Il design? Non è più un colpo di penna

Mercoledì scorso IDC ha ospitato alla Rotonda della Besana una serata dedicata al design. Ospite d’eccezione quell’Ernesto Gismondi che ha legato il suo nome ad Artemide, pezzo importante della storia del design italiano. Il Gismondi spiega il successo del design italiano più o meno così: all’inizio Artemide faceva lampade, e le faceva bene. Ma erano in tanti a fare lampade belle e funzionali come quelle di Artemide. Allora – dice il Gismondi – Artemide ha deciso di fare un passo in più. Ha deciso che la sua missione era far stare bene la gente inventando luci in grado di accompagnarci in ogni momento della giornata. In effetti, non esiste una luce sola; ne esistono tante. Artemide prova a darci quella giusta per ogni momento della nostra vita (ed è per questo che compriamo volentieri le sue lampade).
Eravamo in molti ad ascoltare la storia di Artemide. Giorgio De Michelis ha fatto notare – giustamente – che non è cosa facile vendere il prodotto “far star bene la gente”. Bisogna saper raccontare una storia. Bisogna anche essere in grado di difendere la legittimità di un progetto culturale che precede e include le varie Tolomeo, Tizio e Eclisse. E poi, quando il problema è “far star bene la gente” le variabili in gioco sono tante così come sono tante le competenze alla base di un prodotto di successo. Giulio Ceppi, direttore creativo di Totaltool, lo ha confermato. Ceppi ha detto esplicitamente che l’epoca del designer “fassotuttomì” è conclusa da un pezzo e che il design non è più “un tratto di penna e via”. Oggi il design è prima di tutto uno sforzo di sintesi fra istanze e proposte diverse: quelle dei creativi, certamente; quelle dei manager delle imprese (che chiedono attenzione agli standard di mercato e ai processi produttivi); quelle dei clienti finali (che su internet reclamano attenzione e dicono la loro). A questo proposito Alfonso Fuggetta ha ricordato la comunità dei Ducatisti e la sua influenza nei processi di innovazione. I Ducatisti parlano all’azienda e lo fanno – sempre più – con cognizione di causa. Non sono più un segmento di mercato a cui generosamente viene concessa la facoltà di espressione: sono parte integrante del processo di innovazione della moto e dei suoi accessori.
Insomma, il design che si impone non nasce dalla testa del genio. E’ il risultato di intelligenze che si incontrano e che trovano una sintesi materiale nel perimetro di organizzazioni complesse. Anche per il Made in Italy.
Mentre riassumo i punti essenziali del dibattito, mi rendo conto dei rischi che corre la nostra economia. Parlerei di “effetto centrifuga”. Se i clienti più vispi tendono ad allontanarsi dal nostro paese (perché noi siamo diventati un po’ più vecchi e un po’ più noiosi), se i centri di ricerca più innovativi se ne stanno all’estero (perché nel nostro paese l’università non ha tempo per le imprese), se i fornitori migrano nei paesi emergenti (perché la manodopera costa meno), riusciranno le nostre imprese del design a tenere incollati i pezzi di un mondo che sfugge?
Se seguo il ragionamento del Gismondi, direi che è possibile. A condizione di rinnovare la scala dei progetti culturali su cui il nostro paese vuole scommettere e di ritrovare la voglia di raccontarli.

Stefano

Share
Questa voce è stata pubblicata in Creatività e design, Innovazione. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

5 Responses to Il design? Non è più un colpo di penna

  1. Federico Della Puppa dicono:

    grazie stefano per gli appunti sul convegno e per il tema dello “far star bene la gente”. metterò questo post come link nella mia pagina didattica per i miei studenti, dato che proprio la scorsa settimana abbiamo affrontato i rapporti tra imprese e mercato e ho fatto una lezione incentrata su questo tema, ovvero su qual è la mission (in generale) di un’impresa e come l’impresa può fare profitti e migliorare le proprie performance in rapporto al suo sistema di mercato, grazie alla fidelizzazione dei clienti e come essa oggi debba essere intesa.

    l’esempio Ducati che hai citato mi sembra assolutamente centrale. io penso spesso ad Apple e uso esempi tratti dalla sua politica di innovazione di prodotto e di coinvolgimento dei tanti macuser che nel tempo sono diventati una solida community che supporta Apple nello sviluppo dei prodotti. ultimo esempio: l’iPhone e l’apertura del SDK (software development kit) a chiunque ne faccia richiesta. è vero, costa 99 dollari, ma in poche ore si sono saturate le richieste, tanta è l’attenzione verso un prodotto altamente innovativo e sulle sue potenzialità di sviluppo a partire dalle idee non solo di Apple ma della community, nella quale ci sono i tanti hacker che in questi mesi hanno reso possibile l’uso dell’iPhone al di là delle limitazioni imposte da Apple stessa. aprire i propri prodotti significa proprio andare nella direzione dello “far star bene i clienti”. infatti chi meglio dei clienti conosce il proprio “star bene”? nel caso dell’iPhone, Apple consente di scrivere codice per quella macchina e creare software che poi verranno venduti tramite iTunes e i cui proventi solo in piccola parte resteranno ad Apple come costi di commercializzazione. mi sembra una idea geniale, il cui successo dimostra come un’azienda innovativa si deve muovere nel mercato oggi

    concordo infine sulla necessità del racconto, che mi sembra l’unico modo per far emergere le eccellenze e gli esempi positivi, molti dei quali anche presenti nel nostro nord est

  2. Giorgio De Michelis dicono:

    Stefano ha riportato bene il dibatitto che è stato molto interessante anche per me. Se dovessimo continuare, magari lo faremo in altra sede, vorrei portare l’attenzione sul fatto che la mission di imprese come quella di Gismondi non è più semplice o più arretrata delle tipiche imprese high tech di cui molti rimpiangono l’assenza nel nostro paese, è semplicemente diversa. E diverso è anche il valore aggiunto, che è alto ma sta, non nel know how tecnologico, ma in una componente di servizio alta, che per brevità potremmo riassumere “creare le condizioni per vivere bene”. Senza voler disprezzare le imprese ad alto contenuto tecnologico, in cui comunque saremo una presenza marginale e minoritaria, io penso che le nostre politiche economiche dovrebbero aiutare le nostre imprese a mantenere la posizione di leadership nel campo della qualità della vita. Certo è più difficle, perché le ricette non sono pronte, ma è utile perché così difendiamo quello che abbiamo piuttosto che cercare di avere quello che non abbiamo.

  3. Francesco dicono:

    Dibattito interessantissimo, questo. A tal proposito, citerei un mostro sacro come il compianto Augusto Morello che, in un vecchio articolo apparso su Stile Industria del 1995, afferma che “i design manager dovrebbe essere capaci di orientare progetti intesi come traduzione del complicato in complesso e non solo come mezzi di differenziazione dai concorrenti”.
    In altre parole, stiamo attenti dall’ipersignificazione dell’effimero, da una progettazione user-centered troppo orientata sui desideri cogenti e non sui bisogni strutturali.
    Quella del design italiano è una storia di successo proprio perchè è andata – spesso con lievità e leggerezza – al cuore dei problemi, alle sue radici.
    Se non si coltiva questa dimensione ho paura che l'”effetto centrifuga” sarà inevitabile…

  4. Dario dicono:

    il design? non è mai stato un puro colpo di penna.
    il puro colpo di penna non è design, forse è moda, forse è solo fortuna, forse è solo arte, forse è solo buona pubblicità.
    C’è una bellissima citazione di Munari che mi permetto di riportare:
    “Si rende oggi necessaria un’opera di demolizione del mito dell’artista-divo che produce soltanto capolavori per le persone più intelligenti. […] è necessario oggi, in una civiltà che sta diventando di massa, che l’artista scenda dal suo piedistallo e si degni di progettare l’insegna del macellaio (se la sa fare)”
    è il “se la si fare” ironico di Munari che deve farci riflettere. Le storie, quelle che i copywriters scrivono attorno ad un prodotto per colpire il cliente finale, sono purtroppo inventate o frutto di abile applicazione delle teorie della semiotica raramente sono reali, guardate con attenzione negli occhi di chi le racconta. Nel fare l’insegna del macellaio invece c’è la partecipazione emotiva del committente che è anche l’imprenditore, il contatto con il suo mercato, con le fatiche e i sogni di una vita. Quello che manca oggi a noi designer è il contatto con l’imprenditore vero quello con le idee. Gismondi ha molte storie da raccontare perchè nel design ha sempre creduto e perchè ha saputo ricercare il contatto con i designer , quella figura che gli sapeva dare qualcosa di veramente nuovo. Sia chiaro, per nuovo non intendo l’invenzione del secolo, ma anche la semplice reinterpretazione migliorativa di qualcosa che già esisteva e che usavamo tutti i giorni (vedi Tolomeo). Personalmente oggi mi trovo ad incontrare product manager, mkt manager (e l’ho fatto anch’io per 4 anni), sales manager che mi si rivolgono come dotti esperti della materia del design che già sanno come fare tutto, praticamente il prodotto già ce l’hanno disegnato in testa anzi, molto spesso pure te lo abbozzano sul foglio di carta mentre ti incontrano e allora ti chiedi tu, che fino a qualche secondo fa credevi di essere chiamato in causa per per la tua professionalità, ad avere seri dubbi sul tuo ruolo e sul motivo per cui ti hanno chiamato visto che già tutto per loro è chiaro. Che storia vuoi raccontare al giornalista o agli agenti dell’azienda al prossimo meeting? che hai visto la signora Maria rovinarsi le mani mentre usava lo sbucciapatate e hai pensato di rivestirlo con l’ultima miscela siliconica antibatterica e che le lame al titanio permettevano una maggiore durata??? balle. il silicone già te lo avevano messo in mano quelli lì, come pure il titanio e il tuo compito si limita alla forma estetica. Tu avresti voluto usare un legno estruso, riciclabile e naturale e il titanio ti sembra un materiale troppo costoso per un oggetto che sul mercato lo puoi trovare a 50 cent e che funziona pure bene. Dopo aver accettato il lavoro ti fai assalire dai sensi di colpa e ti rendi conto di essere un mercenario, ti sei vigliaccamente venduto per denaro e non hai nemmeno osato contraddirli per dire la tua. Sai che con il mouse (la matita è sorpassata ormai) disegnerai qualche linea, un bel render, le annotazioni che loro si aspettano di vedere scritte e il gioco è fatto. Certo se il prodotto funziona i sensi di colpa svaniscono subito.Facciamoci poi una domanda in più, chiediamoci se il prodotto funziona per il suo design, per la sua innovazione o per le sentinaia di migliaia di euro investite per promuoverlo e che lo hanno reso un oggetto del desiderio. il problema è tutto italiano comunque siamo troppo presuntuosi e convinti di saper fare tutto. Così il markettaro si improvvisa designer, il commerciale product manager e la signora Maria, ti compra il pelapatate da 70 euro perchè la sua amica l’ha comprato, perchè è un cult celebrato dagli utlimi reality televisivi, perchè le patate ora si sbucciano in tavola pur di dar sfoggio del proprio livello sociale ecc. Il design vincente è frutto di un lavoro di squadra, dove ognuno apporta il proprio contributo a seconda della sua specializzazione come dice Ceppi e, aggiungo io, il designer e l’imprenditore ne tirano le fila. Solo così, con le giuste dosi dei vari ingredienti, torneremo a fare dei prodotti di successo che miglioreranno anche la nostra vita quotidiana.

  5. Ilaria dicono:

    Leggendo di Artemide mi è venuto in mente anche il caso iGuzzini, un’altra azienda che ha fatto del passaggio dal design all'”attenzione” la sua vittoria. Non solo fare cose belle ma pensare a come queste cose possono salvaguardare dipinti e sculture, come nel caso di allestrimenti di mostre e pinacoteche, o aiutare persone in difficoltà (luce usata come terapia nel nosocomio “Casa dei risvegli” per giovani in coma) o come queste “belle luci” possano servire a valorizzare una luce ancora più bella: il cielo stellato (illuminazione a basso impatto della Tsim Sha Tsui waterfront promenade di Hong Kong).
    Ulteriore dimostrazione che il design può essere molto di più di una ricerca estetica e che le aziende possono arricchirsi notevolmente focalizzandosi sul bene comune e sulla ricerca di senso sociale o ambientale in ciò che fanno.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *