I servizi a caccia di produttività

Il rapporto Istat 2007, presentato al pubblico la scorsa settimana, non ha sollevato particolare dibattito. Peccato, perché il quadro che emerge dal lavoro del nostro Istituto di Statistica propone un’analisi e un’agenda delle priorità di politica economica relativamente diverse da quello a cui siamo stati abituati. Il rapporto ci dice che l’Italia cresce pochino e che il problema principale con cui dobbiamo fare i conti è la crescita della produttività. Fin qui niente di particolarmente nuovo. Il ragionamento si fa interessante quando si propongono le cause del problema. Per una volta non è l’Italia delle piccole imprese industriali a salire sul banco degli imputati: il comparto manifatturiero del nostro paese, dopo anni di faticosa evoluzione, sembra aver  imboccato la strada della qualità, rilanciando l’export e la presenza del made in Italy sul mercato globale. Questa volta, i “cattivi” sono i servizi: il rapporto ci dice che la crescita del settore ha consentito di aumentare l’occupazione ma a scapito della produttività, riproponendo in questo comparto i limiti e le carenze di cui venivano accusate le imprese industriali (dimensione media limitata, scarsa internazionalizzazione).
Provo a riprendere qualche numero del rapporto per inquadrare i termini del problema. Partiamo dal binomio crescitaproduttività. Nel decennio 97-07 la crescita media europea del PIL è stata del 2,9%; quella italiana del 1,4. Insomma, siamo cresciuti, in media, a un ritmo che è metà di quello europeo. Il dato sulla produttività per occupato la dice lunga sulle ragioni di questo scarto: dal 2001 al 2005 (post euro), la produttività europea cresce in media dell’1,8%; quella italiana cala (sottolineo cala) dello 0,4.
Il rapporto Istat non lascia molti dubbi a proposito delle ragioni di questo scarto di competitività. La dinamica della produttività “è stata peggiore proprio in quei settori che sono cresciuti maggiormente: dunque non solo nelle costruzioni, ma anche nelle attività finanziarie e nei servizi alle imprese, tradizionalmente labour- intensive.” (p.55) Per dare un’idea più precisa del ruolo del settore dei servizi nella crescita di questi anni vale la pena leggere un paio di tabelle. In questo decennio la crescita delle imprese di servizi spiega da solo l’intera crescita della popolazione delle imprese (+277k) e oltre metà della crescita dell’occupazione (884k nuovi addetti su un saldo complessivo di 1.725k) (Tab 2.4 pag.63). L’Italia rimane pur sempre un paese a forte vocazione industriale (28,3% degli addetti), ma la strada che ha imboccato in questi anni è diversa. Purtroppo per noi, questo nuovo percorso di crescita non ha ancora trovato soluzioni per mettere in moto meccanismi moltiplicativi adeguati.
L’industria ha dimostrato che l’internazionalizzazione produttiva consente di guadagnare in produttività senza mettere in discussione la qualità dell’export (i dati del rapporto sono confortanti a riguardo). Questa dinamica di internazionalizzazione è molto più problematica per il terziario, meno pressato dalla concorrenza e con dimensioni di imprese più contenute.
Appartengo a quella generazione che è entrata nel mondo del lavoro immaginando che i servizi fossero di per sé il luogo dell’innovazione. Il rapporto Istat è una sveglia soprattutto per coloro che si sono convinti che l’appartenenza alla classe dei creativi mettesse al riparo dalla questione della produttività. Non credo che si tratti si imitare percorsi già avviati in altri contesti nazionali: l’Italia del terziario dovrà trovare un suo modus operandi per diventare più dinamica e più internazionale. Di certo non faremo un gran servizio al paese facendo finta di non aver sentito la campanella.

Stefano

Questa voce è stata pubblicata in Creatività e design, Innovazione, Nuove identità. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

6 Responses to I servizi a caccia di produttività

  1. Pingback: Nord Est Creativo » Creativi in Fuga

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *