Siamo tutti miserabili?

La scorsa settimana Marco Paolini ha riproposto a Ferrara lo spettacolo “Miserabili. Io e Margareth Thatcher”, due ore di monologhi e canzoni per raccontare l’economia degli ultimi vent’anni. Il Nicola alter ego di Paolini, protagonista dei suoi Album, ripercorre i lontanissimi anni ’80 (quelli della Thatcher e di Komehini, del primo boom di borsa in Italia, della Milano da bere) dialogando proprio con la voce fuori campo della Lady di ferro. La Thatcher ha convinto gli inglesi che la società non esiste (esistono uomini, donne e famiglie); con lei si apre la stagione delle privatizzazioni, della deregulation, del trionfo del mercato, e dunque del lavoro precario e della fine della solidarietà. Paolini e i suoi musicisti (I mercanti di liquore) non vanno leggeri con le critiche. La Lady “sarà di ferro fuori, ma dentro è di merda”. Con lei inizia un mondo dove perdersi è inevitabile, in cui il tempo è denaro (il contario – dice Paolini – non è altrettanto vero), in cui i “miserabili” (più o meno tutti noi che viviamo in questo ingranaggio insensato) hanno venduto l’anima in cambio di un carrello della spesa pieno di stupidaggini.
E Nicola? Il nostro eroe della campagna veneta annaspa, ma non cede. Non entra nel sistema e paga pegno. Fedele alle virtù cardinali della cultura contadina, rimpiange i tempi della fabbrica e il lavoro di lima da metalmeccanico. Non proprio un spasso, questo è vero; ma la fabbrica era una casa e il lavoratori erano coscienti di essere classe. Insomma, si stava meglio quando si stava peggio.
Confesso che ho difficoltà a ritrovarmi in questo Nordest alla Paolini. Non è che le singole tessere del mosaico non contengano una loro verità (le difficoltà dei giovani precari, il disagio di chi perde il lavoro). Quello che non mi convince è il disegno che emerge alla fine dal racconto. E’ vero che facciamo fatica a inventarci un futuro post-industriale; è anche vero che l’avamposto di questa trasformazione (la finanza) ha combinato pasticci non da poco. Ma da qui a essere tutti miserabili direi che ce ne passa. Il terziario degli anni ’80 (un adolescente problematico) ha generato yuppies difficili da sopportare, “vincenti” spendaccioni, rampanti su macchine sportive. La nuova economia immateriale di questi anni è entrata in una maturità che, se ha un limite, è proprio la mancanza di voce e di visibilità dei suoi protagonisti.
Perché tanta nostalgia dei bei tempi andati? E, soprattutto, perché tanta determinazione nel condannare l’economia e la società Nordest? Paolini continua a mettere a fuoco una società fordista, in cui le logiche delle produzione sono state prima fattore di alienazione e poi, a seguire, il reagente su cui si è costruita la passione sociale e politica di molti. Mi pare che a Paolini non interessi granché la nuova economia che abbiamo visto crescere in questi ultimi anni: un’economia in cui la vita degli uomini (le passioni, i talenti, le ossessioni) ha dato forma all’agire imprenditoriale (Diesel, Alpinestar, Bonotto, Lago, H Farm, Hangar); un’economia dove la dimensione culturale dell’innovazione si intreccia con quella industriale.
Qualche anno fa potevamo pensare che queste realtà fossero casi isolati, poco cosa dal punto di vista statistico. Oggi sappiamo che non è così. Non si tratta di esperienze esenti da critiche, figuriamoci. Ma non prenderle nemmeno in considerazione (per ostinarsi nella caricatura di un Veneto “de campagna”) è una svista difficile da spiegare

Stefano

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