Creativi allo specchio

Turn, la community dei designer torinesi, ha promosso, con il supporto del CNA di Torino, una ricerca (Turn at the mirror) sui propri associati, realizzata dal gruppo coordinato da Carlo Boccazzi Varotto e Salvatore Cominu. I risultati, presentati giovedì 13 marzo all’interno del programma Torino World Design Capital, consentono di tracciare a 3 anni dalla nascita un primo bilancio della community. Vale la pena riprendere alcuni di questi risultati perché forniscono indicazioni utili per comprendere il modo in cui sta evolvendo una funzione terziaria importante come il design. Giovani, il 67% ha tra i 30 ed i 40 anni, well-educated, i laureati sono oltre il 93%, non allergici alle nuove tecnologie e fluenti almeno in una lingua straniera, i Turners sono molto di più di una semplice associazione professionale. Sono un piccolo distretto della creatività. Sono 90 tra studi, agenzie, e società di capitali, che esprimono circa 400 addetti. Le dimensioni delle imprese, vista la specificità del settore, design e comunicazione, e la giovane età, sono quelle proprie delle microimprese (5,27% addetti di media), anche se non mancano realtà più strutturate. I Turners si sono formati sui banchi della facoltà di architettura di Torino (oltre il 67%) e da qui sono partiti per dare vita ad una nuova generazione di servizi legati alla creatività. Molte delle società e degli studi di Turn sono nati per gemmazione: oltre il 90% ha lavorato all’interno di un altro studio nell’area prima di mettersi “in proprio”. Proprio come nei distretti, i Turners in parte collaborano tra loro, mettendo insieme competenze complementari per rispondere alle richieste dei clienti, in parte competono sullo stesso mercato realizzando servizi simili. Le attività dei turners sono fortemente, oltre il 63%, concentrare all’interno dello spazio metropolitano torinese in linea con il percorso di rinascita culturale ed industriale della città intrapreso con le olimpiadi.
La ricerca conferma la grande vitalità dell’associazione che assomiglia sempre più ad una rete di imprenditori che hanno accettato il rischio di operare nei settori emergenti del design e della comunicazione che a dei professional in cerca di una casacca. Un pezzo di quel tanto atteso post-fordismo di cui Enzo Rullani ha scritto a lungo, inizia finalmente a farsi vedere. Non solo: reclama visibilità e legittimazione del proprio ruolo come parte integrante dei nuovi meccanismi di produzione del valore.
Il dibattito che ha seguito la presentazione della ricerca, ha segnalato però il disorientamento che gli attori istituzionali hanno nel saper interpretare il cambiamento in corso. In parte perché il tema della creatività è oggettivamente sfuggente (come si calcola la quota di PIL attribuibile alla creatività?). In parte perché le categorie del passato padroni/lavoratori produttori/consumatori industria/sindacato non sono più attuali.In entrambi i casi il rischio è che si guardi alle nuove professionalità creative come ad un settore industriale a sé, isolato dal resto dell’economia. Perdendo di vista l’opportunità di coniugare queste nuove competenze professionali con le richieste in termini di creatività ed innovazione del segmento più evoluto delle nostre piccole e medie imprese.
La creatività per la creatività non è una strategia che porta molto lontano (lo sanno per primi i creativi stessi). Per il nostro paese è invece più interessante agganciare questi nuovi servizi creativi – che stanno crescendo a Torino come nel nordest – all’interno di un percorso di rilancio della competitività del made in Italy.

Marco

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2 Responses to Creativi allo specchio

  1. Parlando con un esperto di web innovativo sono stato colpito dalla frase “Giorgio, siamo in bolla e sono preoccupato”.. l’esempio di Turn è forse un incoraggiamento per pensare che anzichè di bolla sia il caso di parlare di “fase 2”. La creatività spesso trova dimensione operativa (misurabile) in nuovi servizi mediati dalla rete, intesa tanto come struttura quanto come world wide web. Le parole “giovani e laureati” a mio avviso sono utili e spesso imprescindibili perchè permettono a questi “segmenti” (parola tremenda) di comprendere che è il modello della rete e della condivisione quello che pagherà nel futuro, si passa dalla coopetition alla collaborazione pura, la dimensione concorrenziale in questi mercati non è vissuta come una gara, soprattutto perchè spesso chi lo merita lavora senza problemi, prova ne sia il fatto che l’esperto di cui parlavo prima vive di passaparola e non ha tempo di costruire per sé un sito web. Magari non è tutto oro quel che luccica ma le eccellenze creative hanno di certo un futuro solare

  2. Nyk dicono:

    Concordo con Giorgio. Oggi come oggio ritengo che la concorrenza dura e spietata non ci sia più. Si sta iniziando a valutare un lavoratore più per le sue capacità e conoscenze che per le sue “amicizie”. In poche parole la meritocrazia avanza. Soprattutto in un settore come quello della creatività dove o sei bravo o puoi anche chiudere baracca e burattini. Per fortuna.

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