Si fa presto a dire globalizzazione (soprattutto in politica)

La globalizzazione è qui. E’ arrivata come la tempesta, dopo un lungo brontolio, che l’annunciava. La febbre elettorale di questi giorni è il sintomo di una malattia più grave e profonda. Tanti dottori si occupano di curare il sintomo e non guardano alla malattia retrostante. Col risultato di suggerire terapie ornamentali o peggiori del male. Ha detto bene Stefano, andando a pescare la malattia che sta dietro il sintomo: il Nordest sente prima di altri la pressione e gli stimoli della globalizzazione. La sua società si scompone, diventa un melting pot di cose diverse in ebollizione. Dove c’è chi si ingegna di spengere il fuoco, sperando di tornare indietro, e chi invece alimenta le fiamme, in vista di qualcosa di nuovo e di radicalmente diverso da quello che c’è.
Si fa presto, in effetti, a dire globalizzazione. Ma di fatto quella che entra in scena nella nostra realtà è soprattutto la globalizzazione subìta. Non agìta o sfruttata per quello che può dare. Ma vissuta come una forza oscura, che altri hanno messo in movimento, e che noi subiamo, osservandola mentre distrugge a poco a poco il nostro mondo.
Vi ricordate il sibilo mortifero nel Nulla che annichiliva pezzo per pezzo il variopinto mondo di Fantasia – vanificando significati, sciogliendo legami, essiccando sorgenti di energia – nel film ispirato al racconto di Michael Ende? La globalizzazione non è sempre e non è necessariamente così. Anzi, possiamo dire che essa, lungi da essere un incidente di percorso, è il compimento ideale della modernità, ossia del modo di produrre e di vivere che da tre secoli ha imparato a usare la scienza come primaria forza produttiva. La scienza è un sapere universale, non locale; e la produzione fatta in base alla scienza non poteva che prendere, alla fine, una forma globale. Che mette sullo stesso piano cinesi, turchi e americani, ossia tutti quelli che ad essa ricorrono. Ci sono voluti tre secoli, e diverse guerre di confine, ma adesso ci siamo. Si illude chi pensa che si possa tornare indietro al buon tempo andato.
Tuttavia, la globalizzazione non è necessariamente un fenomeno dolente e malevolo che ci sovrasta. Ci sono paesi che la sfruttano come piattaforma produttiva o come trampolino di lancio, per liberare energie che erano compresse nelle forme ingessate della tradizione, dell’autorità e dei luoghi. Ci sono tante imprese italiane che andando nel mondo hanno moltiplicato le idee e le potenzialità. Lo stesso Nordest di oggi non avrebbe tanti posti di lavoro redditizi e tante intelligenze che guardano al mondo senza questo presupposto. Ma da noi, complice anche una politica affezionata ai miti e riti delle sue celebrazioni, la globalizzazione è quasi sempre una storia subita. Versione speciale del serial, che va in onda in formato ridotto nei quartieri meno consapevoli e meno coesi del neo-villaggio globale. Tra cui l’Italia.
E questo è un guaio, perché se la globalizzazione è parte importante del futuro di tutti noi, nel mondo postfordista dove si lavora in rete, chi non la capisce si trova privo di futuro: la sua visione del mondo si restringe, il suo orizzonte strategico si abbassa, precipitando alla fine o sulla difesa del vissuto quotidiano (come uscire di casa senza essere ammazzati, come riuscire a fare le strade o a trovare in efficienza i servizi di base). E questa restrizione dell’orizzonte strategico avviene anche quando, dal lato opposto dello schieramento politico, ci si rifugia nell’ideologia delle classi, dello Stato che arbitra e distribuisce ricchezza, della concertazione permanente tra i grandi stakeholders dell’interesse collettivo. Si perpetua il mito di un passato che non passa, imbalsamato com’è negli album di famiglia che ognuno gelosamente conserva. E nel frattempo, per tornare alla realtà, si cerca di ottenere una detrazione fiscale qui o di bloccare qualche opera là, in modo da mantenere alta la propria bandiera nella comunicazione sociale.
E allora?
Bisogna innanzitutto guardare in faccia la realtà, mandando i propri miti in soffitta. La globalizzazione è un modo di conoscere, che premia quelli che si attrezzano a sfruttarlo al meglio. Il mondo è diventato globale e postfordista, ma non per questo dobbiamo solo subirlo. Alla lunga, lo sappiamo, le strategie soltanto difensive non pagano. Si può correre in difesa solo per prendere fiato e avere il tempo necessario per riaversi della sorpresa: poi, bisogna che recuperare l’intelligenza del futuro e la cultura globale di cui si dispone per guardare avanti, fuori dalle trincee. Vedremo se le forze politiche sapranno fare la loro parte, quando si tratterà di passare dalla paura alla speranza, per usare i due termini impiegati da Tremonti. Non sappiamo se saranno all’altezza, ma è bene che ci provino, intanto (ha ragione Giancarlo, c’è anche un problema di uomini).
Allora sarà il momento buono per vedere se il partito degli innovatori, che oggi, vive nell’ombra, più tollerato che amato, riesce a prendere coscienza di sé e a coagulare le proprie forze. Tocca infatti ai tanti innovatori che lavorano su piani diversi – nelle imprese, nelle scuole, nelle istituzioni, nelle associazioni – mettersi insieme, trovando una prospettiva comune nel segno del capitalismo delle reti.
Diventando, in questo modo, classe dirigente e impresa collettiva, in un paese che non si ricorda più che cosa siano queste due cose.

Enzo Rullani

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14 Responses to Si fa presto a dire globalizzazione (soprattutto in politica)

  1. Concordo pienamente, quando si è in mezzo a una forte corrente, non ha senso opporsi né lasciarsi trascinare; occorre nuotare cercando una meta possibile. E’ importante non lasciarsi prendere dall’affanno. Nel voto recente c’è moklta speranza di cambiamento, ma anche parecchia paura

  2. darmix dicono:

    Bisogna innanzitutto guardare in faccia la realtà, mandando i propri miti in soffitta.
    a me è sembrato quello che ha tentato di dire Tremonti. Non ha detto di avere una ricetta, ne mi pare (tanti ne parlano ma ho l’impressione che pochi lo abbiano letto) che parli di dazi da nessuna parte, dice che bisogna reinventarsi il percorso, senza pensare, come dice anche lei, che sia necessaramente “segnato” : Il mondo è diventato globale e postfordista, ma non per questo dobbiamo solo subirlo.
    Condivido in pieno il suo auspicio finale, aggiungendo solo che spero che prima o poi il partito degli innovatori, senza più schemi ideologici ottocenteschi, possa collaborare in sinergia con la classe politica, perchè classe dirigente spesso volta lo è già, per lo sviluppo di questo paese.

  3. darmix dicono:

    Condivido in pieno il suo auspicio finale, aggiungendo solo che spero che prima o poi il partito degli innovatori (che spesso classe dirigente lo è già), senza più schemi ideologici ottocenteschi, possa collaborare in sinergia con la classe politica per lo sviluppo di questo paese.
    riformulata la frase finale :-)

  4. Giancarlo dicono:

    Tremonti è stato in televisione quasi tutte le sere negli ultimi tre mesi. Ha ripetuto in modo ossessivo la sua neo-teoria sui disastri della globalizzazione. E ha insistito sulla sua ricetta per salvare l’Europa, con un messaggio fin troppo chiaro: neo-protezionismo. Che si tratti di dazi, contingenti, sussidi o altre barriere non tariffarie, cambia davvero poco: gli effetti sul benessere sociale e sugli equilibri di mercato interno sono praticamente gli stessi. Credo che in Europa saranno in pochi a dargli ascolto. Intanto, però, in Italia l’ipotesi ha fatto il pieno di voti, spingendo in alto la Lega e spiazzando la sinistra estrema. Tuttavia, assecondare l’illusione che qualche provvisoria tutela ci salvi dal declino, è semplicemente irresponsabile. Ed è l’esatto contrario di una politica che cerca di creare incentivi all’imprenditorialità e allo sviluppo di nuovi mercati, unica risorsa efficace per non subire la globalizzazione. Ne parla anche Giavazzi sul Corriere della sera, ricordandoci che discorsi simili si facevano anche negli anni ’60. In Argentina.

  5. darmix dicono:

    scusa Giancarlo ma continuo a pensare che dovresti leggerlo il libro, prima. Oppure leggerti anche qua http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=HFJDF

  6. enzo dicono:

    Il libro di Tremonti non dice niente di nuovo dal punto di vista dei contenuti ma semmai la novita’ sta nella posizione politica da cui provengono, questi contenuti. In passato ci siamo abituati a sentire gli elogi della globalizzazione da destra (in nome della liberalizzazione dei mercati o del liberismo che Tremonti chiama mercatismo) e critiche alla globalizzazione da parte della sinistra, orfana dello Stato fordista che, nei capitalismi nazionali, negoziava, faceva e disfaceva dando alla politica il primato di essere decisore in ultima istanza. Oggi si cominciano ad avere liberisti pentiti (Giavazzi nell’ultimo Corriere della Sera che si domanda: dove abbiamo sbagliato) e conservatori che, tornando ad un’area tradizione pre-liberista (Colbert) rimettono in tiro tutto l’armamentario dello Stato come sintesi della tradizione, della identita’ nazionale (o locale?) e della religione ovvero dei valori in cui credevano i nostri padri. Il libro di Tremonti e la sua ricaduta politica in Italia segna questo passaggio dalla destra che strizzava l’0cchio al liberismo (senza farlo: e’ toccato a Bersani inventare le lenzuolate, senza peraltro effetti concreti) alla destra che non strizza piu’ l’occhio e torna ai “valori”.
    Questa evoluzione lascia l’ideologia del mercato uber alles senza sostegni politici, perche’ si e’ cercato invano di “vendere” il mercato-che-libera alla destra (in nome dell’aurea tradizione ottocentesca, quando Smith era una guida per il rivoluzionario borghese) e alla sinistra (in nome degli effetti ugualitari e abilitanti di un mercato pensato in favore dell’individuo generale e dunque anche degli individui deboli. E’ un po’ forzato, questo mercato “di sinistra”, ma in certi casi ha funzionato, specialmente in Italia (non solo nella mitica America dove gli effetti liberatori del mercato li vedono solo i consumatori, perche’ i produttori sono ben irreggimentati dalle grandi organizzazioni produttive), In Italia invece abbiamo esempi produttivi che non sono estranei al DNA Nordestino: vedi gli artigiani che si salvano dalla crisi del fordismo mettendo su la fabbrichetta).
    Ma se il mercato resta senza supporter politici chi salvera’ il capitalismo dai capitalisti? (il proposito di Rajan e Zingales, “salvare il capitalismo dai capitalisti”) diventa difficilmente perseguibile.
    In realta’, l’implosione della globalizzazione che si sta orchestrando a destra e a sinistra non ha gambe per camminare. La globalizzazone che conta infatti e’ quella cognitiva (propagazione mondiale delle conoscenze e dunque delle capacita’ produttive legate al possesso di conoscenza) e non saranno certo sbarramenti politici, finanziari o altro a fermarla (chi tentera’ questa strada ne uscira’ con le ossa rotte, isolandosi dal resto del mondo che va avanti sulla spinta della propagazione delle conoscenze e della divisione mondiale del lavoro cognitivo che ne consegue.
    Il vero problema politico non e’ dunque se la globalizzazione vada arrestata o meno, se e’ cosa buona o cosa cattiva (e’ quello che e’), ma e’ come usare l’energia dell’intelligenza collettiva per affrontare i problemi creati da questo processo. Il tema politico vero e’ come mettere in movimento un processo che renda riflessiva la modernità’, ossia come renderla capace di auto-regolare e di auto-correggere i propri dispositivi automatici: scienza, tecnica, calcolo, mercato, norme giudiriche, senza distruggere la loro potenza produttiva, che poi e’ la potenza della conoscenza riproducibile, conoscenza che genera valore propagandosi. Oggi, e specialmente con la globalizzazione postfordista che ha fatto saltare il ruolo regolatore della politica e degli Stati nazionali, la modernita’ si affida esclusivamente o quasi ad automatismi irresponsabili, che non danno conto a nessuno degli effetti prodotti, compresi quelli piu’ catastrofici, salvo ovviamente che i soliti noti (la FED ad esempio) ci mettano una pezza, per quello che possa contare e per quanto possa durare.
    Dunque il neo-liberismo, ma anche il neo-colbertismo, cosi’ come le nostalgie concertative del fordismo che fu, sono da criticare non tanto in quanto sbagliati, ma in quanto inefficienti. Ci danno l’illusione di affrontare il problema ma in realta’ prendono e perdono solo tempo. Il terreno propositivo per fare qualcosa e’ invece quello che accetta la modernita’ e la sua inevitabile espansione globale, ma al tempo stesso crea la cultura, i legami, i dispositivi necessari per renderla riflessiva. Ma come?
    Siamo sicuri che il mercato (da solo) o lo Stato (da solo) possa farcela a rendere riflessiva la modernita’ in epoca postfordista e globale? Io credo i no.
    Quello che serve e’ ripensare mercato e Stato in vista di una terza forma organizzativa di tipo identitario: le comunita’ epistemiche, ossai comunita’ costruite intorno a un’idea condivisa di senso, relativa alla vita, al consumo e alla produzione. Un’idea che dia un senso condiviso (da molti, non da tutti) a certe passioni e a certe pratiche di lavoro o di consumo, che permei con la sua cultura condivisa le organizzazioni sociali e di impresa, che legittimi sulla base di un consenso personale e condiviso da molti il ricorso, per certe funzioni, a meccanismi impersonali come il mercato o lo Stato. Le comunita’ epistemiche costituiscon la nuova cornice sociale della vita e della produzioine in rete: una cornice grazie alla quale le persone che si legano ad una idea condivisa possono parlarsi, creare significati collettivi, costruire progetti, agire collettivamente, rendere riflessivi mercato e Stato senza deleghe in bianco.
    La globalizzazione ci consegna dunque un orizoznte politico dominato non dall’essere cittadini del mercato globale o dello Stato nazionale (due entita’ impersonali che vivono in modo autoreferente i problemi, condizionandoli alla logica anonima del prezzo o del voto. Ma dall’essere soggetti collettivi che esercitano una doppia cittadinanza, essendo cittadini di una comunita’ di rapporti interpersonali caldi e identitari, dove si affrontano i problemi vitali della generazione di senso e dell’assunzione di rischio, essendo anche, al tempo stesso, cittadini della modernita’ del mercato e dello Stato, che fornisce una cornice universalistica all’agire. Una cornice povera di senso e poco mobilitante, ma capace di dare due prestazioni importantissime: le economie di scala della conoscenza riproducibile, che sono massime quando le procedure di uso sono standardizzate e impersonali; e un livello minimo, basico, di organizzazione sociale (zoccolo minimo di diritti/doveri universali, zoccolo minimo di beni per la sopravvivenza e il lavoro), che consente agli individui di non diventare prigionieri delle comunita’ di appartenenza, ma di poter scegliere in modo fluido l’adesione a questa o quella comunita’, a questa o qualla idea restrostante, rendendo dinamico e inventivo il sistema, invece di consegnarlo alla tradizione e alla ripetitivita’.
    C’e’ qualcuno che in politica sta pensando ad organizzare la riflessivita’ sulla base della doppia cittadinanza?
    Se c’e’ fatemi un fischio. Forse non tutto e’ perduto. Altrimenti staremo a vedere. Prima o poi l’entropia produce dinamiche di auto-consapevolezza, magari anche solo per caso e grazie alla serendipity.

  7. darmix dicono:

    Il tema politico vero e’ come mettere in movimento un processo che renda riflessiva la modernità’….
    Quello che serve e’ ripensare mercato e Stato in vista di una terza forma organizzativa di tipo identitario… e poi
    Siamo sicuri che il mercato (da solo) o lo Stato (da solo) possa farcela a rendere riflessiva la modernita’ in epoca postfordista e globale? Io credo i no.
    sta tutto qua il problema, Tremonti a mio avviso ha posto e si è posto il problema e non ha dato o dice di aver dato una soluzione, propone il suo di punto di vista, dice discutiamone, inventiamoci il percorso. Se poi vogliamo dire che propone di mettere i dazi o arruolarlo tra i colbertisti ok. Ma mi sembra una forzatura schematica del senso della sua riflession (condivisibile o meno ovvio) e il volerla “rinchiudere” necessariamente in schemi che si contrappongono. Io come ho scritto nel primo commento l’ho interpretato (il libro) come stimolo alla discussione vedendoci delle somiglianza con quanto detto dal prof. in questo post. Era questo che intendevo dire. Con un invito ad un partecipazione attiva anche di chi forse per troppi anni se ne è tirato fuori.

  8. Stefano dicono:

    Anche a me pare che la novità delle posizioni di Tremonti sia legata principalmente al recupero “da destra” della critica al mercato. E’ una novità politica nel senso stretto del termine perché punta a intercettare una serie di interlocutori sempre più scettici sui guadagni “universali” della globalizzazione.

    Se la sinistra ha perso in modo così clamoroso non è perché i suoi esponenti non siano a conoscenza del fenomeno della globalizzazione (immagino che anche loro leggano i giornali come noi), ma perché non è stata minimamente in grado di decifrare e interpretare gli interessi dei gruppi sociali che da questa globalizzazione hanno da guadagnare e da perdere. In politica una svista del genere non è cosa da poco. La miopia della sinistra nasce principalmente da alcune storture cognitive: la fiducia nello stato come regolatore di ultima istanza e, soprattutto, la convinzione che la forma del conflitto fra le parti sociali sia quello di un secolo fa.

    Hai ragione, Enzo, a dire che la globalizzazione è un dato di fatto e che in ogni caso bisogna farci i conti. Questo non significa che tutti la debbano pensare come una grande opportunità. La politica si attrezzi, lasciando da parte l’armamentario ideologico con cui abbiamo convissuto finora (in primis la fiducia nel mercato di Giavazzi così come quella di Visco nello Stato).

    Credo che quello che oggi si vede a Nord Est sia un vero laboratorio, in particolare sul versante del centro destra. Nel PDL ci sono due anime distinte che interpretano in modo diverso la globalizzazione. Da un lato una borghesia liberale e imprenditoriale che ha imparato a trarre benefici dai processi di internazionalizzazione; dall’altro chi la globalizzazione rischia di subirla, sia perché rischia il posto di lavoro, sia perché subisce un’immigrazione che percepisce come fuori controllo.
    Entrambe le parti credono a una società che si autoorganizza dal basso: i primi, però, sono i fautori di uno spazio metropolitano, i secondi credono più nel presidio municipale. I primi chiedono più terziario; i secondi tutela della tradizione artigianale e industriale. I primi chiedono nuovi musei di arte contemporanea; i secondi chiedono più sicurezza nelle periferie.

    A chi cerca il futuro della politica nazionale suggerisco un viaggio in provincia di Treviso.
    s.

  9. Stefano dicono:

    ps. lascio il link a un fondo del new york times che ripropone le nostre considerazioni. le analogie sono sorprendenti.

    http://www.nytimes.com/2008/05/02/opinion/02brooks.html?_r=1&hp&oref=slogin

  10. enzo dicono:

    Per Darmix
    e’ vero che non bisogna chiudere Tremonti nel protezionismo (anche se nel protezionismo non c’e’ niente di male, in se, fa parte, se e’ intelligente, alla critica al liberismo della globalizzazione non regolata). Direi che il problema con Tremonti sta nel modo con cui egli cerca (da destra) di riscoprire una soggettivita’ collettiva (i “valori”) da difendere contro il mercato e contro la pressione culturale di chi e’ portatore di altri valori (e nella globalizzazone ce ne sono, sia come immigrati che vengono da noi, sia come potenze emergenti (Cina, India, Brasile ecc.) sia come movimenti politici e religiosi (islam), sia come concezioni di qualita’ della vita (oriente contro occidente?) ecc.
    Ora, fermo restando che le soggettivita’ devono tornare in campo, sia che si parta da destra che da sinistra, ci si deve chiedere: quali soggettivita’?
    Quelle dell’Occidente cristiano che la modernita’ aveva messo in ombra e che ora dovremmo recuperare, riportando in prima linea tutto l’apparato del sapere e potere tradizionale?
    E’ questo ritorno al passato che non convince. Perche’, per fondare la nostra identita’ la cosa piu’ semplice e’ quella di rimettere indietro gli orologi della storia del pensiero e della vita, tornando a “come eravamo …”.
    E’ questo se ci si pensa il punto debole delle critiche alla globalizzazione da destra, perche’ i valori che si vanno a recuperare (diciamo Dio Patria Famiglia anche se e’ un po’ sbrigativo) sono valori pre-moderni, che due secoli di modernita’ hanno sommerso di nuove cose e di nuove possibilita’, mostrando come la liberazione individualistica creata dal mercato (ottocento) e quella socio-politica (pensata durante il fordismo del 900) sono elementi corrosivi per la triade in questione. Che non deve essere riverniciata di nuovo, edulcorane la natura inizialmente autoritaria e conservatrice, ma deve essere messa a confronto col suo contrario, la liberta’ individuale di pensiero, la liberazione degli individui dalla coltura colelliva non scelta, ma autoritariza. Una nuova destra che si rispetti oggi (nel 2000) deve far propria la liberta’ di movimento delle idee e delle persone, ossia scegliere la globalizzazione come opportunita’ di rigenerazione della propria identita’ (l’anima “attiva”, che ci vede spazi di movimento e che e’ diposta anche a cambiare se stessa, come dice Stefano, riferendosi al Nordest, non l’altra che subisce e cerca solo di conservarsi).
    Pero’ questo ritorno illusorio all’indietro alla ricerca di se stessi e’ anche quella disegnata dai nostri neo-liberisti di oggi che ci ripropongono due secoli dopo lo spirito liberale della borgesia rivoluzionaria dell’800, quando il mercato aveva si’ una funzione liberatoria in tutti i campi (da quello poilitico a quello culturale), essendo la chiave che liberava l’individuo dalla pressione autoritaria delle vecchie comunita’ (quelle che la destra conservatrice vorrebbe riproporre. Quello spirito di costruzione del futuro, dove ci stava sia l’anima soggettiva (liberta’ agli individui e alle loro idee) sia il meccanismo (il mercato della concorrenza, con la sua impersonalita’) era frutto della modernita’ nascente circondata allora da nemici (Dio Patria Famiglia, e potremmo mettere anche il Campanile, appunto. Questa mirabile sintesi dura tutto l’800, ma e’ gia’ superata con l’avvento del fordismo nel 900 che propone una visione della modernita’ centrata sulla potenza prescrittiva e negoziale dell’organizzazione non sulla liberta’ individuale, mediata dal mercato.
    Per tutto il novecento il fordismo trionfante ha soppresso sia la nostalgia del mercato (liberta’ individuale) sia quella delle comunita’ pre-moderne (tradizione e autorita’), sostituendola con una prassi di organizzazione negoziata che e’ diventata poi la nostra materia di studio e che ha portato l’impresa al centro della societa’.
    Poi il fordismo e’ saltato e tutto quello che era stato respinto nell’ombra e’ tornato di attualita’. Sia la liberta’ di iniziativa che chiede solo mercato, sia la nostalgia della tradizione e dei valori che avevano i nostri padri o nonni che siano, dando luogo ad un gioco fasullo tra neo-liberisti e neo-conservatori, divisi tra loro, ma uniti nel bastonare i vecchi residui del fordismo in declino.
    In politica, paradossalmente, la sinistra si e’ appoggiata alla parte perdente, che tutti percepiscono come vecchia (il fordismo = Stato regolatore, sindacati che negoziano, nostalgia per il capitalismo “serio” della grande impresa e del capitalismo dipendente “puro”). I neo-liberali vorrebbero surrogare questa sinista che non fa la sua parte civettando con gli individui che vogliono darsi da fare, e con la destra dei nuovi borghesi che vogliono invece soltanto arricchirsi: ma non riescono a fare blocco ne’ con gli uni ne’ con gli altri, fornendo una risposta tutto sommato ideologica ai problemi che soccombe contro i tassisti e contro i no-Tav, coltivando l’illusione illuministica che si possa difendere i capitalismo (come meccanismo “buono”) dai capitalisti (“cattivi”). A destra invece cercano i capitalisti anche cattivi, non importa, purche’ credano o facciano finta di credere nei vecchi valori, negando in questo modo la modernita’ di cui le loro imprese sono portatrici.
    insomma un pasticcio che non ci dara’ migliore capacita’ di costruire il nostro futuro, fino a che non affronta seriamente il problema di rendere riflessiva la modernita’ di oggi, senza tornare ai valori dell’800 o della pre-modernita’. E senza ovviamente illudersi di poter tornare al fordismo del 900.
    Diciamo che siamo indietro in questa consapevolezza, ma proprio per questo, molti passi avanti possono essere fatti con poca fatica se ci si appoggia sul punto giusto. C’e’ infatti una domanda latente di comprensione e di azione che puo’ davvere rendere il Nordest nuovamente un laboratorio del postfordismo come dice Stefano.
    Forza ragazzi, rimbocchiamoci le maniche: abbiamo da vendere un prodotto per adesso senza imitatori.

  11. corog dicono:

    Condivido il ragionamento che fa Stefano sulle due risposte alla globalizzazione: la prima progressiva, la seconda, invece, più regressiva. La vittoria politica di Berlusconi è stata di tenerle assieme almeno nella capacità di rappresentanza degli interessi, con Forza Italia-PdL attestata sul primo fronte, la Lega sul secondo (con Tremonti che fa da collante ideologico). Vedremo cosa succede quando si passerà alle soluzioni. In ogni caso, l’aspetto da sottolineare è che il PD non è presente in modo chiaro in nessuna di queste risposte. Nè, mi sembra, che qualcuno degli esponenti del partito si stia ponendo il problema di trovarne una. E’ qui che la riflessione di Enzo torna utile. Ciò che serve è uno Stato moderno e, dunque, modesto, che si limita a definire regole e realizzare infrastrutture per favorire l’auto-organizzazione delle comunità, a diversi livelli di complessità: locali, metropolitane, globali-epistemiche. Magari Veltroni l’ha anche capito, ma ci vorrà tempo per fare passare il messaggio. Tuttavia, il problema di Veltroni è che l’intendenza, specie da noi in Veneto, non sembra affatto seguire.
    Gc

  12. Stefano dicono:

    Gian
    è proprio la debolezza della proposta “socialdemocratica” a rendere il Veneto così interessante come laboratorio del futuro. Là dove le ideologie hanno attecchito di meno, emerge con chiarezza la contrapposizione fra due letture diverse della globalizzazione. In assenza di una proposta socialdemocratica, ciò che oggi è unito (nell’attuale centrodestra) tende inesorabilmente a distinguersi.
    s.

  13. darmix dicono:

    condivido che il “limite” del discorso di tremonti può essere quello da lei identificato (o può essere non condiviso come valore, ma ci sarà anche qualcuno che lo identifica e lo vive come tale…), o può essere visto come una “forzatura” e condivido che l’obiettivo può e deve essere altro. Ma tremonti dice anche meno stato, più sussidarietà, più terzo settore, più comunità. E come sottolinea Ricolfi secondo me il punto importante che Tremonti mette sotto osservazione è aver mostrato di capire che i grandi cambiamenti non si fanno dall’alto e che la politica deve dire la sua, “attrezzandosi e lasciando da parte l’armamentario ideologico”. E che sarebbe utile per questo paese che si crei una cultura condivisa, dove la politica e l’avanguardia culturale del paese si facciano veramente classe dirigente. Dopo di che mi permetto di dirle che anche lei fa una ricostruzione un po’ troppo schematica e in qualche modo manichea, i “buoni” tutti da un lato e i “cattivi dall’altro, la realtà sociale e culturale di questo paese non credo sia quella, spesso così “semplificata” anche dalla grande stampa. Se io (ipotetica persona di destra) vengo qua a leggere e discutere può anche essere che non cerchi solo i capitalisti anche cattivi purché sia e che stia cercando invece di scegliere la globalizzazione come opportunita’ di rigenerazione della mia identita, non crede?

  14. darmix dicono:

    ah e volevo aggiungere anche di essere rigorosamente siciliana, e spero che il laboratorio prima o poi lambisca anche questa parte del paese

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