La politica e la globalizzazione

Ricevo da qualche giorno telefonate apprensive sul futuro politico della regione in cui vivo. Sono in molti a chiedermi se il Veneto sia pronto a una nuova secessione. Nel tono delle richieste ritrovo il distacco dell’osservatore curioso, come se il Nord Est fosse irrimediabilmente “altro” dal resto del paese, un x file da antropologi della politica.
Non sono un politologo né conosco nel dettaglio le geografie dei flussi elettorali. Mi permetto, tuttavia, di avanzare una tesi che – lo dico in anticipo – potrebbe sorprendere i più: la tesi di un Veneto che mi pare rappresentare uno dei laboratori politici più interessanti nel paese. La ragione di tanto interesse, aggiungo, è che il Veneto, più di molte altre regioni d’Italia, si confronta con la globalizzazione nella sua forma più cruda, senza mediazione.
Il Veneto è la regione d’Italia che per prima ha avviato un processo di riorganizzazione dei processi produttivi su scala internazionale. Ha delocalizzato la produzione di scarpe prima in Romania, poi in Cina. Ha portato in Brasile la produzione di mobili. Ha trapiantato in Slovacchia un pezzo della metalmeccanica regionale (con la benedizione del presidente di Federmeccanica Calearo). La globalizzazione del Nord Est non si è limitata agli investimenti produttivi nelle economie emergenti. E’ anche immigrazione. Secondo le statistiche ufficiali, il Veneto è fra le regioni che oggi accoglie il maggior numero di immigrati: la provincia di Treviso ha un numero di immigrati che si attesta al 10% della popolazione della provincia, un record per l’Italia.
La globalizzazione (di capitale e lavoro) non è un processo indolore. C’è chi ci guadagna e chi ci perde. I sondaggi Demos, pubblicati regolarmente sulle pagine del Gazzettino, rivelano che di fronte alla globalizzazione alcuni sanno di poter cogliere delle opportunità (imprenditori, dirigenti, laureati), altri sanno di dover temere per il loro futuro lavorativo. I primi vivono (di solito) in quartieri al riparo dai problemi tipici della convivenza extracomunitaria; i secondi sono esposti (di solito) a situazioni più complicate.
La Lega ha avuto il merito di dar voce a chi, questa globalizzazione, rischia di subirla. Ha conquistato quella quota di lavoratori che oggi non si confrontano più con la lotta di classe ma si sentono più esposti alla concorrenza dei paesi emergenti. Il liberismo di Forza Italia, almeno in Veneto, sembra riflettere meglio le aspirazioni di una borghesia imprenditoriale capace di trarre beneficio dalla tumultuosa crescita che ha segnato l’economia internazionale di questi anni. Quanto al PD, sempre secondo le statistiche di Diamanti, sembra parlare soprattutto a quei dipendenti pubblici che la globalizzazione la conoscono soprattutto dalle pagine dei giornali e che, per ora, non la devono né temere né subire.
Capisco che da lontano i manifesti della Lega possano sembrare una questione territoriale. Consiglio di superare l’aspetto folkloristico della vicenda. Nel Nordest, esposto alla globalizzazione, la politica ha dato tre risposte diverse. Magari quella della Lega può non piacere, ma di certo il problema che affronta non può essere aggirato.

Stefano

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