Tecno-nomadi

L’Economist della scorsa settimana ha dedicato un interessante reportage all’impatto delle tecnologie mobili sulla dimensione lavorativa, familiare e sociale delle nostre vite. L’ubiquità delle connessioni wireless (da cellulare o via wi-fi), si sostiene, sta cambiando la geografia della nostra vita quotidiana, svuotando molti dei luoghi “funzionali” a cui ci ha abituato il capitalismo industriale: il lavoro intellettuale prescinde dalla collocazione fisica, gli uffici si svuotano gradualmente tanto che grandi multinazionali come Sun Microsystems, a fronte di uno svuotamento costante dei propri cubicles, stanno ripensando le proprie sedi come meeting place.
Un lettore poco attento potrebbe pensare al reportage dell’Economist come a un rilancio sul tema del telelavoro, molto visitato nello scorso decennio e tuttavia rilevatosi inattuabile. Quello del telelavoro era uno scenario a prima vista affascinante (meno congestione delle strade, mamme a casa con i bambini ecc.). A ben vedere però quello del telelavoro era un mondo di eremiti mal rasati ed in pigiama, alienati nel proprio ufficio domestico in attesa di ordini del boss e deadline da rispettare.
Agli eremiti del telelavoro l’Economist oppone i tecno-nomadi del wireless che escono di casa e si re-impossessano del contesto urbano, eleggendo ad ufficio una piazza, un parco, un terzo luogo come Starbucks o una biblioteca ben attrezzata. Raggiungibili facilmente, dotati di strumenti per l’interazione audio/video, come i beduini nel deserto lasciano a casa l’acqua (carta, computer pesanti, hard disk) perché sanno dove sono le oasi a cui abbeverarsi (una connessione wireless per accedere alla rete ed ai propri file memorizzati su qualche database in rete). Il nomadismo contemporaneo sostiene l’Economist, accomuna manager che saltano da un aereo all’altro e ragazzini intenti a modificare il loro myspace, creativi, scrittori e ricercatori immersi in spazi multifunzionali di cui si appropriano innescando una socialità nuova che ibrida lavoro e vita personale.
Le conseguenze, non tutte positive, sono presto identificate. La prima, scontata, è che vita e lavoro si mescolano e ibridano. Che sia un bene o un male lo lasciamo dire agli esperti. In linea di massima, con la giusta misura, gli effetti possono essere decisamente positivi: scrivere un articolo in un wireless bar contornato da persone con interessi personali e professionali diversi dai miei potrebbe innescare ibridazioni interessanti e promettenti. Il secondo effetto, interessante, è il cambiamento della geografia urbana. Ogni previsione di svuotamento dei grandi centri urbani legata al telelavoro si è rivelata inattendibile. Al contrario le città rimangono popolate e pulsanti. Tuttavia cambia la loro natura: gli spazi aperti diventano spazi vissuti e “lavorati”, gli spazi chiusi (uffici, università, palazzi) vanno ripensati in chiave multifunzionale e modulare. Ne è un esempio lo Stata Center del MIT, progettato da Frank Gehry, un edificio privo di funzione specifica eppure malleabile a qualsiasi utilizzo: luogo di incontro e di seminari, spazio in cui il singolo si può ricavare un’area di lavoro isolata ed allo stesso tempo centro di socialità professionale e non.
Il successo dell’HDSPA (le chiavette USB di Tim, Vodafone e 3) mi pare testimoniare che esiste una domanda forte e ricettiva. La sfida che si pone ad operatori delle telco ed agli enti pubblici locali (e perché no, a baristi e gestori di terzi luoghi) è di quelle importanti: i primi dovranno progettare l’infrastruttura su cui si muoveranno i nomadi del wireless, i secondi dovranno ripensare di conseguenza i nuovi spazi fisici del nomadismo (le oasi) e coordinare l’offerta di servizi per una geografia tutta da creare e per stili di vita innovativi.

Vladi

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15 Responses to Tecno-nomadi

  1. Credo che i 30 euro al mese che pago alla wind per i 5gb di traffico in super umts (hsdpa) siano i soldi meglio spesi dell’anno. Credo di appartenere a pieno titolo alla categoria di cui Vladi parla e trovo oggi normale lavorare in treno cosi come non mi scandalizzo se un mercoledi mattina mi trovo a lavorare a casa o riesco a permettermi un’ora di tennis quando il direttore di banca sta allacciando la cravatta. A fronte di questo la domenica mattina è un giorno poco diverso dagli altri visto che il pc è comunque acceso e si approfitta del tempo per rispondere alle vecchie mail o provare a portare avanti quel progetto in cui tanto di crede (un blog sulla musica..un social network).. anche quello del ripensamento degli spazi è un concetto che condivido. Ho da poco occupato un ufficio che utilizzo come sprone per il lancio di nuovi progetti e per chi non è ancora cosi nomade ed ha anche psicologicamente bisogno di una base perchè altrimenti non gli sembra di lavorare, mi accorgo infatti di essere sempre più dipendente da gmail e sempre meno da un hard disk, tutti i dati si trovano li o su spazi di lavoro condivisi, il tasto “visualizza come html” permette di non dover più scaricare i file e la compatibilità assoluta con ogni piattaforma di skype, wordpress e gmail mi permette di lavorare senza difficoltà in qualsiasi posto con un semplice cellulare usato come modem o con un wi fi e con un pc che è oggi sostituibile.

    A livello sociologico credo che i problemi siano 2

    – il disordine: mentale, ma soprattutto fisico. Il commercialista odia il nomadismo e l’attività di reperimento fatture in pdf da fonti sparse :-) il nomadismo comporta una sorta di just in time nel lavoro che porta a lavorare in streaming il giorno stesso della consegna perchè i tempi sono sempre stretti ed è necessario essere sempre a disposizione, la frase che sento più spesso lavorando su documenti e progetti per il web 2.0 è “mi serve il documento fra 5 ore”..

    – la difficoltà a staccare: lo dice Vladi, si lavora sempre. Questo non significa essere sotto pressione o non potersi ricavare spazi ma è di certo uno stile di vita che rende più complesso liberare la mente, leggere la mail 20 volte al giorno (ma anche 100) può essere un segnale di massimo servizio ma anche un problema quando non si riesce a farne a meno

    Chiudo dicendo che il fenomeno è interessante e che anche se esistono questi rischi i benefici di uno stile di vita del genere sono tantissimi, tanto in termini di lavoro svolto quanto di esternalità positive

  2. Lorenzo G. dicono:

    Invio questo commento seduto in un bar/biblioteca/lounge room della Università di Duke (di sabato sera) e dopo aver letto Vladi mi sento anch’io un po’ tecno-nomade.
    Comunque anche se “non mi servirebbe”, lunedì tornerò all’ufficio giù al centro di ricerca, perchè anche se “non serve”, l’ufficio aiuta a separare lavoro e vita personale, riunisce i colleghi e ti costringe a essere conscio del fatto che stai lavorando (o che dovresti).
    Insomma l’ufficio è una specie di psico-farmaco che non può essere del tutto interrotto: ne va della tua salute!

  3. Lorenzo dicono:

    Anche a me capita di lavorare da casa/ufficio Fnv alla Giudecca/VIU a San Servolo o ancora da un ufficio di un cliente. L’essere inoltre socio di Laura Scarpa, vera nomade ante litteram (che snobba il nostro ufficio super design per le cafeterie delle biblioteche o dei musei, per il semplice fatto che il vorticare di persone che le gira intorno le danno energia) mi ha abituato da tempo a questa condizione.
    La connessione della soprannominata 3, il wi-fi dei mac portatili, il nostro Crm Daylite, che grazie a HamachiX e a degli ip virtuali si sincronizza col server dell’ufficio, non fa sentire la mancanza della homebase.
    Credo che l’avere un ufficio fisico sia sempre meno una necessità, per noi che ci occupiamo di comunicazione e creatività l’ufficio è sempre stato più un luogo della mente che un unico luogo fisico e fa piacere che gli strumenti e i luoghi pubblici siano confacenti a queste esigenze. Nel nostro caso, da sempre, lavorare e divertirsi non ha mai una vera linea di demarcazione, con gli aspetti positivi e negativi del caso.

  4. vladi dicono:

    Capisco le considerazioni legate alla mancata separazione vita/lavoro. Tuttavia mi intriga il ripensamento della geografia che queste tecnologie rendono possibile. Nella concezione tradizionale del lavoro (e del telelavoro) A e B (ufficio e casa) sono due punti collegati da un treno o da una linea ADSL. Quel che ci sta in mezzo e’, se va bene, paesaggio insignificante, se va male un tragitto da evitare. Con queste tecnologie quel che c’e’ tra A e B diventa improvvisamente spazio che posso interpretare e di cui mi posso appropriare.

  5. Stefano dicono:

    Vladi
    Condivido il tuo punto di vista sul percorso fra A e B. In un mondo in cui siamo sempre collegati, finisce il pendolarismo così come l’abbiamo conosciuto. Parliamo di tecno-nomadismo non solo perché la mobilità è erratica (non andiamo più sempre nello stesso ufficio), ma anche perché il mondo che si attraversa non è più solo un costo logistico.
    s.

  6. marco dicono:

    Internet ci ha abituato a ragionare in modo più rapido e flessibile. La fisicità dei trasporti la viviamo sempre più con insofferenza: troppo lenta e dispersiva la logistica italiana. La sensazione è di forte straniamento tra la velocità della globalizzazione/internet e la lentezza del treno regionale o della tangenziale. Credo che la nuova chiavetta 3g o il wifi/wi-max siano un utile contributo a ridurre questo gap. Non penso siano la soluzione definitiva.
    Abbiamo pensato a lungo di giocare sulla potenza delle reti soft (internet, cellulare) per recuperare sulla inefficienza delle nostre infrastrutture hard (strade, porti, aeroporti, ecc.). Scopriamo oggi, amaramente, che c’è un limite a questo “effetto sostituzione” e che le reti hard ritornano ad essere importanti tanto quanto (e forse di più) di quelle soft.

    Marco

  7. Pingback: Abbiamo ancora bisogno dell’ufficio? | Blog Imprenditori

  8. Giorgio dicono:

    @Marco: forse l’integrazione tra reti soft e reti hard potrebbe portare effetti positivi (e lenitivi), credo pagherei più volentieri il biglietto per il wi-fi in treno.. Di certo non è con interventi incrementali che si possono sanare difetti strutturali che richiedono interventi radicali (tutto in rima :-) ma è marketing anche questo.. dammi un treno connesso e farò finta di dimenticare che arriva in ritardo :-)

  9. Beatrice Santoro dicono:

    La fantastica connessione HSDPA che utilizzo ormai da 7 mesi permette di fare cose effettivamente impensabili, soprattutto per chi come me era ormai entrato in una logica casa-ufficio alienante.
    Io rientro nella categoria “neo-mamme” che vogliono crescere il proprio figlio con passione senza compromessi spiacevoli con il lavoro. Per questo ritengo che evoluzioni come queste vadano interpretate come nuove prospettive, eventualmente integrandole a metodologie tradizionali, senza per questo sminuire il ruolo fondamentale dei rapporti personali con colleghi. Non è poi così male riscoprire il proprio ufficio in un parco o sul retro di un vaporetto…
    Devo però sottolineare che se questo tipo di approccio forse inizia ad essere frequente in realtà destrutturate o comunque di recente costituzione, purtroppo molte grandi aziende sono ancora un passo indietro su questi temi e la realtà è che gli uffici spesso sono poco “oasi” e molto “loculo”…
    Beatrice

  10. Stefano dicono:

    Bea
    siamo contenti di sapere che la chiavetta hsdpa funziona, ma siamo soprattutto felici di sapere che sei neo-mamma.
    Ci manderai qualche foto dal tuo pc? Dal retro di un vaporetto, si intende
    s.

  11. Vladi dicono:

    @ Beatrice, Mi accodo a Stefano: congratulazioni vivissime!!!
    Il tuo commento coglie un punto fondamentale: gli incontri con i colleghi sono e restano importanti. la prospettiva proposta nello special issue dell’Economist mi pare quella di un ripensamento degli uffici e della natura dei meeting stessi. I loculi, si dice, dovrebbero sparire per far sì che le sedi aziendali diventino luoghi configurabili e malleabili dai colleghi che si incontrano per fare qualche cosa, non per ripetute ed inutili riunioni. In altre parole, dall’incontro forzato (condividiamo un cubicle) all’incontro focalizzato e creativo.
    Per una grande azienda strutturata spazio e (com)presenza hanno anche funzione di controllo (timbrare cartellini, prendere posto e starci 8 ore no matter what, …) ed il cambiamento richiede tempi relativamente lunghi, ma non dispererei.

    @Marco, condivido l’affermazione che senza la internet fisica (treni, strade, mobilità) quella virtuale puo’ risultare zoppa. L’elemento di novità rispetto al dibattito tradizionale (mi richiamo sempre al telelavoro) è che la rete di nuova generazione spinga la gente a muoversi piuttosto che a starsene ferma. Se per Trenitalia (faccio un nome a caso) la rete “vecchio stile” ed il telelavoro potevano essere un tampone alla cronica difficoltà nel servire i pendolari, la rete nuova rischia di essere un ulteriore elemento problematico: i nomadi si muovono, la connettività li segue. Addirittura si muovono di piu’: se prima il tragitto tipico era casa-ufficio e ritorno adesso puo’ tranquillamente essere casa-ufficio-caffè letterario dotato di rete-altro terzo luogo in una città diversa ecc.ecc.

  12. max dicono:

    buongiorno,

    abbiamo appena inziato un percorso di sviluppo volto a creare spazi friendly e network-oriented in tutta italia per i lavoratori nomadi.

    il progetto si chiama Coworking Project – Lavoro Nomade e la sua presentazione è visibile qui:

    http://www.slideshare.net/maxthemonkey/coworking-project-by-cowo-lavoro-nomade-1076815?src=embed

    ogni feedback è benveluto.
    grazie,
    massimo carraro/coworking project-lavoro nomade

  13. Vladi dicono:

    Massimo,
    il progetto mi pare decisamente interessante, non mancheremo di seguirlo e farti sapere la nostra. Dal vostro blog ho imparato che esiste anche una coworking community internazionale: mi sa che e’ il caso di approfondire.

  14. max dicono:

    grazie mille, ci conto :-)
    max

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