Si fa presto a dire globalizzazione (soprattutto in politica)

La globalizzazione è qui. E’ arrivata come la tempesta, dopo un lungo brontolio, che l’annunciava. La febbre elettorale di questi giorni è il sintomo di una malattia più grave e profonda. Tanti dottori si occupano di curare il sintomo e non guardano alla malattia retrostante. Col risultato di suggerire terapie ornamentali o peggiori del male. Ha detto bene Stefano, andando a pescare la malattia che sta dietro il sintomo: il Nordest sente prima di altri la pressione e gli stimoli della globalizzazione. La sua società si scompone, diventa un melting pot di cose diverse in ebollizione. Dove c’è chi si ingegna di spengere il fuoco, sperando di tornare indietro, e chi invece alimenta le fiamme, in vista di qualcosa di nuovo e di radicalmente diverso da quello che c’è.
Si fa presto, in effetti, a dire globalizzazione. Ma di fatto quella che entra in scena nella nostra realtà è soprattutto la globalizzazione subìta. Non agìta o sfruttata per quello che può dare. Ma vissuta come una forza oscura, che altri hanno messo in movimento, e che noi subiamo, osservandola mentre distrugge a poco a poco il nostro mondo.
Vi ricordate il sibilo mortifero nel Nulla che annichiliva pezzo per pezzo il variopinto mondo di Fantasia – vanificando significati, sciogliendo legami, essiccando sorgenti di energia – nel film ispirato al racconto di Michael Ende? La globalizzazione non è sempre e non è necessariamente così. Anzi, possiamo dire che essa, lungi da essere un incidente di percorso, è il compimento ideale della modernità, ossia del modo di produrre e di vivere che da tre secoli ha imparato a usare la scienza come primaria forza produttiva. La scienza è un sapere universale, non locale; e la produzione fatta in base alla scienza non poteva che prendere, alla fine, una forma globale. Che mette sullo stesso piano cinesi, turchi e americani, ossia tutti quelli che ad essa ricorrono. Ci sono voluti tre secoli, e diverse guerre di confine, ma adesso ci siamo. Si illude chi pensa che si possa tornare indietro al buon tempo andato.
Tuttavia, la globalizzazione non è necessariamente un fenomeno dolente e malevolo che ci sovrasta. Ci sono paesi che la sfruttano come piattaforma produttiva o come trampolino di lancio, per liberare energie che erano compresse nelle forme ingessate della tradizione, dell’autorità e dei luoghi. Ci sono tante imprese italiane che andando nel mondo hanno moltiplicato le idee e le potenzialità. Lo stesso Nordest di oggi non avrebbe tanti posti di lavoro redditizi e tante intelligenze che guardano al mondo senza questo presupposto. Ma da noi, complice anche una politica affezionata ai miti e riti delle sue celebrazioni, la globalizzazione è quasi sempre una storia subita. Versione speciale del serial, che va in onda in formato ridotto nei quartieri meno consapevoli e meno coesi del neo-villaggio globale. Tra cui l’Italia.
E questo è un guaio, perché se la globalizzazione è parte importante del futuro di tutti noi, nel mondo postfordista dove si lavora in rete, chi non la capisce si trova privo di futuro: la sua visione del mondo si restringe, il suo orizzonte strategico si abbassa, precipitando alla fine o sulla difesa del vissuto quotidiano (come uscire di casa senza essere ammazzati, come riuscire a fare le strade o a trovare in efficienza i servizi di base). E questa restrizione dell’orizzonte strategico avviene anche quando, dal lato opposto dello schieramento politico, ci si rifugia nell’ideologia delle classi, dello Stato che arbitra e distribuisce ricchezza, della concertazione permanente tra i grandi stakeholders dell’interesse collettivo. Si perpetua il mito di un passato che non passa, imbalsamato com’è negli album di famiglia che ognuno gelosamente conserva. E nel frattempo, per tornare alla realtà, si cerca di ottenere una detrazione fiscale qui o di bloccare qualche opera là, in modo da mantenere alta la propria bandiera nella comunicazione sociale.
E allora?
Bisogna innanzitutto guardare in faccia la realtà, mandando i propri miti in soffitta. La globalizzazione è un modo di conoscere, che premia quelli che si attrezzano a sfruttarlo al meglio. Il mondo è diventato globale e postfordista, ma non per questo dobbiamo solo subirlo. Alla lunga, lo sappiamo, le strategie soltanto difensive non pagano. Si può correre in difesa solo per prendere fiato e avere il tempo necessario per riaversi della sorpresa: poi, bisogna che recuperare l’intelligenza del futuro e la cultura globale di cui si dispone per guardare avanti, fuori dalle trincee. Vedremo se le forze politiche sapranno fare la loro parte, quando si tratterà di passare dalla paura alla speranza, per usare i due termini impiegati da Tremonti. Non sappiamo se saranno all’altezza, ma è bene che ci provino, intanto (ha ragione Giancarlo, c’è anche un problema di uomini).
Allora sarà il momento buono per vedere se il partito degli innovatori, che oggi, vive nell’ombra, più tollerato che amato, riesce a prendere coscienza di sé e a coagulare le proprie forze. Tocca infatti ai tanti innovatori che lavorano su piani diversi – nelle imprese, nelle scuole, nelle istituzioni, nelle associazioni – mettersi insieme, trovando una prospettiva comune nel segno del capitalismo delle reti.
Diventando, in questo modo, classe dirigente e impresa collettiva, in un paese che non si ricorda più che cosa siano queste due cose.

Enzo Rullani

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