Tempi duri per i lavoratori americani

Per onorare la ricorrenza del Primo Maggio consiglio la lettura del libro di Steven Greenhouse “The big squeeze.Tough times for american workers”. Greenhouse offre un rendiconto inquietante del lavoro dipendente nelle grandi corporation americane. Chi è rimasto sconcertato scoprendo la precarietà nei call center nostrani rimarrà scandalizzato dalle storie di vita proposte nel primo capitolo del libro. C’è il dipendente di Wal Mart che si rompe una gamba inseguendo un ladro nel parcheggio del supermarket e che viene licenziato una volta che viene scoperta la gravità della frattura. C’è la dipendente Fed Ex che acquista il camion in proprio per onorare il suo nuovo contratto e che, ammalata di tumore, viene liquidata via email. La galleria degli orrori di Greenhouse è completata da qualche numero inquietante. La retribuzione oraria dal 1979 ad oggi è rimasta sostanzialmente invariata (+1%) mentre la produttività è salita del 60%. Le medie, in realtà, parlano poco: chi ha pagato il prezzo della crescita sono soprattutto quelli che vivono ai piani bassi del sogno americano. Negli Stati Uniti 33 milioni di persone vivono con un salario al di sotto dei 10$ l’ora costringendo alla povertà chi fra questi ha famiglie numerose.
Qualche speranza? In realtà la nuova Corporate America mostra la sua faccia peggiore quando persevera nel modello fordista (di cui Wal Mart e Fed Ex sono esempi eccellenti). Là dove vincono innovazione e creatività la situazione è diversa. Fra i casi da seguire c’è quello Patagonia. L’azienda californiana specializzata nell’abbigliamento sportivo ha oggi 1300 dipendenti per un fatturato di 250mln di dollari: chi ci lavora ha diritto a un paio d’ore di surf in pausa pranzo, a uno spazio per i bambini che possono mangiare con mamma e papà e a un piano assicurativo assolutamente privilegiato. Questo non per filantropia, ma perché chi lavora in Patagonia deve poter condividere un progetto e dare il suo contributo a un percorso di innovazione continua.
Quando leggo la descrizione di Patagonia mi si apre il cuore. Non solo perché apre uno spiraglio di luce in un quadro da Inghilterra alla Dickens, ma anche perché questa azienda californiana assomiglia abbastanza ad alcune medie aziende leader nei nostri distretti industriali (Diesel, Alpinestar, Technogym, Ducati). Certo, da noi manca il surf, ma queste nostre imprese hanno in comune con Patagonia un’idea di valore legata a un progetto culturale e imprenditoriale. Soprattutto hanno in comune la convinzione che un modo diverso di stare al mondo possa essere una risorsa economica (alla faccia di quello che dicono gli analisti di Wall Street).

Stefano

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