La “Terza Cina” come nuova frontiera per i distretti italiani?

Da quando la Cina ha deciso di aprirsi agli scambi internazionali, la sua crescita economica e industriale non si è più fermata. Mantenendo gli attuali tassi di crescita, nell’arco di 20 anni la Cina è destinata a diventare la prima economia al mondo. Questo risultato ha qualcosa di sorprendente. Basti pensare che, a tassi di cambio corrente, il Pil della Cina era nel 2003 equivalente a quello italiano. Tuttavia, il differenziale di crescita con la nostra economia ha portato, in soli cinque anni, ad un rapporto di due a uno. E in dieci anni l’economia cinese sarà cinque volte superiore alla nostra. Ma questo fenomeno non è certo privo di contraddizioni. Sono sotto gli occhi del mondo i segni del degrado ambientale, delle instabilità finanziarie, degli squilibri sociali e geografici, delle tensioni politiche e sociali che attraversano la Cina di oggi. C’è come la sensazione che il processo di sviluppo di questo paese, una volta liberato, sia diventato travolgente. E rischi, così, di mettere a repentaglio gli instabili equilibri dell’economia mondiale. Ma come reagire a questa sfida? Una risposta in apparenza semplice è erigere qualche barriera protezionistica, sperando di contenere l’invasione di merci a basso costo che fanno soffrire molte piccole imprese italiane. In realtà, questa risposta ha il fiato corto. La maggior parte dei paesi industriali ha capito, infatti, che le importazioni cinesi consentono di mantenere bassi i prezzi per i consumatori e possono favorire la specializzazione delle imprese verso la produzione di tecnologia, di cui la Cina ha un grande bisogno. La crescente interdipendenza con l’economia cinese può, così, avere un duplice effetto: da un lato diventare una fonte di crescita anche per le economie avanzate e, dall’altro, condizionare la sua politica, favorendo una progressiva apertura democratica e una maggiore responsabilità verso i problemi globali.
Può anche l’Italia dei distretti e delle piccole imprese seguire questa strada delle complementarità con l’economia cinese? Di questo si è discusso mercoledì 26 marzo a Pechino, in un seminario organizzato congiuntamente dall’Institute of European Studies della Chinese Academy of Social Sciences e dalla Review of Economic Conditions in Italy (rivista scientifica del Gruppo Unicredit). Anche se il confronto fra l’economia italiana e cinese non è privo di difficoltà, esiste, tuttavia, un terreno comune rappresentato proprio dall’esperienza dei distretti. In Cina il tema dei distretti industriali sta prendendo sempre più piede nel dibattito di politica economica. Una ricerca presentata al seminario da Wang Jici (qui il paper) dell’Università di Pechino, ha documentato che già oggi si possono individuare oltre 500 cluster industriali nel territorio cinese, con un’occupazione di oltre 30 milioni di addetti nelle sole piccole imprese. Se questi numeri possono incutere qualche timore, fanno anche capire che nei distretti cinesi si possono trovare promettenti occasioni di sviluppo. Sono almeno tre i piani di azione sui quali provare a integrare le catene del valore distrettuale italiane e cinesi. Il primo è provare a mettere insieme capacità creative, design e marchi italiani con lo straordinario potenziale manifatturiero cinese. Il secondo è la fornitura di tecnologie italiane che aiutino l’industria cinese a sviluppare modelli produttivi più sostenibili dal punto di vista energetico e ambientale. Il terzo è creare, attraverso la diffusione del modello distrettuale nei territori interni della Cina, condizioni per uno sviluppo più equilibrato in termini geografici e sociali. Ovviamente, questi passaggi non sono facili. E richiedono impegni seri da parte delle autorità cinesi per tutelare, concretamente, gli investimenti delle imprese italiane. Tuttavia, se l’obiettivo è trovare complementarità con lo sviluppo cinese, il protezionismo rischia di essere controproducente. Le imprese più dinamiche dei distretti italiani lo hanno capito da tempo. Speriamo che la politica non arrivi troppo tardi.

Giancarlo

Questa voce è stata pubblicata in Nuove identità, Spazi e metropoli. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

5 Responses to La “Terza Cina” come nuova frontiera per i distretti italiani?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *