Il Fuorisalone come La Biennale

Ieri si è chiusa la 47 edizione del Salone del Mobile. I dati ufficiali dovrebbero confermare la stima di circa 300.000 presenze (10% in più del 2007); anche i dati sul numero degli espositori, arrivati a quota 2400 (quasi il doppio rispetto all’anno precedente), segnalano un Salone in pieno fermento. Oltre alla Fiera, il Salone contamina ormai tutta la città di Milano trasformandola nella capitale mondiale del design con visitatori ben oltre il pubblico degli addetti ai lavori. Garage, negozi, gallerie d’arte, spazi industriali dimessi si trasformano in luoghi nei quali esporre prototipi, concept, installazioni sperimentali. Cresciuto moltissimo negli ultimi anni in termini di qualità e di presenze, il Fuorisalone rappresenta oggi il vero motore culturale della settimana milanese del design. Il Fuorisalone è the place to be per le aziende che vogliono comunicare (non solo del settore del mobile) in modo innovativo e per i cacciatori di tendenze di tutto il mondo.
Quest’anno, le aziende del Nordest si sono ritagliate un ruolo da protagoniste. In ZonaTortona, uno degli epicentri del Fuorisalone, hanno investito fortemente nell’offrire una vera e propria prospettiva culturale al prodotto. Bisazza di Vicenza ha chiesto a due giovani designer Jaime Hayon e Andrée Putnam di realizzare due stanze dedicate al tema mosaico che non sfigurerebbero in un padiglione della Biennale. Valcucine di Pordenone ha preso 800 mq di Superstudio Più per raccontare il proprio approccio all’ecosostenibilità come parte integrante di un progetto estetico complesso. Alberto Del Biondi, azienda di Padova che offre servizi sulla creatività e sul design, presenta attraverso un’installazione multimediale il nuovo design dei caffé ispirati ai motoscafi Riva. Foscarini esplora la storia emotiva che sta dietro alla nascita di ogni lampada.
L’elemento che accomuna queste iniziative è il ricorso all’arte contemporanea come linguaggio in grado di re-interpretare prodotti altrimenti tradizionali e poco in linea con la nuova sensibilità del consumatore postmoderno. Credo che il percorso di avvicinamento del made in Italy al mondo dell’arte contemporanea andrebbe maggiormente valorizzato. L’Italia può vantare una delle più rilevanti manifestazioni a livello internazionale, La Biennale, che ad ogni evento è in grado di attrarre un pubblico internazionale, sensibile, per definizione, al design e alla qualità. Ci sono oggi le condizioni per cui la Biennale possa qualificare questo incontro tra mondo dell’arte e dell’impresa dando spazio alle iniziative più innovative presenti sul territorio. Come? Mutuando la logica dei percorsi off che hanno avuto tanto successo nel caso di Milano e che consentirebbe alla Biennale di estendere il proprio raggio di azione ben oltre i confini dell’Arsenale e dei Giardini.

Marco

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11 Responses to Il Fuorisalone come La Biennale

  1. matteo dicono:

    il mondo del design, con i suoi designer e le sue aziende, sta seguendo sempre con più insistenza i percorsi del fashion e dello stupore fine a se stesso.
    Non lasciamoci abbindolare dai loro fuochi d’artificio, da questi designer che si atteggiano a rock star.
    La disciplina del disegno industriale è lontana per definizione dal mondo dell’arte: non a caso l’arte fonda la sua esistenza sull’unicità dell’opera mentre il disegno industriale parte dal concetto della riproducibilità (serialità).
    il maestro bruno munari un giorno disse:”ci sono più sedie che culi”.
    Questa provocazione sottende una critica all’approccio artistico di certi (finti)designer la cui poetica progettuale, invece che confrontarsi con temi importanti (come l’eco-sostenibilità di valcucine o la componente etico-democratico del design alla ikea) sviliscono il design ad un banale esercizio di stile.
    Io credo che tutti abbiano diritto al bello, e la direzione che sta seguendo il salone del mobile non mi piace per niente…

  2. Ilaria dicono:

    Se l’arte è elemento attraverso il quale aziende del Made in Italy si possono far notare sulla scena internazionale, perchè bandire questa strada? Se “l’esercizio di stile” diventa veicolo di una creatività che “noi” abbiamo e riusciamo a trasmettere vuol dire che le nostre imprese hanno ancora una possibilità di emergere.

    Sono stata alla Nice di Padova, i responsabili mktg mi dicevano tutti orgogliosi che al Salone del Mobile avrebbe sponsorizzato un artista contemporaneo. L’opera, lo dico sinceramente non mi piaciuta a livello estetico ma la passione delle persone coinvolte, la voglia di far parlare di sè, l’energia che comporta l’affidarsi all’arte, mettono in moto successi che non penso possano essere scalfiti da qualche parere estetico negativo.

  3. marco dicono:

    @matteo concordo sul fatto che molte delle operazioni del fuorisalone giocano sul filo del rasoio. però non mi pare un caso che proprio un’azienda come valcucine abbia chiesto ad un artista come ugo nespolo una propria interpretazione del rapporto tra estetica (design della cucina) ed etica (sviluppo sostenibile). Non è di certo un esercizio di stile. Credo che il fuorisalone abbia avuto il merito di rendere più evidente la differenza tra due diverse interpretazioni del ruolo dell’arte contemporanea: da un lato quelli che la vedono come una ulteriore fase di estetizzazione del prodotto (e qui ci sta tutto il mito del designer-star), dall’altro chi pensa sia un modo per esplorare il futuro ed elaborare nuove prospettive per risolvere problemi complessi.

    Marco

  4. Stefano dicono:

    Dopo aver sentito in tutte le salse che l’innovazione si fa mettendosi all'”ascolto dei consumatori” scopriamo che la ricerca e sviluppo dei nostri produttori di mobili è fatta da giovani artisti sperimentali dall’ego prorompente.
    C’è una certa contraddizione fra la lezione dell’impresa 2.0 e i rilanci del Fuorisalone. Ma forse è solo apparente. Forse per essere in grado di coinvolgere consumatori talentuosi e pieni di personalità è necessario dimostrare di avere talento e personalità a propria volta.
    s.

  5. Vladi dicono:

    concordo stefano

    se ti trovi di fronte a consumatori competenti, intelligenti e dotati di personalità forte l’unico modo per ingaggiare una relazione e’ di rispondere con la stessa moneta. L’altra considerazione che mi sento di fare e’ che l’autorialità di questi giovani artisti forse e’ alimentata dalle proposte e dagli spunti che vengono dai consumatori stessi. E’ quel che succede nella moda da molto tempo, no?
    v.

  6. marco dicono:

    ho la sensazione che il consumatore postmoderno voglia anche essere sorpreso, sedotto da una proposta originale, da una interpretazione innovativa. che certo non nasce nel vuoto pneumatico, ma poggia le sue radici sulla capacità di ascolto del consumatore finale. siamo tutti qui ad ammirare steve jobs che ogni volta ci sorprende con le sue fantastiche presentazioni e con l’invenzione di prodotti che tutti noi avremmo sempre voluto avere (ma a cui non avevamo ancora mai pensato). difficile immaginare una sintesi migliore tra focus group e creatività che rompe schemi precostituiti.

    marco

  7. Dario dicono:

    Arte e design possono camminare insieme sopratutto se si ha la maturità culturale che permette di usare la prima come strumento di comunicazione. Produrre installazioni, produrre arte, significa trasmettere il proprio valore culturale, saper guardare oltre il confine della propria azienda al mondo e ai modi di vivere della società che la circonda. Benvengano allora le installazioni del fuorisalone sopratutto se distinte da una crescita costante della qualità estetica e dei contenuti. Quello che mi preoccupa è la capacità di molti “yes man” aziendali di capire dove si trova il sottile confine tra arte e design. L’arte non è design e il design non è arte, non confondiamoli. Il design può diventare arte attraverso un allestimento ma, come giustamente afferma matteo, deve poter essere riproducibile e accessibile. A prescindere dalle “Design Star” che, proprio come le “Rock Star”, firmano autografi, si lasciano immortalare con i presunti ammiratori,si abbindolano più da palcoscenico che da seri professionisti dando una immmagine completamente sbagliata del loro lavoro e ridicolizzando loro stessi, credo che il Salone quest’anno abbia accontentato un gruppo eterogeneo di individui, chi cercava l’alternativa culturale artistica nel fuorisalone e chi cercava il business in fiera il tutto in una città che in quei giorni parlava, respirava e viveva il design. Concordo con Marco quando dice che il tempo è maturo perchè anche la Biennale possa valicare il muro dell’Arsenale, riversando la sua anima creativa per le calli e i campi, offrendo la possibilità alle realtà aziendali locali di comunicare creatività e cultura a casa loro.

  8. Giancarlo dicono:

    L’espressione artistica produce idee ed emozioni che non si traducono direttamente (né necessariamente) in design industriale, ma ne alimentano la creatività e ne ispirano lo stile. L’utilità dell’arte, se ci viene permessa questa formulazione, non si misura, perciò, nei conti economici delle aziende, quanto piuttosto nella crescita del patrimonio culturale netto della società in cui le aziende operano. Qui sta un punto critico evocato da Marco: in quale “società locale” si riconoscono – e in quale società locale, dunque, investono culturalmente – le aziende che hanno esposto nei circuiti off della salone del Mobile di Milano? Anche se si tratta di aziende del Nord Est, è tuttavia Milano che, per queste aziende, rende più redditizio l’investimento culturale. C’è di che riflettere, soprattutto per quanti, negli ultimi tempi, vanno in giro a predicare il Veneto come l’area a maggiore concentrazione di creatività e innovazione al mondo. Auguri.

    Giancarlo

  9. Lorenzo dicono:

    Concordo con Matteo che a volte quanto ho visto in Via Tortona avesse solo l’aspetto esteriore delle esposizioni della Biennale e degli artisti più kitsch, mentre in altri casi la relazione arte/design era più profonda.
    Non starei qui a fare troppe analisi: da tempo l’arte e il mondo della comunicazione si citano l’un l’altro (quando non si plagiano selvaggiamente, con intento ironico o meno). Che questo accada anche col design era nell’ordine delle cose ed ormai il rapporto fra diverse discipline è sempre più sfumato. Di certo preferisco un designer che utilizza linguaggi e format dell’arte visiva anche nella modalità espositiva, piuttosto che vedere un artista visivo malamente affiancato a oggetti di design (e quest’anno si è visto anche questo).

  10. Paolo dicono:

    Marco, la tua idea mi sembra ottima! Una base di partenza ci sarebbe già e si chiama Fuori Biennale (http://www.fuoribiennale.org). Purtroppo per ora non è ancora molto conosciuta – soprattutto ai non addetti ai lavori – ma a mio parere ha delle grosse potenzialità di sviluppo, soprattutto se la direzione che si vuole intraprendere è quella da te suggerita

  11. Daniele dicono:

    L’arte come il design secondo me sono solo un mezzo di espressione di contenuti, non dovrebbero perciò essere fine a se stessi.
    Purtroppo quest’anno, soprattutto in Zonatortona, di contenuti, a parte i soliti casi, non ne ho visti molti. Benvenga un Fuoribiennale espressione di contenuti e delle eccellenze del nordest (vedete anche http://www.distrettocreativo.it)

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