacoli, e sono riusciti a sostenere lo sviluppo … difficile dire ex-post quali di questi ostacoli fosse quello più rilevante, è stata un combinazione di tutti questi fattori”. Da un modello normativo, basato sulle regole, dobbiamo passare ad uno esplorativo, basato sulla sperimentazione sul campo, nella definizione delle politiche industriali. Attraverso una partnership tra pubblico e privato che consenta la creazione di una nuova generazione di beni pubblici. Per esplicitare meglio questo passaggio, Sabel fa riferimento a quanto sta avvenendo sul fronte della globalizzazione dei processi economici. Il professore della Columbia University sostiene che si stanno consolidando dei nuovi modelli di organizzazione delle relazioni tra imprese che si basano sulla volontà di intraprendere un percorso di innovazione condivisa che si basa sulla capacità di affrontare assieme l’incertezza. Si tratta di forme contrattuali molto flessibili, niente a che vedere con la subfornitura oppure il licensing, in cui gli attori si impegnano reciprocamente a sviluppare nuove opportunità. Con poche certezze sull’esito del processo. Sabel presenta molti casi nei quali questi nuove forme contrattuali stanno funzionando (automobile, computer, farmaceutico).
Se le indicazione di Sabel sono corrette credo che dovremmo rivedere a breve il nostro modo di fare politica industriale. Abbandonando la strada della concertazione per imboccare quella di progetti più sperimentali e flessibili per verificare la reale efficacia di alcuni interventi. Imparando dagli errori commessi. E lasciando spazio all’imprenditorialità.

Marco

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