La tassa sulle Nike (e sulle Geox)

Con l’avvio della campagna elettorale, Giulio Tremonti prova l’affondo protezionista. Forte di una riflessione sviluppata nel suo ultimo libro (La paura e la speranza), Tremonti ci propone in questi giorni una critica alla globalizzazione da lasciare imbarazzato, per radicalità politica, lo stesso Bertinotti. La globalizzazione, dice Tremonti, è il risultato di un’ideologia “mercatista” che ha ridotto il ruolo della politica a puro spettatore. Cosa ha in mente Tremonti quando parla di globalizzazione? Non sono tanto le multinazionali europee, americane e giapponesi ad impensierire il responsabile economico del PdL, tanto meno gli hedge funds e i grandi operatori della finanza globale. Il lato oscuro della globalizzazione ha per Tremonti una faccia ben delineata: quella dei due miliardi di asiatici – in particolare di cinesi e indiani – che si sono messi in testa la malsana idea di cominciare a vivere un po’ meglio! In uno slancio neo-malthusiano, Tremonti pone la fatale domanda: com’è possibile che nel volgere di pochi decenni un insieme di società contadine, basate per lo più su un regime di auto-sussistenza, pretendano di mangiare carne come noi, riscaldare le case come noi, muoversi fra le città come noi? Il nostro pianeta non può permettersi tutto questo lusso!
In questa posizione c’è qualcosa di più di un paradosso ideologico. Il problema in questo caso è molto più serio. Anche tralasciando il giudizio politico e morale sulla pretesa di bloccare, così come sono, le disuguaglianze nel mondo, la domanda da farci è dove potrebbero portare, oggi, i dazi alle importazioni: qualcuno crede ancora che per difendere il made in Italy sia utile mettere una tassa sulle Nike e sulle Geox, e magari anche sull’I-pod? Perché, come tutti gli studi sul commercio mondiale hanno dimostrato, le importazioni dall’Asia altro non sono che beni intermedi prodotti in gran parte da imprese occidentali, senza le quali i prezzi dei beni finali sarebbero di gran lunga maggiori di quelli attuali. L’inflazione che sta massacrando i redditi reali viene da due fonti che con la Cina hanno poco a che fare: da un lato il gioco al rialzo dei petrolieri e la scarsa volontà di investire in fonti energetiche alternative, dall’altro l’insufficiente concorrenza nel mercato dei beni alimentari e dei servizi pubblici e privati. Come non vedere, invece, che la crescita delle economie asiatiche, anche se con molte contraddizioni, ha reso possibile affrancare dalla povertà assoluta centinaia di milioni di persone, fornendo alle opulente economie dell’occidente aree di domanda che era impossibile creare al proprio interno. In questo senso, nel cercare di difendere i “ceti deboli delle aree forti”, la proposta di dazi di fatto penalizza le imprese leader più competitive e aperte, quelle che hanno investito all’estero, in tecnologia e nuovi modelli organizzativi, e che sono l’unica vera prospettiva di sviluppo sostenibile e di occupazione qualificata per l’economia italiana. In definitiva, con un colpo solo, si bastonano i consumatori meno abbienti e le imprese più competitive. Niente male per una politica liberale.
Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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19 Responses to La tassa sulle Nike (e sulle Geox)

  1. Arianna dicono:

    La tua risposta al libro e alla riflessione di Tremonti riassume tutto quello che, credo, migliaia di persone pensano. Mi chiedo la stessa cosa, ironicamente: questa politica, in qualsiasi modo la si vuole definire, è ancora, non dico attuabile, ma presentabile nel 2008? E, ancora, ma Tremonti non era ministro dell’economia e delle finanze? Cavolo, aveva proprio capito tutto…Non lascerei da parte le questioni etico-morali, dato che anche una politica prettamente economica non può prescinderne. Non so come spiegarmi e come commentare questa uscita di qualcuno che, come ho già detto, era ministro dell’economia…

  2. Didi Steiner dicono:

    MOVIMENTO PER LA DECRESCITA FELICE

    Un vasetto di yogurt prodotto industrialmente e acquistato attraverso i circuiti commerciali, per arrivare sulla tavola dei consumatori, percorre da 1.200 a 1.500 chilometri, costa 10 euro al litro, subisce trattamenti di conservazione che spesso uccidono i batteri. Lo yogurt autoprodotto facendo fermentare il latte con opportune colonie batteriche non deve essere trasportato, costa il prezzo del latte, non ha conservanti ed è ricchissimo di batteri. Lo yogurt autoprodotto è pertanto di qualità superiore rispetto a quello prodotto industrialmente, costa molto dimeno, non comporta consumi di fonti fossili e di conseguenza riduce le emissioni di CO2. Tuttavia questa scelta, che migliora la qualità della vita di chi la compie, comporta un decremento del prodotto interno lordo: sia perché lo yogurt autoprodotto non passa attraverso la mediazione del denaro, quindi fa diminuire la domanda di merci, sia perché non richiede consumi dicarburante, quindi fa diminuire la domanda di merci. La sostituzione dello yogurt prodotto industrialmente e acquistato con yogurt autoprodotto comporta un miglioramento della qualità della vita e un decremento del prodotto interno lordo. Il decremento del prodotto interno lordo è la conseguenza del miglioramento della qualità della vita. Ciò disturba i ministri delle finanze perché riduce il gettito dell’IVA e delle accise sui carburanti; i ministri dell’ambiente perché di conseguenza si riducono gli stanziamenti dei loro bilanci e non possono più sovvenzionare le fonti energetiche alternative nell’ottica dello «sviluppo sostenibile»; isindaci, i presidenti di regione e di provincia perché non possono più distribuire ai loro elettori i contributi statali per le fonti alternative.
    Ma non è tutto.
    I fermenti lattici contenuti nello yogurt fresco autoprodotto arricchiscono la flora batterica intestinale e fanno evacuare meglio. Le persone affette da stitichezza possono iniziare la loro giornata leggeri come libellule. Pertanto la qualità della loro vita migliora e il loro reddito ne ha un ulteriore beneficio, perché non devono più comprare purganti. Ma ciò comporta una diminuzione della domanda di merci e del prodotto interno lordo. Anche i purganti prodotti industrialmente e acquistati attraverso i circuiti commerciali, per arrivare nelle case dei consumatori percorrono migliaia di chilometri. La diminuzione della loro domanda comporta dunque una diminuzione dei consumi di carburante e un ulteriore decremento del prodotto interno lordo. Ciò disturba una seconda volta i ministri delle finanze e dell’ambiente, i sindaci, i presidenti di regione e di provincia per le ragioni già dette.
    Ma non è tutto.
    La diminuzione della domanda di yogurt e di purganti prodotti industrialmente comporta una riduzione della circolazione degli autotreni che li trasportano e, quindi, una maggiore fluidità del traffico stradale e autostradale. Gli altriautoveicoli possono circolare più velocemente e si riduconogli intasamenti. Di conseguenza migliora la qualità della vita. Ma diminuiscono anche i consumi di carburante e siriduce il prodotto interno lordo. Ciò disturba una terza volta i ministri delle finanze e dell’ambiente, i sindaci, i presidenti di regione e di provincia per le ragioni già dette.
    Ma non è tutto.
    La diminuzione degli autotreni circolanti su strade eautostrade diminuisce statisticamente i rischi di incidenti. Questo ulteriore miglioramento della qualità della vita indotto dalla sostituzione dello yogurt prodotto industrialmente con yogurt autoprodotto, comporta una ulteriore diminuzione del prodotto interno lordo, facendo diminuire sia le spese ospedaliere, farmaceutiche e mortuarie, sia le spese per le riparazioni degli autoveicoli incidentati e gli acquisti di autoveicoli nuovi insostituzione di quelli non più riparabili. Ciò disturba una quarta volta i ministri delle finanze edell’ambiente, i sindaci, i presidenti di regione e di provincia per le ragioni già dette. Il Movimento per la Decrescita Felice si propone di promuovere la più ampia sostituzione possibile delle merci prodotte industrialmente ed acquistate nei circuiti commerciali con l’autoproduzione di beni. In questa scelta, che comporta una diminuzione del prodotto interno lordo, individua la possibilità di straordinari miglioramenti della vita individuale e collettiva, delle condizioni ambientali e delle relazioni tra i popoli, gli Stati e le culture. La sua prospettiva è opposta a quella del cosiddetto «sviluppo sostenibile», che continua a ritenere positivo il meccanismo della crescita economica come fattore di benessere, limitandosi a proporre di correggerlo conl’introduzione di tecnologie meno inquinanti e auspicando una sua estensione, con queste correzioni, ai popoli che non a caso vengono definiti «sottosviluppati». Nel settore cruciale dell’energia, lo «svilupposostenibile», a partire dalla valutazione che le fontifossili non sono più in grado di sostenere una crescita durevole e una sua estensione a livello planetario, ne propone la sostituzione con fonti alternative. Il Movimentoper la Decrescita Felice ritiene invece che questa sostituzione debba avvenire nell’ambito di una riduzione del prodotto interno lordo mediante una riduzione dei consumi, da perseguire sia con l’eliminazione di sprechi, inefficienze e usi impropri, sia con l’eliminazione dei consumi indotti da un’organizzazione economica e produttiva finalizzata alla sostituzione dell’autoproduzione di beni con la produzione e la commercializzazione di merci. Questa prospettiva comporta che nei paesi industrializzatisi riscoprano e si valorizzino stili di vita del passato, irresponsabilmente abbandonati in nome di una malintesa concezione del progresso, mentre invece hanno ampie prospettive di futuro non solo nei settori tradizionali dei bisogni primari, ma anche in alcuni settori tecnologicamente avanzati e cruciali per il futuro dell’umanità, come quello energetico, dove la maggiore efficienza e il minor impatto ambientale si ottengono con impianti di autoproduzione collegati in rete per scambiare le eccedenze. Nei paesi lasciati in stato di indigenza dalla rapina delle risorse che sono state necessarie alla crescita economica dei paesi industrializzati, un reale e duraturo miglioramento della qualità della vita non potrà esserci riproducendo il modello dei paesi industrializzati, ma solo con una crescita dei consumi che non comporti una progressiva sostituzione dei beni autoprodotti con merciprodotte industrialmente e acquistate. Una più equa redistribuzione delle risorse a livello mondiale non sipotrà avere se la crescita del benessere di questi popoli avverrà sotto la forma crescita del prodotto interno lordo, nemmeno se fosse temperata dai correttivi ecologici dello «sviluppo sostenibile». Che del resto è un lusso perseguibile solo da chi ha già avuto più del necessario da uno sviluppo senza aggettivi.

    Per aderire al movimento è sufficiente:

    – autoprodurre lo yogurt o qualsiasi altro bene primario: la passata di pomodoro, la marmellata, il pane, il succo di frutta, le torte, l’energia termica e l’energia elettrica, oggetti e utensili, le manutenzioni ordinarie;
    – fornire i servizi alla persona che in genere vengono delegati a pagamento: assistenza dei figli nei primi annid’età, degli anziani e dei disabili, dei malati e dei morenti.

    L’autoproduzione sistematica di un bene o lo svolgimento di un servizio costituisce il primo grado del primo livello diadesione. I livelli successivi del primo grado sono commisurati al numero dei beni autoprodotti e dei servizi alla persona erogati. L’autoproduzione energetica vale il doppio. Il secondo grado di adesione è costituito dall’autoproduzione di tutta la filiera di un bene: dal latte allo yogurt; dal grano al pane, dalla frutta alla marmellata, dai pomodori alla passata, dalla gestione del bosco al riscaldamento. Anche nel secondo grado i livelli sono commisurati al numero dei beni autoprodotti e la filiera energetica vale il doppio.

    AA.VV.

  3. bruno dicono:

    L’esempio dello yogurth non è convincente. Se da domani mi faccio lo yogurt al di fuori dell’orario normalmente dedicato al lavoro, non nasce nessun problema: il mio salario lo spenderò, anzichè in yogurt industriali, in libri, teatro, vacanze, lezioni di yoga etc. etc.: migliora il mio benessere e non cambia niente per il pil. Se invece per farmi lo yogurth rinuncio ad ore di lavoro, mi scende il salario: e non c’è problema se il “valore” che assegno a tale discesa è perfettamente bilanciato con il gusto di farmi lo yogurth (a questo punto si pone un problema per il pil ma solo di tipo contabile, relativamente alle convenzioni oggi utilizzate per calcolarlo). Se però per lo yogurth perdo molto tempo, mi ridurrò per forza il salario e dovrò rinunciare ad altro (mobili, dischi, pranzi con gli amici etc.). Potrò ugualmente essere felice ma devo sapere che la decrescita comporta la riduzione del mio potere d’acquisto. Dunque la decrescita è una cosa che può darsi un nome più semplice, e più comprensibile, ed è appunto quello di essere un movimento per la riduzione del potere d’acquisto, perchè alla fine è solo così che si riduce il pil. Non riesco a valutare l’appeal di un programma di questo. Se poi si è a favore di una decrescita selettiva (solo in Occidente) magari bisogna ringraziare i cinesi e gli indiani e non osteggiare la globalizzazione. tipo.
    Quanto ai ministri che vedrebbero ridursi le tasse (Iva, accise etc.) non vedo il punto: se i cittadini si autoproducono anche le strade (o non ne hanno più bisogno) dove sta il problema?
    bruno

  4. Giancarlo dicono:

    Sulla cosiddetta “decrescita felice” abbiamo già discusso su questo blog e, personalmente, non ho molto altro da aggiungere contro un’idea che ritengo elitaria e, alla fine, sbagliata per la stessa sostenibilità ambientale dello sviluppo. Condivido in pieno quello che ha scritto Bruno: una perfetta lezione sui vantaggi comparati dei fattori di produzione. In ogni caso, non è alla decrescita che pensa Tremonti quando si propone di contrastare, in qualche modo, lo sviluppo dell’economia asiatica. Tremonti è convinto che proteggendo la nostra economia dalle importazioni asiatiche, la crescita italiana sarà maggiore. Anche questa idea, secondo me, è sbagliata. La differenza è che se la teoria della “decrescita” è, di fatto, ininfluente, quella di Tremonti è invece pericolosa. E non solo per l’economia.

  5. Matteo dicono:

    Ciao Giancarlo
    cosa intendi con “l’insufficiente concorrenza nel mercato dei beni alimentari e dei servizi pubblici e privati.”?

  6. Matteo dicono:

    “Il mondo alla rovescia”

    Domenica 16 Marzo 2008, 21:30

    di Michele Buono e Piero Riccardi

    Petrolio, gas, uranio sono concentrati in poche zone del pianeta mentre i consumatori sono dappertutto. Sole e vento invece sono ovunque e sempre vicini a chi consuma energia.

    Intanto i consumi di energia fossile crescono anno dopo anno e insieme gas serra e polveri sottili. I trasporti e i consumi energetici delle abitazioni rappresentano i due terzi del problema. Quali sono allora le conseguenze di una crescita incontrollata su un pianeta dalle risorse non infinite? Ha senso allora un modello di sviluppo basato sulla crescita illimitata, in cui anche traffico, rifiuti e malattie fanno crescere il PIL? E’ possibile ri-orientare l’economia e pensare a un nuovo modello di sviluppo che impieghi meno risorse e produca più benessere? E’ possibile far camminare diversamente le merci e le persone, facendo consumare meno energia alle case e facendo viaggiare in maniera differente anche gli elettroni in una rete elettrica pensata come internet: niente grandi centrali in cima alle piramidi e giù in basso tutti i consumatori? Se si rovescia la piramide i consumatori potrebbero diventare anche produttori e l’energia si consuma e si scambia. Come con l’informazione in internet. Risultato? Le fonti di energia rinnovabile diventano protagoniste e marginali le fossili. La chiamano democrazia energetica i Ribelli dell’energia di Schonau un paese nella Foresta nera in Germania ovvero gente comune che dopo Chernobyl per dire no al nucleare si comprò la rete elettrica locale e cominciò a produrre energia sganciandosi dalle centrali atomiche.

    Un viaggio tra chi sta provando a fare il mondo alla rovescia.

    http://www.report.rai.it

  7. Fabio Turel dicono:

    Tornando ai dazi: io invece sono più contento quando acquisto un prodotto che viene fabbricato in Europa. E non per una questione protezionistica o perché ritenga che il resto del mondo debba restare nella povertà, ma per avere delle garanzie riguardo il modo in cui la produzione è avvenuta – tutela delle condizioni di lavoro e rispetto dell’ambiente. Fino a che queste tutele non saranno garantite ovunque, continuerò a guardare con sospetto i vantaggi della produzione delocalizzata e le differenze di prezzo che ne risultano.

  8. Giancarlo dicono:

    @Matteo: difficile non essere d’accordo con Buono e Riccardi. Il problema è che per sviluppare un sistema distribuito di produzione delle energie rinnovabili, serve a poco farsi lo yogurt a casa. Abbiamo invece bisogno di investire in ricerca scientifica e nuove tecnologie. Questo, a sua volta, è possibile se esistono almeno due condizioni essenziali: la prima, che ci siano risorse in eccesso create dalla crescita economica (dunque, anche dall’apertura internazionale, che della crescita è un complemento che, storicamente, si è rivelato fondamentale); la seconda che funzioni un efficiente sistema di mercato, in cui i prezzi diano segnali effettivi del valore dei beni (includendo, perciò, anche le varie esternalità) e la concorrenza incentivi l’investimento nella produzione e diffusione di innovazioni. Senza concorrenza non c’è efficienza, ma soprattutto non c’è incentivo all’innovazione. E’ quello che avviene nei servizi pubblici: dal trasporto locale alla raccolta dei rifiuti. Anche alcuni mercati dei beni sono poco concorrenziali: se l’Europa riducesse i sussidi agli agricoltori, potremmo importare beni alimentari a prezzi più bassi, favorendo il risparmio delle famiglie e, insieme, la riduzione della povertà nei paesi in via di sviluppo.

  9. Eleonora dicono:

    Il ragionamento sul processo di autoproduzione dello yogurt presuppone alcune condizioni di partenza che sono state evidenziate da Bruno, in particolare la disponibilità di tempo (che come sappiamo bene è una risorsa scarsa) e l’attenzione da parte del consumatore-produttore.
    Se sono un fanatico dello yogurt, un salutista anche non troppo sfegatato o ho problemi di colite e mi serve mangiare sano allora dedicherò tempo ed attenzione alla produzione di yogurt, strizzando un occhio (anche) alla sostenibilità. Se sono una casalinga/non lavoro è ho (forse) molte tempo a disposizione posso pensare di investire tempo per produrmi in casa lo yogurt. Ma riguardo al resto? quanti sono i beni che noi compriamo attraverso il mercato? non possiamo bollare il processo industriale come negativo a priori perché allo stato attuale genera delle conseguenze negati sull’ambiente (senza considerare invece la spinta all’innovazione che sottolinea Giancarlo), dobbiamo pensare che tutti i consumatori dirottino parte del loro tempo per autoprodursi ciò che per loro (per noi) è necessario? oppure dobbiamo pensare a come generare nuova conoscenza, ricerca e innovazione a partire da queste nuove domande che i consumatori stanno sollevando? alcuni consumatori in base alle loro priorità di attenzione e tempo potranno anche gestire un buon mix di autoproduzione e ricorso al mercato, ma i beni coinvolti saranno tra loro molto diversi in fuzione di esigenze, desideri, interessi che non possiamo generalizzare

  10. Matteo dicono:

    “alcuni consumatori in base alle loro priorità di attenzione e tempo potranno anche gestire un buon mix di autoproduzione e ricorso al mercato, ma i beni coinvolti saranno tra loro molto diversi in fuzione di esigenze, desideri, interessi che non possiamo generalizzare”. Eleonora ha fatto centro: la proposta della decrescita non è così banale come si tende a farla passare. Presuppone un mix di autoproduzione e autoconsumo, scambi non mediati dal mercato, ed economia mercantile. A quest’ultima è affidata, secondo i suoi pensatori (leggete Pallante, non Latouche) la generazione di innovazioni tecnologiche per ridurre i consumi e aumentare l’efficienza, e la produzione di quei beni che non è pensabile autoprodursi (concordo che non sono pochi). Una casa passiva, cioè che produce energia in eccesso, esempio tipico dei promotori della decrescita, perchè attraverso la riduzione dei consumi riduce il PIL, è un mix di innovazione tecnologica, conoscenze, buone pratiche del passato. Anche l’esempio dello yogurt non è banale: in Italia il 60% dell’impronta ecologica e il 50% circa delle tonnellate-chilometro mosse su strada sono imputabili al comparto alimentare. Cambiare gli stili di consumo in questo comparto, almeno in parte, porta grandi benefici.
    Sono d’accordo anche con Giancarlo sul bisogno di mercati concorrenziali che promuovano l’innovazione. Meno sulla sostenibilità della crescita nel lungo periodo e sulle cause dell’attuale crisi: è vero che storicamente la crescita ha permesso di generare risorse aggiuntive per la ricerca e l’innovazione, ma ahimè viviamo in un mondo finito, in termini di spazio e risorse. E ce ne stiamo accorgendo: il petrolio sale perchè l’offerta non si adegua alla domanda, semplicemente perchè ha dei forti limiti strutturali nel poterlo fare, e probabilmente non lo potrà più fare. A ciò si aggiungono semplici ragioni di carattere economico: il petrolio è una risorsa non rinnovabile e in via di esaurimento (non importa se tra 20 o 50 anni). Chi la possiede ha tutto il vantaggio ad estrarla a tassi sempre più bassi e a prezzi di cessione sempre più alti, specie se si tratta di una risorsa fondamentale a scarsa elasticità (in assenza di alternative, che oggi sono poche e non per tutti i comparti). E’ la teoria del picco del petrolio, che non dipende meramente da fattori geologici, ma anche infrastrutturali (mancati investimenti passati), fisici ed economici (abbiamo consumato il petrolio più facile da raggiungere e raffinare), geopolitici. Sette anni fa il barile ha sfiorato i 10 dollari, oggi è a 111, ci sarà un motivo serio oltre alle speculazioni finanziarie, o no?
    Per quanto riguarda i beni alimentari, stiamo assistendo ad un doppio trend che a mio avviso poco centra con mercati poco concorrenziali: da una parte la riduzione delle produzioni a seguito delle modificazioni climatiche (link); dall’altra alla riduzione delle esportazioni da parte di paesi produttori, a seguito della crescita dei consumi interni (grazie allo sviluppo economico; è quello che ad esempio sta succendendo negli ultimi anni proprio alla Cina). A ciò si aggiunge il caro energetico, che incide specialmente sui modelli di produzione intensiva, e nella concorrenza tra settore food e non food a seguito dell’utilizzo di derrate alimentari per la produzione di biocombustibili.
    Insomma, la crescita economica quantitativa sta innescando una pericolosa spirale che rischia di togliere propellente ai processi di innovazione di cui abbiamo bisogno che, non mi stancherò mai di dirlo, non sono solo tecnologici ma anche culturali e comportamentali. Crescere la produzione di merci per portare tutti allo stesso livello di cosumi, in un mondo finito, è utopico e altamente pericoloso. Occorre indirizzare l’innovazione non per produrre nuove cose da comprare e buttare, ma per ridurre drasticamente i consumi di materiali e permettere una più equa ripartizione delle risorse. E’ un cambiamento più difficile da attuare per chi ha molto e deve rinunciare a parte di ciò che ha (anche se non serve ad aumentare il suo benessere), piuttosto che per chi ha poco o niente e chiede qualcosa in più.

  11. Matteo dicono:

    Link sulla Cina e il consumo di grano.

  12. Giancarlo dicono:

    @Fabio Turel: il tuo punto di vista è poco accettabile sul piano morale, prima ancora che su quello economico. Se un consumatore preferisce acquistare un bene che, a parità di qualità specifica, ha un prezzo più alto ma include una “utilità etica aggiuntiva” perché prodotto in Europa, nessuno glielo impedisce. Se molti consumatori la pensano in questo modo, il mercato dei beni europei non ha alcun bisogno di proteggersi con i dazi. Ma perché obbligare tutti a pagare un premio (o una tassa) sulla provenienza europea? Una giustificazione etica non è sostenibile: paesi con un reddito pro-capite più basso, hanno fatalmente standard etici più bassi (anche noi italiani negli anni ’50 e ’60 avevamo standard etici e ambientali molto diversi da quelli di oggi). E vincolare le importazioni da paesi in via di sviluppo, vuol dire frenare il loro processo di sviluppo, dunque anche l’affermazione di quei diritti che solo lo sviluppo economico aiuta concretamente a raggiungere.

  13. Fabio Turel dicono:

    Gianfranco, mi spiace aver dato l’impressione di essere favorevole ai dazi: non è così. Li ritengo però una risposta, sbagliata e forse anche inefficace, ma pur sempre una risposta ad un problema reale. In quanto tale, troverà di certo qualche estimatore – soprattutto in assenza di alternative. Il problema, nella mia scala di valori, non è di tutela di un mercato ma di sostenibilità: il meccanismo di crescita da te tracciato richiede almeno due presupposti che non mi trovano d’accordo. Innanzitutto postula per noi occidentali una capacità di crescita economica tale da sostenere e trascinare con sé in un percorso analogo altri 4 o 5 miliardi di persone. Da un lato dubito che questa capacità ci sia (ma non pretendo di avere la verità in tasca su questo), dall’altro sono convintissimo dell’impossibilità del pianeta di sostenere tale crescita. Lasciare nella miseria quattro quinti del mondo non è certo una soluzione accettabile, ma nemmeno lo può essere una crescita scriteriata. Dovremmo ad esempio iniziare a includere nel concetto di “lusso” anche criteri etici, cosa che al momento vedo accadere soltanto in ambiti marginali. O, cosa difficilissima, assegnare un prezzo anche all’impatto ambientale dei beni e dei servizi. Può anche darsi che il mercato abbia la capacità di generare da solo gli aggiustamenti necessari – ma se così deve essere, al momento mi pare che stia procedendo un po’ troppo lentamente.

  14. Fabio Turel dicono:

    Giancarlo, chiedo scusa per l’errore sul nome. Ho mischiato due diversi messaggi, per fortuna il contenuto era quello giusto.

  15. Didi Steiner dicono:

    A scanso di equivoci, e per aiutare la comprensione di molti, vorrei sottolineare l’indole ironica del post “movimento per la decrescita felice”.
    Grazie

  16. Stefano dicono:

    didi
    da piccolo facevamo lo yogurt in casa (giocavamo d’anticipo..). lo yogurt veniva sempre acidissimo, tutto frizzante. mi ha convinto per sempre sull’utilità delle multinazionali dell’alimentare. ; )
    s.

  17. Matteo dicono:

    Didi
    ironico o no quello sulla decrescita è a mio avviso il tuo post migliore finora.

  18. Didi Steiner dicono:

    Vabbè, mi impegnerò di più.

  19. Matteo dicono:

    MELTING MOUNTAIN GLACIERS WILL SHRINK GRAIN HARVESTS IN CHINA AND INDIA

    http://www.earthpolicy.org/Updates/2008/Update71.htm

    Lester R. Brown

    The world is now facing a climate-driven shrinkage of river-based irrigation water supplies. Mountain glaciers in the Himalayas and on the Tibet-Qinghai Plateau are melting and could soon deprive the major rivers of India and China of the ice melt needed to sustain them during the dry season. In the Ganges, the Yellow, and the Yangtze river basins, where irrigated agriculture depends heavily on rivers, this loss of dry-season flow will shrink harvests.

    The world has never faced such a predictably massive threat to food production as that posed by the melting mountain glaciers of Asia. China and India are the world’s leading producers of both wheat and rice — humanity’s food staples. China’s wheat harvest is nearly double that of the United States, which ranks third after India. With rice, these two countries are far and away the leading producers, together accounting for over half of the world harvest.

    The Intergovernmental Panel on Climate Change reports that Himalayan glaciers are receding rapidly and that many could melt entirely by 2035. If the giant Gangotri Glacier that supplies 70 percent of the Ganges flow during the dry season disappears, the Ganges could become a seasonal river, flowing during the rainy season but not during the summer dry season when irrigation water needs are greatest.

    Yao Tandong, a leading Chinese glaciologist, reports that the glaciers on the Tibet-Qinghai Plateau in western China are now melting at an accelerating rate. He believes that two thirds of these glaciers could be gone by 2060, greatly reducing the dry-season flow of the Yellow and Yangtze rivers. Like the Ganges, the Yellow River, which flows through the arid northern part of China, could become seasonal. If this melting of glaciers continues, Yao says, “[it] will eventually lead to an ecological catastrophe.”

    Even as India and China face these future disruptions in river flows, overpumping is depleting the underground water resources that both countries also use for irrigation. For example, water tables are falling everywhere under the North China Plain, the country’s principal grain-producing region. When an aquifer is depleted, the rate of pumping is necessarily reduced to the rate of recharge. In India, water tables are falling and wells are going dry in almost every state.

    On top of this already grim shrinkage of underground water resources, losing the river water used for irrigation could lead to politically unmanageable food shortages. The Ganges River, for example, which is the largest source of surface water irrigation in India, is a leading source of water for the 407 million people living in the Gangetic Basin.

    In China, both the Yellow and Yangtze rivers depend heavily on ice melt for their dry-season flow. The Yellow River basin is home to 147 million people whose fate is closely tied to the river because of low rainfall in the basin. The Yangtze is China’s leading source of surface irrigation water, helping to produce half or more of China’s 130-million-ton rice harvest. It also meets many of the other water needs of the watershed’s 368 million people. (See data at http://www.earthpolicy.org/Updates/2008/Update71_data.htm.)

    The population in either the Yangtze or Gangetic river basin is larger than that of any country other than China or India. And the ongoing shrinkage of underground water supplies and the prospective shrinkage of river water supplies are occurring against a startling demographic backdrop: by 2050 India is projected to add 490 million people and China 80 million.

    In a world where grain prices have recently climbed to record highs, with no relief in sight, any disruption of the wheat or rice harvests due to water shortages in these two leading grain producers will greatly affect not only people living there but consumers everywhere. In both of these countries, food prices will likely rise and grain consumption per person can be expected to fall. In India, where just over 40 percent of all children under five years of age are underweight and undernourished, hunger will intensify and child mortality will likely climb.

    For China, a country already struggling to contain food price inflation, there may well be spreading social unrest as food supplies tighten. Food security in China is a highly sensitive issue. Anyone in China who is 50 years of age or older is a survivor of the Great Famine of 1959–61, when, according to official figures, 30 million Chinese starved to death. This is also why Beijing has worked so hard in recent decades to try and maintain grain self-sufficiency.

    As food shortages unfold, China will try to hold down domestic food prices by using its massive dollar holdings to import grain, most of it from the United States, the world’s leading grain exporter. Even now, China, which a decade or so ago was essentially self-sufficient in soybeans, is importing 70 percent of its supply, helping drive world soybean prices to an all-time high. As irrigation water supplies shrink, Chinese consumers will be competing with Americans for the U.S. grain harvest. India, too, may try to import large quantities of grain, although it may lack the economic resources to do so, especially if grain prices keep climbing. Many Indians will be forced to tighten their belts further, including those who have no notches left.

    The glaciologists have given us a clear sense of how fast glaciers are shrinking. The challenge now is to translate their findings into national energy policies designed to save the glaciers. At issue is not just the future of mountain glaciers, but the future of world grain harvests.

    The alternative to this civilization-threatening scenario is to abandon business-as-usual energy policies and move to cut carbon emissions 80 percent — not by 2050 as many political leaders suggest, because that will be too late, but by 2020, as outlined in Plan B 3.0: Mobilizing to Save Civilization. (Download book at http://www.earth-policy.org/Books/PB3/index.htm.) The first step is to ban new coal-fired power plants, a move that is fast gaining momentum in the United States.

    Ironically, the two countries that are planning to build most of the new coal-fired power plants, China and India, are precisely the ones whose food security is most massively threatened by the carbon emitted from burning coal. It is now in their interest to try and save their mountain glaciers by shifting energy investment from coal-fired power plants into energy efficiency and into wind farms, solar thermal power plants, and geothermal power plants. China, for example, can double its current electrical generating capacity from wind alone.

    We know from studying earlier civilizations that declined and collapsed that it was often shrinking harvests that were responsible. For the Sumerians, it was rising salt concentrations in the soil that lowered wheat and barley yields and brought down this remarkable early civilization. For the Mayans, it was soil erosion following deforestation that undermined their agriculture and set the stage for their demise. For our twenty-first century civilization, it is rising atmospheric carbon dioxide (CO2) concentrations and the associated rise in temperature that threatens future harvests.

    At issue is whether we can mobilize to lower atmospheric CO2 concentrations before higher temperatures melt the mountain glaciers that feed the major rivers of Asia and elsewhere, and before shrinking harvests lead to an unraveling of our civilization. The good news is that we have the energy efficiency and renewable energy technologies to dramatically reduce CO2 concentrations if we choose to do so.

    # # #

    Lester R. Brown is President of the Earth Policy Institute.

    For more information, see Chapters 3, 11, and 12 in Plan B 3.0: Mobilizing to Save Civilization, available online for free downloading.

    Data and additional resources at http://www.earthpolicy.org

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