FIAT imprenditoriale

Nell’ultimo numero dell’Economist è uscito un articolo sul rilancio della FIAT accompagnato da una lunga intervista all’amministratore delegato, Sergio Marchionne. L’articolo merita di essere ripreso perché contiene molti spunti sulla capacità di innovazione del made in Italy.
Cominciamo dai numeri. Nel 2004 il debito netto era pari a 4.4 miliardi di euro, i flussi di cassa erano negativi e sulla testa del management campeggiava la spada di damocle del famoso “ prestito convertendo” di 3 miliardi di euro in scadenza entro 15 mesi. La FIAT è riuscita in soli quattro anni a ribaltare questa situazione disastrosa. Il divorzio da GM (2 miliardi di euro per FIAT) e soprattutto una strategia aziendale completamente rinnovata hanno portato FIAT ad abbattere a zero il debito netto già nel 2007 e a segnare il record di profitti a quota a 3.2 miliardi di euro. Nel 2008 i profitti sono in crescita del 29% sull’anno precedente, segnando un ulteriore record e superando tutte le aspettative degli analisti. E, cosa più importante, la FIAT è tornata di nuovo protagonista sul mercato mondiale dell’automobile con una serie di nuovi modelli di successo che a partire dalla nuova 500 hanno risollevato il brand agli occhi del consumatore.
Come è stato possibile un rilancio di questa portata? Marchionne spiega gli snodi principali. Il primo sono le persone. In soli 60 giorni è stata completamente rivista l’organizzazione interna, polverosa e burocratica, per dare ampio spazio a manager under 40 – i ragazzi, come li chiama Marchionne -, ambiziosi certo, ma animati da una grandissima passione e dalla volontà di realizzare qualcosa di importante nel settore dell’automobile. Lo stesso amministrare delegato ha segnato questo cambiamento con il proprio stile informale, indossando il maglioncino al posto della giacca e della cravatta de rigueur. Il secondo aspetto è il prodotto. Il nuovo management ha puntato sul design e sullo stile come fattore distintivo, cercando di interpretare in modo credibile quei caratteri di irriverenza e originalità tipici del made in Italy. Basta insomma con le auto brutte ed un po’ insignificanti, e spazio ad una nouvelle vague di creatività e buon gusto. Un approccio decisamente più rischioso, ma che ha dimostrato di pagare. Il terzo punto di rottura con il passato riguarda l’innovazione tecnologica. Fiat ha investito fortemente nelle nuove tecnologie di progettazione per ridurre il tempo che intercorre tra l’ideazione e la commercializzazione del prodotto. Attraverso tecniche di virtualizzazione, il processo di ingegnerizzazione di una nuova automobile è stato drasticamente ridotto da 26 a 18 mesi. Il quarto aspetto riguarda l’ecosostenibilità. In forza del fatto di essere un’azienda specializzata in veicoli di bassa cilindrata, FIAT ha fatto dell’efficienza dei motori e delle basse emissioni una bandiera. L’azienda di Torino è stato il primo produttore mondiale ad adeguarsi agli standard molto restrittivi di euro 5, grazie ad una nuova generazione di motori, multiair, sviluppati nei propri reparti di ricerca e sviluppo.
Il rilancio della FIAT è un fatto significativo non soltanto per l’azienda di Torino, ma costituisce un banco di prova importante per la tenuta del modello di innovazione del made in Italy. Gli elementi sui quali hanno puntato Marchionne e C. sono gli stessi – fatte le debite proporzioni – che hanno sancito il successo delle nostre medie imprese più innovative. Imprenditorialità (capacità di prendersi dei rischi e passione per quello che si fa), design, innovazione tecnologica costituiscono gli ingredienti di quel mix che ha garantito il vantaggio competitivo della parte più evoluta del made in Italy. Sergio Marchionne come Renzo Rosso? La differenza è molto meno marcata di quello che si potrebbe immaginare.

Marco

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6 Responses to FIAT imprenditoriale

  1. Giancarlo dicono:

    E’ proprio vero: lo stile imprenditoriale di Marchionne assomiglia molto più a quello effervescente di Renzo Rosso che alla rigidità manageriale di Romiti. Ma anche Torino non è più la company town di un tempo, bensì un distretto tecnologico molto più differenziato in termini industriali e decisamente più vivace in termini imprenditoriali. C’è molto da imparare da questa esperienza di successo del nuovo made in Italy, sia per le grandi corporation, che per i distretti industriali tradizionali.

  2. Ilaria dicono:

    Un altro caso che ci rende orgogliosi di essere italiani!
    Fiat come Diesel mostra che i valori su cui puntare sono la velocità (di ideazione, progettazione, realizzazione), la flessibilità, la passione (delle persone e dell’intera organizzazione!) e il bello soprattutto. Bellezza come ricercatezza nelle forme, cura del dettaglio e armonia generale del prodotto che ha la sfida di sposarsi con la realtà attuale e riflettere quell’armonia tanto ricercata anche all’interno dell’azienda.

  3. Sinceramente, non me la sento proprio di avvicinare Marchionne a Renzo Rosso. L’AD di Fiat invece dimostra un’altro aspetto importante, diverso dalla questione della creativita’ made in Italy: il fatto che nel nostro paese ci sono delle ottime realta’ industriali gestite molto ma molto male dal punto di vista manageriale. E quando arriva invece il manager di valore (come Marchionne che, non dimentichiamo, non ha formazione italiana, ma e’ cresciuto in Canada e vive in Svizzera…) gli assets di questi grandi “Family Businesses” iniziano a girare per il verso giusto…

  4. marco dicono:

    @ Max è vero che le nostre aziende hanno un deficit storico di qualità manageriale che solo recentemente stanno cercando di colmare. Tuttavia non basta avere semplicemente dei bravi “gestori”, ordinati e precisi, capaci di mettere mano al caos delle nostre aziende, per farle funzionare a dovere. La FIAT ha avuto nel proprio passato gli organigrammi pieni di questi manager ottimizzatori senza riuscire a cavare un ragno del buco, anzi rischiando seriamente il tracollo. Onestamente si sapeva che Marchionne fosse uno bravo, ma si sapeva anche che non aveva un’esperienza specifica nel settore dell’automobile ed era stato preso soprattutto per risolvere la questione del bond convertendo con GM, vista la sua competenza in campo finanziario (e la sua cultura anglosassone). Come si è comportato dopo è stata una vera sorpresa, credo per molti. Ha preso sulle sue spalle l’azienda e si è assunto rischi che, onestamente, un manager difficilmente si prenderebbe, riorganizzando l’azienda e spronandola come se ne fosse l’imprenditore. Non si è nascosto dietro la grisaglia e la cravatta e ha messo la propria faccia – un po’ alla steve jobs – a garanzia della qualità dei nuovi prodotti della FIAT (vedi la presentazione della nuova 500). Mi sembra si tratti di manager che sono animati dalla volontà di giocarsi la propria professionalità e competenze affrontando sfide importanti, rischiando in proprio, evitando di difendersi dietro al fatto di aver rispettato per filo e per segno tutte le regole del total quality management. Manager che assomigliano, insomma, sempre più a degli imprenditori nel modo di interpretare il proprio ruolo.

    Marco

  5. Thomas dicono:

    Sono perfettamente d’accordo con Massimo, a tal punto (quasi) da augurare a tutte le imprese italiane di arrivare in prossimità del tracollo, per rendersi conto (come è successo alla FIAT) che è ora di cambiare e di puntare su manager più giovani e competenti.

  6. Giancarlo dicono:

    Se qualcuno vuole farsi un’idea di quanto allucinante fosse diventata l’organizzazione manageriale della Fiat prima di Marchionne, può dare un’occhiata all’ultimo libro di Giuseppe Berta (Nord: dal triangolo industriale alla megalopoli padana, Mondadori, 2008). Leggendo le pagine dedicate a questa impresa (in part. 52 e segg.), viene da chiedersi come, alla fine, potessero uscire delle macchine da una fabbrica del genere. Non molto diversa l’impressione che si può ricavare dalla storia delle relazioni industriali di Alfa Romeo, ricostruita qualche anno fa da Pietro Ichino in un libro illuminante (A cosa serve il sindacato?, Mondadori, 2005). Insomma, per fortuna che in Italia non c’erano solo quelle grandi imprese manageriali che qualcuno, ancora oggi, si ostina a evocare come soluzione dei nostri problemi competitivi. Con baracconi del genere, il nostro capitalismo avrebbe potuto assomigliare, tutt’al più, a quello russo, ma senza gas e testate nucleari. Se Marchionne ha potuto risollevare la situazione è anche perché nel Nord Italia è cresciuto un capitalismo imprenditoriale che ha rafforzato il tessuto produttivo e ha tenuto alto il tenore di vita. Altrimenti, nemmeno Marchionne avrebbe potuto molto.

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