Sospesi tra un passato che non passa e un futuro che non viene

Cari amici delle veglie (elettroniche), ho letto la fila serrata di commenti suscitati dalle riflessioni su come Paolini vede il Nordest: sperso nella sua assenza di radici e di significati, che lo porta a galleggiare nel presente. Spaurito e incarognito per la crescente indifferenza con cui guarda al futuro non sapendo bene che cosa augurarsi.La difficoltà ad immaginare e a credere nel futuro possibile è anche la ragione principale che, nel Nordest, appanna la leadership interna (nelle istituzioni locali) ed esterna (in Italia). Una classe dirigente emerge quando c’è un futuro da immaginare e da costruire. Se si tratta invece di amministrare il tran tran quotidiano va bene l’antica massima: ognun per sé e Dio per tutti. Poi si vedrà.
Questa implosione del tempo nel presente è dovuta ad un fatto: da qualche tempo ci siamo abituati a vivere sospesi tra un passato che non passa e un futuro che non viene. Il passato trattiene il futuro e gli impedisce di nascere.
Invece bisogna avere il coraggio di introdurre una discontinuità tra i due termini. Solo se si prendono le distanze dal passato, si riesce a sentire il brivido avventuroso della costruzione del futuro. D’altra parte, bisogna anche che il futuro promesso, progettato, sognato arrivi. Non sia sempre là, a due passi dall’orizzonte. E invece, in questo viaggio alla scoperta del postfordismo, gli stiamo andando incontro da un sacco di tempo. Ma il nuovo paradigma è ancora lontano: non arriva mai, come la terra promessa. Qualcuno ha fondato una religione, altri si sono è stufati e hanno abbandonato il viaggio, tornando ad abitare un presente che guarda indietro, verso il passato.
Ma il passato è bello, solo se è davvero passato. Quello che non va nella nostalgia dei “bei tempi andati” è che resta confusa col presente: se invece diventa racconto, rievocazione del “come eravamo”, allora può anche essere bella, aiutando a capire perché siamo diventati così.
L’estetica dei mitici e insuperati tempi della vita dura (ma sana), dei campi; o quella della malsana (ma eroica) vita della fabbrica, ha un suo fascino. Purchè sia epopea del racconto al passato, come quello che ci fa piacere sentire quando Dante ci parla dei Guelfi e dei Ghibellini, o Machiavelli del Principe Borgia.
Radici che si colgono nel loro senso estetico compiuto quando si guarda indietro. Ma che non devono ingombrare il futuro. Il futuro ha bisogno di altri miti, di altri racconti, di altri eroi. Che parlano d’altro: di imprenditori-innovatori, di designer-creativi e di qualche neo-lavoratore della conoscenza (che sta facendo la gavetta e tirando la cinghia sol sorriso sulle labbra). Tutta gente che al futuro ci crede, o per lo meno lo fa (nel suo piccolo) giorno per giorno.
Tuttavia i nuovi eroi di cui disponiamo sono ancora pochi e, qualche volta anche poco presentabili. Si lamentano in continuazione e litigano con una certa virulenza tra loro. Non sono classe dirigente e forse non riusciranno mai a diventarlo. Hanno perso potere, in Italia, mentre aumentava il loro reddito pro-capite. Eroi confusi, fragili. Come tutti noi.
Ma non dobbiamo farci inibire dal senso di confusione e di incompiutezza che è caratteristico di tutte le fasi di transizione. Se il vecchio edificio viene disfatto e non si trovano subito i disegni per farne uno nuovo, per un certo tempo ci si deve abituare e vivere in un cantiere, insieme alle macerie di quello che c’era prima e con i primi muri, molto grezzi, di quello che verrà dopo.
L’innovazione non si fa nell’ordine, ma nel disordine. Quando valori e regole vengono trasferiti ben oliati da padre in figlio è difficile che ci sia qualcosa di più o di diverso dalla continuità. L’innovazione ha bisogno delle smagliature del disordine e di un po’ di confusione. L’intelligenza fluida delle persone la deve guidare lungo un percorso disegnato sull’orlo del caos. Pronta ad accettare quel tanto di caos che apra gli spazi al nuovo e a possibile, ma anche a ricreare l’ordine, subito dopo, per impedire che tutto decada nella confusione e nell’entropia.
Non per niente le innovazioni nascono in periferia, dove le maglie dei valori e delle regole sono più larghe e slabbrate. Se vogliamo essere laboratorio di qualcosa il cantiere ci deve essere, completo di calcinacci e di cose fatte a metà.
Dunque, non è tutto male quel che non luccica. E, per tornare a Paolini, potremmo dire: se i vecchi eroi non ci sono più, pazienza. Non rimpiangiamoli.
Piuttosto mettiamo un avviso: nuovi eroi cercasi, disperatamente.
Nel frattempo non facciamoci mangiare il futuro dalle nostalgie, ossia dai miti e riti del passato che è bene restino là dove sono: ai primordi di una storia che indietro certamente non tornerà.

Enzo Rullani

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6 Responses to Sospesi tra un passato che non passa e un futuro che non viene

  1. Lorenzo dicono:

    Non posso che concordare con la lucida analisi di Enzo. Gran parte dei problemi che viviamo quotidianamente, viene dalla incapacità, ma direi quasi dalla rinuncia, di immaginare il futuro. Il che ci porta a subire visioni altrui che ci propinano riedizioni di un passato malamente travestito da contemporaneo, o peggio, una versione malintesa del presente.
    Non a caso, già su queste pagine avevo proposto la collaborazione con degli artisti per provare a immaginare il futuro del veneto che vorremmo. Sarebbe un esercizio probabilmente utile e rivelatore.

  2. Pingback: Bora.La » Guardare a Est

  3. Didi Steiner dicono:

    Signor Rullani,
    a quali periferie cretive (o creatività periferica) allude?

  4. Giancarlo dicono:

    L’incapacità di immaginare il futuro ha due facce, solo apparentemente in opposizione. Una, quella di una certa sinistra neo-crepuscolare – fra cui Paolini – guarda al passato in modo nostalgico, dicendoci che, tutto sommato, “si stava meglio quando si stava peggio”. L’altra, più di destra, è quella per cui viviamo nel migliore dei mondi possibili – come il Veneto di Galan: immaginare un futuro diverso non ha dunque senso, poiché, come si dice, “il meglio è il peggior nemico del bene”. Paolini e Galan, alla fine, portano allo stesso risultato, quello che Enzo chiama “l’implosione del tempo”. Una nuova classe dirigente, se mai nascerà da queste parti, sarà quella in grado di liberare il futuro. Ma per il momento non vedo, francamente, alcun ’68 profilarsi all’orizzonte.

  5. Didi Steiner dicono:

    Glissando sulle rievocazioni storiche a buon mercato, vorrei precisare che il mondo esistente come migliore dei mondi possibili non ha – o non dovrebbe avere – nulla da fare con un apologia dell’ordine di cose attuale. Significa, in concreto, che il mondo come noi lo conosciamo oggi è il massimo che ci si potesse attendere, dato il gioco complessivo di bene e male, di stupidità e ingegno, di volgarità e cultura, di buone intenzioni e pessimi risultati. Il mondo attuale è, evidentemente, ovvero storicamente, vale a dire fattualmente, l’unico possibile. Non l’unico immaginabile. E’ la mania controfattuale dei nostalgici e dei rivoluzionari in congedo a confondere attualità e utopia, possibilità e immaginazione.

    dS

  6. Didi Steiner dicono:

    NOLITE SOLLICITI ESSE IN CRASTINUM

    L’oggi che muore intendere non sai
    e al non nato diman tu vai pensando:
    fin che tu sei, diman non è, ma quando
    il dimani sarà, tu non sarai.

    Ei nasce ogni momento e muor volando,
    il poco è cibo suo, fame l’assai,
    ha per utero il poi, feretro il quando,
    principio il fine, ultimo fine il mai.

    L’ieri e il diman dell’oggi eterni vani
    sono, e ‘l sempre del tempo è l’oggi stesso
    e non son più d’un oggi i giorni umani.

    La vita è un oggi al suo dimani appresso,
    ma fuor dell’oggi non pensar dimani,
    ché il tuo dimani è un momentaneo adesso.

    Predica versificata su un tema evangelico.

    dS

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