I nuovi servizi per la crescita italiana

La produttività non cresce. Da anni, non da ora. E non cresce soprattutto nel terziario, che poi è l’unica parte del nostro sistema che si espande in termini di posti di lavoro. Per una volta, dice Stefano, nelle parole dei commentatori, non sono le piccole imprese (industriali) ad essere “cattive”, ma è il settore dei servizi. Le prime sembrano temporaneamente assolte dalle buone performances realizzate con l’export e con la dinamica dell’innovazione di prodotto e di mercato.
Ma i servizi?
Il terziario in passato era definito in base al criterio della non-meccanizzazione di attività ancorate a prestazioni non stoccabili e non trasferibili. Insomma una specie di calderone del lavoro non-moderno e, fino a poco tempo fa, non modernizzabile. Oggi non è più così. L’immateriale delle ICT e dei significati rilanciati dai mass media ha creato fior di miliardari e settori in grande salute in tutti i paesi avanzati. Anche da noi, bisogna dunque distinguere all’interno dei servizi quelli che stanno tuttora nel calderone dei residui non-modernizzabili e quelli che, invece, forse lo erano una volta, ma oggi non lo sono più, o potrebbero non esserlo.
Non bisognerebbe più misurare la produttività media dei settori terziari, ma la velocità con cui, all’interno di ciascuno di questi settori, si sta allargando l’area delle attività modernizzabili e moderne, rispetto a quelle che restano refrattarie ad ogni intervento (a quando una nuova indagine Istat, fatta sulle cose che contano?) I servizi fanno parte delle filiere produttive, che comprendono lavoro manifatturiero (di trasformazione fisica) e lavoro immateriale (di produzione di idee ecc.). Se i servizi non rendono, può dipendere dalla cattiva qualità della filiera, che li paga poco (la produttività Istat viene rilevata non a livello di filiera ma di azienda) perché ha maggiore potere contrattuale o perché non li sa usare, fornendo alle imprese di servizi una domanda di basso livello.
Il “continente servizi”, in realtà, non lo conosciamo. E forse la parola stessa non coglie più l’essenza del problema che oggi è il mix tra intelligenza tecnica (replicativa) e intelligenza fluida (flessibile, creativa). Campi nuovi di applicazione dell’intelligenza tecnica offrono possibilità di espansione, meccanizzazione e replicazione a servizi che in precedenza ne erano esclusi: chiamiamo questo continente neo-servizi, che possono fare passi da giganti con l’impiego di intelligenza tecnica (non solo macchine, ma anche macchine, perché no?) per “servire” clienti lontani, interessati a nicchie di passione o di desiderio particolari, o, semplicemente, molto più numerosi di una volta.
Campi nuovi di applicazione dell’intelligenza fluida possono puntare alla personalizzazione, alla attenzione ai dettagli, alla ricerca della qualità della vita anche produttori che una volta erano interessati ai volumi e basta. Dando ossigeno a quella parte della manifattura che diventa neo-industria. Ossia un tipo di attività che, nella filiera, produce e vende non solo prodotti (materiali), ma anche idee e significati immateriali, che spesso catturano la parte essenziale del valore. Tra neo-servizi e neo-industria non c’è quella differenza radicale che una volta esisteva, anche nella cultura imprenditoriale e nelle cifre della produttività, tra servizi (tradizionali) e industria (standard).
Dunque, per fare le medie, bisogna mettere meglio a punto i confini tra industria e terziario: qualcuno si scandalizza se diciamo che la Geox è un’azienda terziaria (o meglio neo-industriale), non manifatturiera? Dovremmo almeno tri-partire il campo dei possibili modelli di business: terziario tradizionale; industria di massa; e poi, in un campo che è in corso di straordinaria espansione negli ultimi tempi, neo-servizi e neo-industria, affiancati dai servizi connettivi che li tengono insieme (reti). E’ questo terzo campo che ci interessa. Accanto al vecchio che continua a fare il suo mestiere di sempre – con prospettive tendenti al peggio – ci sono potenziali di business veramente grandi nell’applicare intelligenza tecnica (replicativa) a servizi che un tempo erano esclusi dalle economie di scala, grazie appunto a Internet e alla globalizzazione. E ci sono potenziali di business altrettanto grandi nell’impiegare intelligenza fluida che dia maggiore valore a prestazioni un tempo banalizzate, dall’uso di macchine poco flessibili e molto standard, o despecializzate per effetto di sistemi circoscritti di circolazione e scambio delle idee.
Anche in questo secondo caso, le leve per moltiplicare il valore dell’intelligenza fluida sono le stesse: Internet e globalizzazione, ossia le economie di rete che stanno cambiando il mondo. Basta con la coscienza infelice di un capitalismo che lascia andare le cose, e poi si piange addosso perché sembra che gli manchi tutto (dalla tecnologia alle grandi dimensioni di impresa).
Nelle statistiche della nostra scarsa produttività leggiamo le difficoltà che incontriamo nel dare valore alle idee prodotte dal nostro lavoro, ossia dalla nostra intelligenza tecnica e dalla nostra intelligenza fluida. Che ci sono, in potenza, ma potrebbero essere usate meglio. Perché una cosa deve essere chiara: in un mondo complesso e fluttuante, come il nostro, il futuro non si prevede. Si fa. Credendo nelle proprie idee, facendo gli investimenti relativi e prendendosi i rischi che servono.
Ecco il segreto (anche per far crescere la produttività).

Enzo Rullani

ps. per scaricare il saggio completo (5p.) clicca qui: Il mistero della produttività

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