Talento da s-vendere o nuovi imprenditori da formare?

Il libro di Irene Tinagli, “Talento da svendere”, recentemente pubblicato da Einaudi, non sembra lasciare scampo all’Italia: un paese che sta smarrendo la capacità di essere protagonista nella nuova fase del capitalismo, legata alla conoscenza e alla creatività. L’allieva di Richard Florida, ricercatrice presso la Carnegie Mellon negli Stati Uniti, smonta punto per punto quello che definisce il mito della creatività italiana, una presunta leadership legata principalmente alla ricchezza del nostro patrimonio culturale. Utilizzando il modello delle 3T (Talent, Technology, Tolerance), l’Italia dimostra performance molto deludenti se confrontate con i paesi più avanzati. Non che i creativi manchino nel nostro paese; la Tinagli stima in 4 milioni quelle figure professionali (21% della forza lavoro) ad alta specializzazione (imprenditori, manager, dirigenti, ricercatori, artisti e professionisti nelle arti liberali) che operano nel nostro territorio. Un dato significativo anche se inferiore alla media Europea che è del 30%. Non è solo la quantità ma è la qualità della nostra classe creatività che desta preoccupazione. La Tinagli sostiene che “la crescita maggiore della classe creativa italiana è legata prevalentemente ad una crescita di piccoli imprenditori e dirigenti piuttosto che alle figure professionali a elevata specializzazione”. Questa componente della classe creativa italiana, se paragonata ad altre realtà internazionali, dimostra il più basso livello di istruzione media. Una creatività molto disorganizzata, non qualificata da percorsi di studio e di approfondimento, incapace di affrontare le sfide della competizione internazionale.
Le ragioni di questi risultati così sconfortanti, sono riconducibili ad un sistema paese in grave difficoltà. Secondo la Tinagli, l’Italia ha perso non solo la capacità di valorizzare i proprio talenti creativi ma è strutturalmente incapace di attrarne di nuovi. Sul banco degli imputati sono chiamati l’istruzione (la società italiana ha uno dei tassi più bassi di istruzione in Europa) e soprattutto il sistema universitario: poco internazionale, corporativo e non meritocratico. Risultato? I nostri cervelli migliori vanno all’estero e la percentuale di studenti stranieri nelle nostre università è quasi zero.
Se prendessimo per buona l’ipotesi della Tinagli, l’Italia sarebbe un paese con poche vie di uscita dalla crisi. Quello che però sorprende nel caso italiano è che nonostante questi indicatori (creativity index così come innovation scoreboard) siano generalmente molto negativi, il nostro sistema economico dimostra una capacità superiore alla media nell’innovare non tanto nella dimensione tecnologica del prodotto quanto in quella dei significati (market-driven innovation). Una capacità che si basa su un modello di innovazione fortemente imprenditoriale che combina variabili tecnologiche con l’estetica, la cultura, la sostenibilità ambientale, difficilmente catturabile dai modelli statistici abituali. Si tratta di un approccio al tema dell’innovazione che ha garantito alle nostre medie imprese una forte capacità di tenuta sui mercati internazionali. Questo modello di innovazione, basato sull’interdisciplinarietà e sulla dimensione imprenditoriale, merita di essere valorizzato soprattutto a livello di formazione universitaria. Non basta infatti avere a disposizione bravi creativi perché si possa sviluppare un’economia della creatività. E’ necessario trasformare questo potenziale cognitivo in prodotti e servizi capaci di incidere sui mercati internazionali. Per farlo servono competenze imprenditoriali: capacità di formulare una visione del mondo e prendersi dei rischi. Creatività ed imprenditorialità sono più strettamente legate di quanto si pensi. Da questo punto di vista, l’Italia non parte svantaggiata e ha l’occasione per qualificare questo nuovo approccio all’innovazione e alla creatività.

Marco

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