Le nuove catene del valore

C’eravamo appena abituati a immaginare la Cina come la fabbrica del mondo (con i suoi pro e i suoi contro) e già siamo chiamati a rivedere le nostre posizioni. Un lungo articolo di Joe Nocera su Herald Tribune di ieri (Chinese adventures in the value chain, 5-6 aprile 08) parla di un’economia cinese in profondo cambiamento, almeno nelle regioni più ricche del paese. Dopo anni di concorrenza sui costi, il governo cinese spinge le aziende cinesi a posizionarsi in modo nuovo nella catena del valore. E i risultati si vedono.
Nell’articolo, Nocera racconta le vicissitudini (molto diverse) di due imprenditori cinesi. Il primo, Jin Jue, ha aperto qualche anno fa un laboratorio di confezioni in una malandata area industriale a nord di Shanghai. La crescita del valore del Remimbi sul dollaro (4% dall’inizio dell’anno) non ha aiutato Jin Jue; non lo hanno aiutato nemmeno le scelte del governo cinese di togliere gli incentivi fiscali alle imprese che operano sul mercato internazionale (gli incentivi sono ora indirizzati principalmente alle aree della Cina centrale). Anche l’inflazione ha fatto la sua parte (attualmente quella ufficiale è l’8,7%): i dipendenti si lamentano dei salari limitati e cercano occupazione altrove. Il laboratorio di Jin Jue, insomma non è molto conveniente e non è un caso che abbia dimezzato in pochi mesi la sua attività (oggi trasferita in buona parte in Vietnam e in Messico).
Tutta diversa la storia del secondo imprenditore, Xian Shou Li, fondatore di ReneSola. ReneSola produce pannelli solari. Fino a pochi anni fa si limitava ad assemblare componenti che venivano spediti in Cina da Germania e Giappone. Dal 2005 Li ha cambiato strategia: non produce più per aziende straniere. Ha sviluppato una propria tecnologia per il riciclaggio dei materiali e vende il proprio prodotto principalmente sul mercato domestico (questa volta in competizione con aziende tedesche e giapponesi). I suoi dipendenti prendono 500$ al mese e lavorano in uno stabilimento di punta, costruito pochi mesi fa. Alla domanda se l’apprezzamento sul dollaro avrà effetti negativi sulla crescita della sua attività ha scosso le spalle: “conseguenze minori”.
Per le aziende italiane questo cambiamento di scenario non rappresenta un passaggio scontato. Abbiamo appena imparato a gestire la fase uno (gestire la produzione su scala internazionale) e già dobbiamo inventarci una fase due (competere sui mercati emergenti con aziende cinesi che scommettono, a termine, sui nostri stessi punti di forza). Difficile oggi immaginare politiche adeguate al nuovo contesto competitivo. Di certo il ragionamento sui dazi rischia di essere superato sul nascere. Al signor Li, i dazi italiani interessano davvero molto poco.

Stefano

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