Un’agenda per il “designer riflessivo”

SDA Bocconi e Domus Academy hanno organizzato un seminario su innovazione e design. “Economisti” e “designers” (uso le virgolette perché le due etichette sono oggettivamente approssimative) si sono confrontati sul futuro del made in Italy e sul management dei processi creativi. Tutti con molta buona volontà: per fortuna non è più tempo di barricate.
Lato impresa, il design è stato letto attraverso le categorie del management dell’innovazione. Si tratta di strumenti concettuali robusti, in grado di analizzare le trasformazioni dello stile nel settore moda (Cillo e Verona) così come di spiegare quelle ibridazioni fra tecnologie di settori diversi che oggi rappresentano uno dei terreni di elezione su cui si gioca la competitività del nostro made in Italy (Comacchio). Lato design, i rappresentanti di Domus hanno riproposto la figura di un designer capace di andare oltre l’estetica del prodotto, rilanciando l’idea di un professionista del progetto in grado di fare propri punti di vista diversi, da quello del cliente a quello del responsabile della produzione (Genovesi). Insomma, un designer che definirei “riflessivo” perché capace di fare proprie sensibilità e razionalità diverse; un designer che non si limita ad intervenire sull’estetica di un prodotto industriale, ma che è in grado di dare un senso e una direzione all’intero processo innovativo.
Tanta collaborazione fra “economisti” e “designer” non tragga in inganno. Il dialogo non è omologazione. Non è questo l’obiettivo del confronto fra i due saperi. Proprio la storia del design italiano ci parla dell’utilità della dialettica fra cultura umanistica e ragione industriale. La specificità del design italiano è legata alla sua capacità di dare senso a oggetti che l’industria della produzione di massa voleva anonimi e seriali. Il “supplemento d’anima” del miglior made in Italy è stato il risultato di una ricerca estetica che ha evitato a molti prodotti italiani il grigiore della massificazione. Oggi questa attenzione all’estetica e all’ergonomia del prodotto si sta diffondendo anche nella grande impresa, diventando un pezzo importante del management come studio e come pratica.
Per questo, oggi, il “designer riflessivo” ha l’obbligo di aggiornarsi. L’attribuzione di un senso agli oggetti richiede una capacità di esplorazione in più direzioni: quella dell’estetica, certamente, ma anche quella del rispetto dell’ambiente, la riscoperta dell’identità storica, il rispetto del lavoro, la responsabilità sociale. Insomma, la dialettica fra le logiche dell’industria (tecnologia e economie di scala) e il mondo dei significati si sta complicando, e di molto. Se il designer italiano vuole stare al passo con i tempi, la sua capacità critica deve abbracciare saperi nuovi, deve saper interpretare la nostra società da punti di vista diversi. Anche a costo di rinnovare la polemica con le teorie degli “economisti”.

Stefano

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