La tassa sulle Nike (e sulle Geox)

Con l’avvio della campagna elettorale, Giulio Tremonti prova l’affondo protezionista. Forte di una riflessione sviluppata nel suo ultimo libro (La paura e la speranza), Tremonti ci propone in questi giorni una critica alla globalizzazione da lasciare imbarazzato, per radicalità politica, lo stesso Bertinotti. La globalizzazione, dice Tremonti, è il risultato di un’ideologia “mercatista” che ha ridotto il ruolo della politica a puro spettatore. Cosa ha in mente Tremonti quando parla di globalizzazione? Non sono tanto le multinazionali europee, americane e giapponesi ad impensierire il responsabile economico del PdL, tanto meno gli hedge funds e i grandi operatori della finanza globale. Il lato oscuro della globalizzazione ha per Tremonti una faccia ben delineata: quella dei due miliardi di asiatici – in particolare di cinesi e indiani – che si sono messi in testa la malsana idea di cominciare a vivere un po’ meglio! In uno slancio neo-malthusiano, Tremonti pone la fatale domanda: com’è possibile che nel volgere di pochi decenni un insieme di società contadine, basate per lo più su un regime di auto-sussistenza, pretendano di mangiare carne come noi, riscaldare le case come noi, muoversi fra le città come noi? Il nostro pianeta non può permettersi tutto questo lusso!
In questa posizione c’è qualcosa di più di un paradosso ideologico. Il problema in questo caso è molto più serio. Anche tralasciando il giudizio politico e morale sulla pretesa di bloccare, così come sono, le disuguaglianze nel mondo, la domanda da farci è dove potrebbero portare, oggi, i dazi alle importazioni: qualcuno crede ancora che per difendere il made in Italy sia utile mettere una tassa sulle Nike e sulle Geox, e magari anche sull’I-pod? Perché, come tutti gli studi sul commercio mondiale hanno dimostrato, le importazioni dall’Asia altro non sono che beni intermedi prodotti in gran parte da imprese occidentali, senza le quali i prezzi dei beni finali sarebbero di gran lunga maggiori di quelli attuali. L’inflazione che sta massacrando i redditi reali viene da due fonti che con la Cina hanno poco a che fare: da un lato il gioco al rialzo dei petrolieri e la scarsa volontà di investire in fonti energetiche alternative, dall’altro l’insufficiente concorrenza nel mercato dei beni alimentari e dei servizi pubblici e privati. Come non vedere, invece, che la crescita delle economie asiatiche, anche se con molte contraddizioni, ha reso possibile affrancare dalla povertà assoluta centinaia di milioni di persone, fornendo alle opulente economie dell’occidente aree di domanda che era impossibile creare al proprio interno. In questo senso, nel cercare di difendere i “ceti deboli delle aree forti”, la proposta di dazi di fatto penalizza le imprese leader più competitive e aperte, quelle che hanno investito all’estero, in tecnologia e nuovi modelli organizzativi, e che sono l’unica vera prospettiva di sviluppo sostenibile e di occupazione qualificata per l’economia italiana. In definitiva, con un colpo solo, si bastonano i consumatori meno abbienti e le imprese più competitive. Niente male per una politica liberale.
Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
Questa voce è stata pubblicata in Innovazione, Nuove identità, Varie. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

19 Responses to La tassa sulle Nike (e sulle Geox)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *