Qualità post-industriale

Domenica scorsa, Repubblica ha riproposto il discorso con cui Claude Lévi-Strauss ha salutato il premio Nonino ricevuto più di 20 anni fa. E’ un discorso sul lavoro manuale e sulle specificità della cultura italiana. Pagine tutt’altro che superate.
“Dopo l’avvento della civiltà industriale, il lavoro è diventato un’ operazione a senso unico, nella quale l’ uomo – lui solo attivo – modella una materia inerte, e le impone sovranamente le forme che le convengono”. L’artigianato (il lavoro manuale) non ha le stesse regole. L’artigiano sa di dover rinnovare con la materia un “rapporto di seduzione”, attraverso la “dimostrazione di una familiarità ancestrale” fatta di cognizioni, di ricette, di abilità manuali trasmessi da generazione in generazione.
Leggevo le pagine di Lévi Strauss e ripensavo a una conversazione con Giovanni Bonotto. Bonotto mi ha convinto che, nel tessile, il concetto di qualità totale va ripensato. La qualità totale immagina di poter annullare la varietà della materia prima che entra a far parte di un processo produttivo. In realtà, dice Bonotto, pensare di sopprimere questa varietà è sbagliato. Rispettare questa varietà (“sedurre la natura”, direbbe Lévi Strauss), significa accettare il dialogo con il mondo che ci circonda.
Tutta la storia della produzione di massa, dalla seconda rivoluzione industriale in poi, è il tentativo di annullare la varietà che la natura propone. Gli studiosi di organizzazione hanno parlato, a ragione, di una strana forma di apprendimento nelle fabbriche moderne: di solito associamo all’idea di imparare l’idea di variare i nostri comportamenti sulla base della varietà degli stimoli che riceviamo. Nell’industria moderna succede più o meno il contrario. Imparare (come ci hanno spiegato i libri sulla qualità totale) significa stabilizzare un output anche in quei contesti in cui la qualità e la provenienza delle materie possono essere molto diverse.
Se vogliamo davvero far emergere una sensibilità ecologica nel nostro modo di produrre (obiettivo condiviso dai più), dobbiamo sforzarci di imparare diversamente; dobbiamo costruire una nuova idea di qualità, capace di farsi carico della varietà che la natura porta necessariamente con sé. Certo, essere ecologici significa risparmiare energia e riciclare materiali. Ma significa anche ripensare un rapporto diverso con ciò che chiamiamo materia prima.
La tradizione italiana del cibo, del legno-arredo, della tessile e dell’abbigliamento ha sempre avuto – lo ricorda Lévi Strauss – una “collaborazione con la natura” (attraverso il lavoro manuale) che oggi possiamo rivalutare. Non parlo di rilanciare improbabili istituti professionali per artigiani che cuciono scarpe o battono il ferro (quelle non le vuole più nessuno). Questo significherebbe tornare indietro. Suggerisco, invece, di provare a immaginare un’idea compiuta di qualità post-industriale, in grado di legare insieme in modo originale estetica e sostenibilità.
E’ una sfida impegnativa, ma credo che il nostro made in Italy dovrà farsene carico.
Stefano

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7 Responses to Qualità post-industriale

  1. Giorgio dicono:

    Non so se è giusto partire da qui ma segnalo questo caso che mi sembra senza dubbio interessante http://www.le-dd.com

    Giorgio

  2. Claudio dicono:

    E’ indubbiamente una questione di visione: una parte del mondo ritiene che il genere umano debba “condizionare” la natura imponendosi su di essa, un altra parte ritiene che la natura debba essere assecondata, quindi, trae ispirazione e forza dalla natura stessa.
    Evidentemente, il vorticoso sviluppo scientifico, tecnologico ed economico avviato a partire dal dopoguerra ha indotto il mondo occidentale a ritenere di potersi imporre sulla natura tanto da impostare un modello si sviluppo basato sul “consumo crescente indefinito”, quantitativo, standardizzato, necessariamente appiattito. Oggi la natura ci sta lanciando dei chiari segnali per farci meditare sulla opportunità o meno di proseguire su questa strada.
    Che sia arrivato il momento giusto per “imparare” diversamente?
    I presupposti ci sono: si chiamano “crisi”.
    Crisi economica, crisi ambientale, crisi di valori, crisi di identità.
    E come ogni crisi, oltre agli effetti negativi, è foriera di nuovi stimoli e nuove energie per il cambiamento.
    Ora la domanda sorge spontanea: quanti sono consapevoli di questo? Quanti sono disposti ad abbandonare la via vecchia per quella nuova? Chi si assume l’onere e l’onore di guidare questo processo e in che modo può farlo?
    Dietro il nostro “Made in Italy” ci sono persone.
    Persone che devono pensare, condividere, collaborare agire in modo sostanzialmente diverso da quanto fatto fino ad oggi.
    Il cambiamento non avviene di per se ma necessita di “pionieri”.

  3. paolo di bella dicono:

    secondo marx non è ciò che si produce che determina e costituisce il mondo bensì sono i metodi di produzione che stabiliscono la struttura della società.
    paradossalmente se tutti fossimo in grado di scolpire la vittoria di samotracia ma la producessimo in serie ci troveremmo nella stessa condizione di alienazione dell’operaia cinese che stampa relais in catena di montaggio.
    la sfida che stefano ci propone va al cuore del problema che riguarda lo stesso stare dell’uomo nel mondo contemporaneo proprio nel momento in cui si focalizza sull’attività di un continuo conoscere attraverso l’attività di produzione e trasformazione della materia e, dunque, del mondo.
    è evidente che non ci interessa un artigianato di massa per ovvi motivi.
    ci interessa però capire se il processo di sottrazione continua a cui sottoponiamo la natura per assecondare il nostro fine ultimo, che è il dominio di questa, non possa trovare compimento all’interno di un processo di creazione/distruzione/creazione in perenne divenire.
    potrebbe essere la strada per sovvertire le antiche profezie: l’uomo che si fà dio al prezzo della distruzione della natura e, infine, di se stesso.

  4. qualita’= tempo .
    infatti fino a ieri tutti gli industriali tessili hanno cercato di comprimere il tempo di produzione “alleggerendo” i processi di tutte quelle operazioni apparentemente insignificanti , ma che invece, riunite tutte insieme conferiscono al prodotto una energia speciale…e cosi’ nella crociata della velocita’ abbiamo perso tantissime qualita’ “organolettiche” dei tessuti che si sono appiattiti e i famigerati cinesi comperando le stesse macchine (per giunta nuove e quindi piu’ performanti…) ci hanno bastonato.
    invito gli imprenditori a fare la ricerca sui processi tecnologici e riappropriarsi delle vecchie tecniche artigianali rendendole pero’ contemporanee… e’ qui la scommessa… i managers spesso operano avulsi dal “fare” e credono ancora che il PRODOTTO sia COMUNICAZIONE (questo e’ il grande errore) e gli artigiani non hanno la “visione” e implodono in loro stessi.
    IL NUOVO DESIGN E’ LA TECNOLOGIA ROMANTICA>

  5. lucia dicono:

    Avrei associato più facilmente il discorso di Levi-Strauss ai post sulla nostalgia: Levi-Strauss impersona perfettamente la visione romantica dell’antropologo a caccia di culture incontaminate che sono sempre più difficili da trovare…
    La sua idea romantica è che, se le culture incontaminate- dove l’uomo aveva un rapporto diverso con la natura e dove il lavoro era associato a pratiche religiose e rituali- non esistono più, allora occorre difendere e conservare ciò che scompare: “Non dovremmo forse andare ancora più in là e, non contenti di conservare i risultati di quei modi di produzione arcaici, sforzarci anche di tutelare gli insostituibili savoir-faire grazie ai quali quei risultati furono acquisiti?”. Certamente le tradizioni vanno conservate; il passato ci serve, rappresenta la nostra storia, e la nostra storia costituisce parte della nostra identità. Come dice Ferrarotti: “Noi siamo ciò che siamo stati, anzi ciò che ricordiamo di essere stati”. Il problema sta nell’idealizzazione di un passato (o di culture) dove, teoricamente, si stava meglio. Ma ne siamo così certi? Il lavoro manuale – quello che spacca la schiena, non quello che si fa per hobby- e questa natura a cui bisogna sottostare, sono stati veramente una meraviglia? Ne dubito.
    Certo, anche l’apprendimento come stabilizzazione, come routine, non è una meraviglia. La routine ci fa risparmiare energia ma uccide la creatività.
    E allora? Come possiamo ripensare al lavoro come ad una attività creativa (perché poi in fondo questo dice Levi-Strauss, non per niente parla di lavoro manuale simile al lavoro del pensatore e dello scienziato), soddisfacente, seducente (mi piace questa idea di un lavoro che seduce, che affascina, che porta altrove…)?
    Come dice Stefano è una questione di rapporti (non solo con la natura, intesa come materia prima, ma anche con la natura intesa come rapporto umano) e, come dice Bonotto, di tempi. I nostri tempi sono asfissianti e i nostri rapporti frettolosi. Imparare dal passato ( o da altre culture) senza idealizzarlo, significa re-interpretare, con gli occhi del presente, tradizioni e modus operandi antichi, senza dimenticare che non si può tornare indietro (né pensare che questo sarebbe auspicabile, perché altrimenti torniamo ad essere nostalgici…). Credo che esistano due possibili posizioni: la prima è di apertura e disponibilità all’ignoto senza dimenticare il passato, la seconda è di chiusura e difficoltà ad immaginare di poter tenere insieme il passato (che rappresenta il consueto) e l’ innovazione (che rappresenta l’inusuale e quindi di per sé spiazzante). Per la prima posizione ci vuole coraggio e forse anche un po’ di incoscienza, la seconda non necessita di grandi sforzi, se non quelli del conservare.
    Io resto convinta che nella vita, come nel lavoro, occorre trovare il tempo e la voglia di osservare e farsi sedurre da quello che ci sta intorno, natura e esseri umani, con un atteggiamento che lasci la porta aperta alla serendipity…

  6. Matteo dicono:

    Non sono d’accordo sul fatto che Strauss rappresenti un’idea romantica del lavoro, o meglio, che il romanticismo vada superato. C’è sempre una certa tendenza ad interpretare l’evoluzione dei sistemi economici come un susseguirsi di modelli l’uno alternativo agli altri, come se stessimo osservando un processo di sedimentazione nel quale ogni epoca successiva ricopre e nasconde alla vista quella precedente. Preferisco pensare ad un sistema bipolare, artigianalità da una parte, industrializzazione scientifica dall’altra, e il sistema economico come il frutto del continuo oscillare tra questi due poli. In entrambi i modelli la conoscenza ha un ruolo fondamentale, ma opposto, come ha ben descritto Stefano: apprendere e assecondare la natura, da una parte; dominarla e ridurne la varietà dall’altra. L’una sfrutta le economie di varietà, l’altra economie di scala. Lasciare operare solamente le economie di scala ha vantaggi economici immediati ma porta alla distruzione dei sistemi naturali, in definitiva del “mondo”. Del resto un’economia esclusivamente artigianale non è più pensabile. Non credo però che questi due poli si debbano solo ibridare, bensì trovare anche il giusto mix all’interno di uno stesso sistema economico. In alcuni settori assistiamo ad organizzazioni delle produzioni molto simili al modello fordista, in altre a quello del laboratorio artigianale. Credo però che l’approccio alla varietà di quest’ultimo debba prevalere sul primo. Questo processo è ben evidente in tutte le principali filiere della sostenibilità: in agricoltura, il metodo biologico sfrutta al massimo le varietà locali di piante, antiparassitari naturali, climi, terreni, risorse idriche, materiali di supporto, mentre il metodo intensivo tende a standardizzare le colture e a rendersi indipendente da variazioni, attraverso concimi e fertilizzanti chimici o organismi geneticamente modificati. Nell’edilizia, le costruzioni in bioedilizia massimizzano le risorse locali di energia (apporti solari, impianti solari termici e fotovoltaici, eolico, biomasse, geotermia, ecc.), acqua, materiali naturali disponibili in loco, e la costruzione di ciascuna abitazione è realmente un processo artigianale, mentre l’edilizia tradizionale persegue ancora l’industrializzazione del processo e dei materiali con conseguente forte consumo di risorse. Nel trattamento dei rifiuti il riciclaggio spinto mira a recuperare ciascun singolo materiale nei modi più impensabili e con il costante intervento dei “selezionatori” (interessante l’articolo sul centro riciclaggio di Vedelago su Nova di oggi), mentre il termovalorizzatore tende presuppone solo una blanda differenziazione, e produce alla fine comunque dei rifiuti. Nel design si parla sempre più spesso di biomimicry, ovvero di imitazione dei processi e delle strutture presenti in natura per la concezione di nuovi prodotti. Quello che è interessante notare è che più ci si spinge verso la sostenibilità, più si tende a chiudere i cicli e a non generare costi esterni. E questo è sempre più premiante anche dal punto di vista economico, a seguito di una crescente scarsità di risorse e aumento dei costi.
    Non vedo invece un particolare nesso con l’estetica: io continuerei a lasciare alla soggettività e al gusto personale la scelta di forme ed aspetto. Quello che va introdotto però è un limite alla trasformazione della natura per renderla sostenibile. Detto questo ci sono soluzioni esteticamente molto belle sia che si cerchi di imitare o di dominare la natura. Ciò che va indissolubilmente legato alla natura, come si è detto anche qui, è invece il tempo. I prodotti devono durare di più, e per far questo occorre uscire da un’ottica di crescita infinita di produzione e consumo sempre più veloci. Oltre che per l’ambiente, questo è un danno per la qualità stessa.

    Esiste un caso particolarmente istruttivo nel cuore del Nord Est, già citato anche in questo blog: Valcucine di Pordenone. Sintetizzando al massimo: il principio cardine è la sostenibilità del prodotto (ambientale, sociale, economica). L’obiettivo è la durata del prodotto, che deve essere la maggiore possibile. Il prodotto alla fine deve poter essere riciclato totalmente, e nel complesso l’impatto del processo dalla culla alla tomba deve tendere al minimo possibile. Ogni attività aziendale è improntata a questo:
    – riduzione della quantità di materiale utilizzata
    – disassemblabilità e riciclabilità dei materiali a fine ciclo
    – ergonomia e funzionalità (andate a vedere l’attenzione per particolari come l’effetto del vapore in uscita dalla lavastoviglie sul piano cottura)
    – personalizzazione del prodotto e rifiniture artigianali per renderlo meno soggetto alle mode
    – progetti di riforestazione per compensare i consumi di materie
    – probabilmente (non ne sono al corrente) continua attenzione all’efficienza di processo nell’uso di risorse
    – ambiente di lavoro gradevole e stimolante (arredamento interno, illuminazione, verde esterno, ecc.)
    -…
    Dietro a tutto ciò si intravede la figura dell’imprenditore, Gabriele Centazzo, e della sua concezione del lavoro. Un personaggio poco avvezzo alla ribalta, che vive tra i boschi della pedemontana friulana e che, se non ricordo male, ha un laboratorio a casa dove si cimenta nella lavorazione del legno.

    Nato a Maniago, ai piedi della montagna, a cinque – sei anni se ne andava già in giro per i boschi, arrampicandosi sui tronchi e facendone strage. E quando è diventato industriale, guarda caso nel settore mobili, ha tradotto le fantasie in realtà, facendo di quella che oggi con termine moderno si chiama la sua «mission» la scelta di piantare, e far piantare, alberi a rotta di collo. Lui lo fa da una vita, inseguendo anzi materializzando i sogni che coltivava da bambino. Nel 1980 dà vita a Valcucine nel distretto veneto del mobile. Ben presto, grazie “all’ingegnerizzazione del design” cioè allo sforzo di armonizzare linee estetiche e tecnologie avanzate, l’azienda di cucine componibili conquista un pubblico attento ala qualità e all’ecocompatibilità. “Negli anni ’90 la ricerca si focalizza sull’uso e il riciclo di materiali naturali, il recupero delle lavorazioni artigianali e il rispetto per l’ambiente”, racconta Gabriele Centazzo. “L’idea chiave è sempre stata la “qualità” a 360 gradi: dalla scelta di rivenditori qualificati, al servizio di assistenza, fino al sistema di garanzia quinquennale”.
    Nel ’98 nasce l’impegno ecologista “planetario” con Bioforest una onlus con cui finanzia due progetti in Ecuador: “Otonga”, per la riforestazione e tutela della biodiversità e “Xavante”, per la protezione di macchie di foresta nativa nelle aree di occupazione degli indios.

  7. caro caro dicono:

    IL NUOVO DESIGN E’ LA TECNOLOGIA ROMANTICA>
    =) perfetto!

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