I distretti al forum dell’Economia

Al Forum milanese per la Società e l’economia aperta (Bocconi e RCS) si è parlato di distretti e globalizzazione. A tenere banco sono state le dichiarazioni di Andrea Pininfarina che, proprio in apertura di tavola rotonda, ha chiarito ai presenti di non credere ai distretti come strumento di politica industriale. Perché? Perché l’emergere di distretti industriali è un fatto spontaneo, che viene sistematicamente “fotografato ex post” e perché “tutti gli esperimenti di creazione di distretti non hanno mai avuto successo”. Gli interventi successivi hanno provato a specificare le differenze fra i distretti che hanno segnato il successo del made in Italy negli anni ’80 e ’90 e i distretti che oggi si confrontano con la globalizzazione (tema del forum). C’è stato un accordo più o meno unanime nell’archiviare un’idea di distretto di tipo tradizionale: più complicato definire che cosa sono oggi i sistemi locali dell’innovazione (che tanto spazio hanno nelle politiche per la competitività a livello europeo).
Dietro all’impiccio linguistico c’è qualcosa su cui riflettere. Nel corso degli ultimi dieci anni il concetto di distretto è stato tirato in lungo e in largo. Sappiamo che i distretti non sono più quelli di una volta: non sono più così industriali (perché la manifattura è stata in gran parte delocalizzata); non sono più così precisamente delimitati a livello territoriale (perché i loro confini si sono rapidamente dilatati); le loro imprese non sono più così piccole (perché alcune sono diventate più grandi). Ha un senso parlare ancora di “distretti”?
Personalmente mi sono espresso a favore di un’operazione di carità linguistica. Non tanto per quello che pensiamo noi abitanti della penisola, ma perché all’estero il concetto di distretto è intimamente legato ai fattori più moderni e più originali dell’economia italiana. Non ritroviamo più il modello pratese in giro per l’Italia – è vero – ma alcuni tratti dell’economia distrettuale hanno dimostrato straordinaria vitalità. La forza imprenditoriale del nostro capitalismo locale (che Pininfarina rivendica con orgoglio), un legame originale con il territorio (Orietta Varnelli ha citato la lezione di Fuà di “una modernizzazione senza fratture”), un’idea di innovazione che salda insieme innovazione tecnologica e valori (ciò che oggi chiamiamo “creatività”).
Mantenere il termine distretto significa onorare uno dei modi in cui l’Italia ha interpretato la modernità. I distretti e le nostre piccole imprese, anche se molto cambiati negli ultimi anni, sono uno dei pochi elementi del contemporaneo italiano riconosciuto a livello globale. Suggerisco di tenere alta la bandiera della nostra diversità.

Stefano

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