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	<title>Comments on: Il popolo della rete alla ricerca di se stesso (e dei nomi con cui chiamarsi)</title>
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	<description>Creatività ed Innovazione</description>
	<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 17:20:08 +0000</pubDate>
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		<title>By: You Can Rely on This &#171; Blog Archive &#171; Ines della Croce</title>
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		<dc:creator>You Can Rely on This &#171; Blog Archive &#171; Ines della Croce</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 28 May 2010 06:29:03 +0000</pubDate>
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		<description>[...] presenza di una intelligenza tecnica accanto a quella fluida, la quale ci permette la condivisione essenziale molto a monte di qualunque dispositivo, è [...]</description>
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		<title>By: You Can Rely on This &#171; Tonio Krœger</title>
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		<dc:creator>You Can Rely on This &#171; Tonio Krœger</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Feb 2008 14:14:28 +0000</pubDate>
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		<description>[...] What is the first necessity of practising? Regularity. A regular practice addresses: knowing the instrument; knowing the vocabulary; knowing the repertoire; knowing the subject; listening; improvising. RF   La presenza di una intelligenza tecnica accanto a quella fluida, la quale ci permette la condivisione essenziale molto a monte di qualunque dispositivo, è tollerabile solo in ampio subordine. Vero che senza intelligenza tecnica molti di noi dovrebbero stare a procurarsi cibo e riscaldamento, ma non ho trovano un segno che mi indichi che in quel modo staremmo peggio. L&#8217;intelligenza fluida deriva dalla pratica costante, dall&#8217;uso quotidiano degli strumenti naturali a nostra disposizione: le mani soprattutto, e pure l&#8217;eloquio, se disciplinato.  L&#8217;intelligenza tecnica è quella maggiormente dipendente da una continua, inarrestabile innovazione. La sperimentazione come modus operandi, in una civiltà evoluta dal punto di vista metafisico, è poco più che roba da ragazzini. Se abbiamo bisogno di innovare, sostanzialmente, è perchè non abbiamo conservato memoria della nostra funzione e necessità primaria. Non ho obiezioni peraltro, in un modo o nell&#8217;altro dobbiamo pur ritrovare una maturità sociale, etica, politica.  La noia che le esibizioni tecniche mi procurano è pari alla mia indifferenza per le stesse. Più difficile misurarsi con il commento antropologico sulla ridefinizione dei linguaggi, più difficile misurarsi con l&#8217;ansia di affermazione altrui. Il mio interesse per la rete informativa, che in questo luogo sto utilizzando, è limitato al promemoria. Vero è che una speciale attitudine al mutuo soccorso è plausibile, ma gli antropologi della rete difettano soprattutto in buona fede, non sono perciò molto credibili fuori dagli stati uniti, e mi annoiano.  Ciò su cui possiamo contare è ben altro che lo sproloquio intellettuale. Esiste una tradizione completa, quindi anche manuale ed emotiva, che gli ignoranti appesi ad una qualunque rete digitale possono solo sognare. Kevin Kelly, Stewart Brand, ma anche Chris Anderson e Howard Rheingold, per citare alcuni eroi della civiltà digitale, lo sanno bene e le loro priorità sono comprensibili e condivise da molte persone intelligenti che abitano quella rete. Ciò su cui possiamo contare è l&#8217;autorevolezza, fondata su principi universali, che la pratica umana autentica e continua consente. Senza, sono menzogne. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] What is the first necessity of practising? Regularity. A regular practice addresses: knowing the instrument; knowing the vocabulary; knowing the repertoire; knowing the subject; listening; improvising. RF   La presenza di una intelligenza tecnica accanto a quella fluida, la quale ci permette la condivisione essenziale molto a monte di qualunque dispositivo, è tollerabile solo in ampio subordine. Vero che senza intelligenza tecnica molti di noi dovrebbero stare a procurarsi cibo e riscaldamento, ma non ho trovano un segno che mi indichi che in quel modo staremmo peggio. L&#8217;intelligenza fluida deriva dalla pratica costante, dall&#8217;uso quotidiano degli strumenti naturali a nostra disposizione: le mani soprattutto, e pure l&#8217;eloquio, se disciplinato.  L&#8217;intelligenza tecnica è quella maggiormente dipendente da una continua, inarrestabile innovazione. La sperimentazione come modus operandi, in una civiltà evoluta dal punto di vista metafisico, è poco più che roba da ragazzini. Se abbiamo bisogno di innovare, sostanzialmente, è perchè non abbiamo conservato memoria della nostra funzione e necessità primaria. Non ho obiezioni peraltro, in un modo o nell&#8217;altro dobbiamo pur ritrovare una maturità sociale, etica, politica.  La noia che le esibizioni tecniche mi procurano è pari alla mia indifferenza per le stesse. Più difficile misurarsi con il commento antropologico sulla ridefinizione dei linguaggi, più difficile misurarsi con l&#8217;ansia di affermazione altrui. Il mio interesse per la rete informativa, che in questo luogo sto utilizzando, è limitato al promemoria. Vero è che una speciale attitudine al mutuo soccorso è plausibile, ma gli antropologi della rete difettano soprattutto in buona fede, non sono perciò molto credibili fuori dagli stati uniti, e mi annoiano.  Ciò su cui possiamo contare è ben altro che lo sproloquio intellettuale. Esiste una tradizione completa, quindi anche manuale ed emotiva, che gli ignoranti appesi ad una qualunque rete digitale possono solo sognare. Kevin Kelly, Stewart Brand, ma anche Chris Anderson e Howard Rheingold, per citare alcuni eroi della civiltà digitale, lo sanno bene e le loro priorità sono comprensibili e condivise da molte persone intelligenti che abitano quella rete. Ciò su cui possiamo contare è l&#8217;autorevolezza, fondata su principi universali, che la pratica umana autentica e continua consente. Senza, sono menzogne. [...]</p>
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		<title>By: Fulvio Fortezza</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/02/14/il-popolo-della-rete-alla-ricerca-di-se-stesso-e-dei-nomi-con-cui-chiamarsi/#comment-12102</link>
		<dc:creator>Fulvio Fortezza</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2008 20:29:48 +0000</pubDate>
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		<description>Sono un estimatore del prof. Rullani da tempo. Penso che pochi docenti abbiamo questa capacità di aprire la mente. Lodevolissimo anche il suo desiderio di entrare appieno in dinamiche (sociali, di mercato, di vita) al cospetto delle quali molti suoi colleghi nicchiano. Grazie!</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono un estimatore del prof. Rullani da tempo. Penso che pochi docenti abbiamo questa capacità di aprire la mente. Lodevolissimo anche il suo desiderio di entrare appieno in dinamiche (sociali, di mercato, di vita) al cospetto delle quali molti suoi colleghi nicchiano. Grazie!</p>
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		<title>By: Bora.La &#187; BeppeGrillo Meet-Up, la Ricerca Che Ci Voleva.</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/02/14/il-popolo-della-rete-alla-ricerca-di-se-stesso-e-dei-nomi-con-cui-chiamarsi/#comment-12084</link>
		<dc:creator>Bora.La &#187; BeppeGrillo Meet-Up, la Ricerca Che Ci Voleva.</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Feb 2008 09:27:27 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Sarà la stagione, che a primavera, in Italia, fioriscono i mandorli ( sèèè, una volta…) e le Elezioni. Sarà che dall&#8217;altra parte dell&#8217;oceano le Primarie&#8230; Ma (anche) sulla Rete c&#8217;è un gran bla bla su chi corre ( libero, solo o abbandonato ), come e perché. E se la Rete può,se la Rete sa, quanto la Rete conta e conterà. Quintarelli , per dire, o Luca De Biase, o Rullani . E di sicuro manco altri  più bravi, ma ancora meno noti. ( qui sotto nei commenti le segnalazioni sono gradite, come sarebbe graditissima e utile una linkografia sul tema: la mia è a disposizione, ma è incompleta…) Poi c&#8217;è la faccenda dei &#8220;circoli on line&#8221; del Partito Democratico: il primo, intitolato a Barack Obama, sembra abbia già un centinaio di soci prima di partire ufficialmente.  Di sicuro so che il &#8216;nostro&#8217; Morbìn, sotto il suo pseudonimo Enrico Maria Milic , ha appena pubblicato, presso SWG, una Ricerca che, per la prima volta, affronta con serietà, metodo e curiosità, il fenomeno degli &#8220;amici di Grillo&#8221;. Dei Meet Up, più che del Fenomeno BeppeGrillo, e già questo a me pare un buon inizio. Qui tutte le informazioni, la possibilità di scaricare una versione breve e quella completa dello studio. Qui il video della Anteprima, al MittelCamp di Trieste, girato dal Commissario Maigret, delle  IdeePerCordenons.   Tag: Beppe Grillo, Enrico Maria Milič, Idee Per Cordenons, Meet Up, swg [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Sarà la stagione, che a primavera, in Italia, fioriscono i mandorli ( sèèè, una volta…) e le Elezioni. Sarà che dall&#8217;altra parte dell&#8217;oceano le Primarie&#8230; Ma (anche) sulla Rete c&#8217;è un gran bla bla su chi corre ( libero, solo o abbandonato ), come e perché. E se la Rete può,se la Rete sa, quanto la Rete conta e conterà. Quintarelli , per dire, o Luca De Biase, o Rullani . E di sicuro manco altri  più bravi, ma ancora meno noti. ( qui sotto nei commenti le segnalazioni sono gradite, come sarebbe graditissima e utile una linkografia sul tema: la mia è a disposizione, ma è incompleta…) Poi c&#8217;è la faccenda dei &#8220;circoli on line&#8221; del Partito Democratico: il primo, intitolato a Barack Obama, sembra abbia già un centinaio di soci prima di partire ufficialmente.  Di sicuro so che il &#8216;nostro&#8217; Morbìn, sotto il suo pseudonimo Enrico Maria Milic , ha appena pubblicato, presso SWG, una Ricerca che, per la prima volta, affronta con serietà, metodo e curiosità, il fenomeno degli &#8220;amici di Grillo&#8221;. Dei Meet Up, più che del Fenomeno BeppeGrillo, e già questo a me pare un buon inizio. Qui tutte le informazioni, la possibilità di scaricare una versione breve e quella completa dello studio. Qui il video della Anteprima, al MittelCamp di Trieste, girato dal Commissario Maigret, delle  IdeePerCordenons.   Tag: Beppe Grillo, Enrico Maria Milič, Idee Per Cordenons, Meet Up, swg [...]</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: State of the Net: la parola ai protagonisti &#124;</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/02/14/il-popolo-della-rete-alla-ricerca-di-se-stesso-e-dei-nomi-con-cui-chiamarsi/#comment-12038</link>
		<dc:creator>State of the Net: la parola ai protagonisti &#124;</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2008 23:12:33 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Si è poi sviluppata un&#8217;interessantissima discussione sul rapporto tra giornalismo e blogging, sull&#8217;evoluzione del giornale necessaria per sopravvivere, sull&#8217;evoluzione dei social network e sul comportamento del popolo della rete. Vi consiglio, se già non l&#8217;aveste fatto, di leggere tutti questi contributi. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Si è poi sviluppata un&#8217;interessantissima discussione sul rapporto tra giornalismo e blogging, sull&#8217;evoluzione del giornale necessaria per sopravvivere, sull&#8217;evoluzione dei social network e sul comportamento del popolo della rete. Vi consiglio, se già non l&#8217;aveste fatto, di leggere tutti questi contributi. [...]</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: First Draft &#187; Il social network di Firstdraft</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/02/14/il-popolo-della-rete-alla-ricerca-di-se-stesso-e-dei-nomi-con-cui-chiamarsi/#comment-12023</link>
		<dc:creator>First Draft &#187; Il social network di Firstdraft</dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Feb 2008 09:26:00 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Dopo i post di Enzo e Stefano sul fenomeno dei social network, non potevamo di certo tirarci indietro. Eccoci qua con il nostro ning: il social network degli amici di firstdraft. Qualcuno di voi, già lo avrà notato: da alcuni giorni in basso a destra sul nostro blog campeggia un quadratino colorato con scritto “amici di firstdraft”. Partecipare al ning è facile. Basta andare a questo link, si mette la mail e la password, si risponde ad un paio di rapide domande, si carica una proprio foto ed il gioco è fatto: siete già dentro. In modo automatico avrete una vostra pagina personale, che può essere personalizzata in autonomia, e potrete comunicare con gli altri partecipanti al network. Chi vuole può anche gestire un proprio blog all’interno del ning. Ci piace l’idea di dare un volto a quella community trasversale ed interdisciplinare che segue firstdraft. Siamo partiti più di un anno fa con un ristretto gruppo di fedelissimi votati alla causa dell’innovazione ed abbiamo scoperto quanto invece questo tema appassioni non soltanto gli addetti ai lavori. Con molte delle persone che si sono avvicinate al blog abbiamo iniziato un dialogo che è continuato anche al di fuori della rete. Molte di queste nuove occasioni di confronto però rischiavano di non essere visibili e soprattutto di essere ristrette ad un piccolo gruppo. Non abbiamo nessuna bacchetta magica per garantire il successo del ning: è un viaggio di scoperta che vogliamo fare insieme a voi. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Dopo i post di Enzo e Stefano sul fenomeno dei social network, non potevamo di certo tirarci indietro. Eccoci qua con il nostro ning: il social network degli amici di firstdraft. Qualcuno di voi, già lo avrà notato: da alcuni giorni in basso a destra sul nostro blog campeggia un quadratino colorato con scritto “amici di firstdraft”. Partecipare al ning è facile. Basta andare a questo link, si mette la mail e la password, si risponde ad un paio di rapide domande, si carica una proprio foto ed il gioco è fatto: siete già dentro. In modo automatico avrete una vostra pagina personale, che può essere personalizzata in autonomia, e potrete comunicare con gli altri partecipanti al network. Chi vuole può anche gestire un proprio blog all’interno del ning. Ci piace l’idea di dare un volto a quella community trasversale ed interdisciplinare che segue firstdraft. Siamo partiti più di un anno fa con un ristretto gruppo di fedelissimi votati alla causa dell’innovazione ed abbiamo scoperto quanto invece questo tema appassioni non soltanto gli addetti ai lavori. Con molte delle persone che si sono avvicinate al blog abbiamo iniziato un dialogo che è continuato anche al di fuori della rete. Molte di queste nuove occasioni di confronto però rischiavano di non essere visibili e soprattutto di essere ristrette ad un piccolo gruppo. Non abbiamo nessuna bacchetta magica per garantire il successo del ning: è un viaggio di scoperta che vogliamo fare insieme a voi. [...]</p>
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		<title>By: Francesco</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/02/14/il-popolo-della-rete-alla-ricerca-di-se-stesso-e-dei-nomi-con-cui-chiamarsi/#comment-11984</link>
		<dc:creator>Francesco</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Feb 2008 10:34:14 +0000</pubDate>
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		<description>mi accodo ai complimenti. non riesco, neanche sforzandomi, ad aggiungere qualcosa a quanto ha già scritto Enzo Rullani. Ce n'è da riflettere per molte settimane...</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>mi accodo ai complimenti. non riesco, neanche sforzandomi, ad aggiungere qualcosa a quanto ha già scritto Enzo Rullani. Ce n&#8217;è da riflettere per molte settimane&#8230;</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: ilaria</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/02/14/il-popolo-della-rete-alla-ricerca-di-se-stesso-e-dei-nomi-con-cui-chiamarsi/#comment-11981</link>
		<dc:creator>ilaria</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Feb 2008 09:12:53 +0000</pubDate>
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		<description>Da ex studentessa del Proff. Rullani non posso che riconoscere ancora una volta il salto culturale che ogni volta ci viene chiesto di fare attraverso le Sue parole.
Dal post e dai commenti scritti emerge forte il tema della naturalezza, dell’individualità e della collettività, elementi basilari che appartengono all’esperienza comune di ognuno di noi, persone comuni e non solo “abitanti della rete”. 
Social network come i bar in cui andavano i nostri nonni, luoghi dove partecipare essendo sempre liberi di andarsene, spazi in cui mostrare chi si è ma anche chi si vuole essere e aree di incontro quando si ha bisogno di informazioni pratiche o semplicemente quando ci si vuole sentire meno soli. Tutto questo però in maniera fluida, naturale senza sentirsi parte di un elite perché il web è semplicemente “il paese vicino” di ciascuno di noi.
Come se davvero la tecnologia e lo schermo del pc siano finalmente diventati invisibili di fronte all’energia e alla grandezza delle dinamiche sociali della rete, come se sia lecito parlare delle persone senza parlare delle vie in cui abitano. Probabilmente esagero la lettura sociologica ma mi piace pensare che le dinamiche dei social network riflettano in scala minore una sorta di ordine sociale più equo. Il colore della pelle, il reddito, gli usi e costumi, le distanze geografiche tendono a sfumarsi nella rete e rimangono invece le passioni e gli interessi comuni; persistono estremismi ma raramente sono fini a se stessi perché comunque le dinamiche stesse portano al dialogo (o allo scontro) ma comunque al confronto diretto.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Da ex studentessa del Proff. Rullani non posso che riconoscere ancora una volta il salto culturale che ogni volta ci viene chiesto di fare attraverso le Sue parole.<br />
Dal post e dai commenti scritti emerge forte il tema della naturalezza, dell’individualità e della collettività, elementi basilari che appartengono all’esperienza comune di ognuno di noi, persone comuni e non solo “abitanti della rete”.<br />
Social network come i bar in cui andavano i nostri nonni, luoghi dove partecipare essendo sempre liberi di andarsene, spazi in cui mostrare chi si è ma anche chi si vuole essere e aree di incontro quando si ha bisogno di informazioni pratiche o semplicemente quando ci si vuole sentire meno soli. Tutto questo però in maniera fluida, naturale senza sentirsi parte di un elite perché il web è semplicemente “il paese vicino” di ciascuno di noi.<br />
Come se davvero la tecnologia e lo schermo del pc siano finalmente diventati invisibili di fronte all’energia e alla grandezza delle dinamiche sociali della rete, come se sia lecito parlare delle persone senza parlare delle vie in cui abitano. Probabilmente esagero la lettura sociologica ma mi piace pensare che le dinamiche dei social network riflettano in scala minore una sorta di ordine sociale più equo. Il colore della pelle, il reddito, gli usi e costumi, le distanze geografiche tendono a sfumarsi nella rete e rimangono invece le passioni e gli interessi comuni; persistono estremismi ma raramente sono fini a se stessi perché comunque le dinamiche stesse portano al dialogo (o allo scontro) ma comunque al confronto diretto.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Giorgio Soffiato</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/02/14/il-popolo-della-rete-alla-ricerca-di-se-stesso-e-dei-nomi-con-cui-chiamarsi/#comment-11961</link>
		<dc:creator>Giorgio Soffiato</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Feb 2008 18:39:51 +0000</pubDate>
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		<description>Sono davvero affascinato dalle parole del Prof. Rullani che ho avuto il piacere di ascoltare da formatore nelle aule di un'università che troppo sottovaluta l'economia della conoscenza e di conseguenza non valorizza gli elementi di spicco di tale tematica emergente perdendo, per l'ennesima volta, l'occasione di riallacciare le facoltà eccellenti e i discorsi di frontiera.

Mi sembra che Enzo Rullani ci dica che delle due parole che compongono il nome di moda "social network" è la prima quella che veramente può fare la differenza. Quelli che un tempo erano i bit oggi sono i megabyte ma il minitel connetteva la rete sostanzialmente come oggi il pc connette una medesima mssa di persone, più abili e arruolate, ma pur sempre persone. Oggi i network sociali si specializzano dando ai link che Barabasi teorizza una struttura riconoscibile, quasi "taggandoli". Ecco che il meccanismo di curiosa deriva che ci porta da un blog all'altro viene mantenuto ma ripulito e indirizzato da mondi nei mondi che connettono i lavoratori della conoscenza piuttosto che i blogger, i pescatori o le massaie. 
La sensazione è che la rete evolva con una dirompente forza che rende difficilmente classificabile e controllabile il sistema, un pò come quando si dice che il doping è 10 anni avanti rispetto all'antidoping, ecco allora che gli stessi protagonisti della rete si auto-organizzano dicendo "se parli di state of the net usa questo tag" etc.. è una storia di successi e fallimenti, tentativi falliti e strade interessanti, lo vediamo con la tecnologia ning che questo blog da qualche giorno sperimenta, un nuovo mondo.. se ci darà di più lo sapremo solo provando. 
A mio avviso la grande particolarità della rete è la possibilità di essere personalizzata e condivisa nel medesimo istante, egoista e sociale, unica e multipla.. questo genera domande e risposte che non possono non coinvolgere strutture che poco hanno a che fare con l'informatica (come la biologia ad esempio). 
Fatti i link, dobbiamo occuparci ora dei nodi, mentre chi ha imparato ad usare wordpress oggi apprende ning e technorati, chi non l'ha fatto vive un digital&#38;cultural divide non da poco con una forbice sempre più ampia, tra la riserva indiana ed i nerd rischiano di esserci diversi livelli di abilità nell'utilizzo delle tecnologie di rete (e conseguenti ritorni positivi) che non possono non farci pensare.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Sono davvero affascinato dalle parole del Prof. Rullani che ho avuto il piacere di ascoltare da formatore nelle aule di un&#8217;università che troppo sottovaluta l&#8217;economia della conoscenza e di conseguenza non valorizza gli elementi di spicco di tale tematica emergente perdendo, per l&#8217;ennesima volta, l&#8217;occasione di riallacciare le facoltà eccellenti e i discorsi di frontiera.</p>
<p>Mi sembra che Enzo Rullani ci dica che delle due parole che compongono il nome di moda &#8220;social network&#8221; è la prima quella che veramente può fare la differenza. Quelli che un tempo erano i bit oggi sono i megabyte ma il minitel connetteva la rete sostanzialmente come oggi il pc connette una medesima mssa di persone, più abili e arruolate, ma pur sempre persone. Oggi i network sociali si specializzano dando ai link che Barabasi teorizza una struttura riconoscibile, quasi &#8220;taggandoli&#8221;. Ecco che il meccanismo di curiosa deriva che ci porta da un blog all&#8217;altro viene mantenuto ma ripulito e indirizzato da mondi nei mondi che connettono i lavoratori della conoscenza piuttosto che i blogger, i pescatori o le massaie.<br />
La sensazione è che la rete evolva con una dirompente forza che rende difficilmente classificabile e controllabile il sistema, un pò come quando si dice che il doping è 10 anni avanti rispetto all&#8217;antidoping, ecco allora che gli stessi protagonisti della rete si auto-organizzano dicendo &#8220;se parli di state of the net usa questo tag&#8221; etc.. è una storia di successi e fallimenti, tentativi falliti e strade interessanti, lo vediamo con la tecnologia ning che questo blog da qualche giorno sperimenta, un nuovo mondo.. se ci darà di più lo sapremo solo provando.<br />
A mio avviso la grande particolarità della rete è la possibilità di essere personalizzata e condivisa nel medesimo istante, egoista e sociale, unica e multipla.. questo genera domande e risposte che non possono non coinvolgere strutture che poco hanno a che fare con l&#8217;informatica (come la biologia ad esempio).<br />
Fatti i link, dobbiamo occuparci ora dei nodi, mentre chi ha imparato ad usare wordpress oggi apprende ning e technorati, chi non l&#8217;ha fatto vive un digital&amp;cultural divide non da poco con una forbice sempre più ampia, tra la riserva indiana ed i nerd rischiano di esserci diversi livelli di abilità nell&#8217;utilizzo delle tecnologie di rete (e conseguenti ritorni positivi) che non possono non farci pensare.</p>
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	<item>
		<title>By: Alessandro</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2008/02/14/il-popolo-della-rete-alla-ricerca-di-se-stesso-e-dei-nomi-con-cui-chiamarsi/#comment-11953</link>
		<dc:creator>Alessandro</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Feb 2008 15:58:55 +0000</pubDate>
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		<description>Quando avevo molti meno capelli bianchi, gongolavo nel leggere sul colophon di Wired che "Patron Saint" della rivista era stato "eletto" Marshall McLuhan. All'epoca -- come credo molti giovanotti attratti dalle cosiddette nuove tecnologie -- lo avevo preso come intellettuale di riferimento, se così si può dire, per la sua visione (inflazionatissima, per la verità) del "villaggio globale" e per la sua concezione della tecnologia stessa come portatrice di nuove istanze culturali, ma anche di molti vincoli.

Tornando al presente, quel venerdì c'ero anch'io a Udine e stavo ascoltando gli interventi a "State of the Net", con attenzione, ma anche con la leggerezza di chi ha le mani in pasta e quindi si sente raccontare le cose di cui è partecipe e che in fondo già conosce (la mia tesi di laurea era sui wiki, quindi è stato un piacere per me ascoltare Mayfield o Sifry, anche se conoscevo bene le loro posizioni e le loro iniziative).
L'impressione insomma era quella di un "popolo" che comincia ad avere consapevolezza si sé, ma che contemporaneamente ha voglia di parlare delle iniziative vere e proprie che la Rete (ed il "Web 2.0" in particolare) rende possibili, non più di tecnologie abilitanti, lasciando da parte anche molte metafore da rivoluzione.

Ed ecco che arriva l'intervento di Enzo (il cui post, che stiamo commentando, è un ideale estratto dei ragionamenti relativi a social network e community, che ha dipanato a State oh the Net). Io - come credo tutti in quella sala - ho avuto subito l'impressione che avesse colpito nel segno; non tanto o non solo per la sua dialettica (che ha presto conquistato la platea ed anche coloro che condividevano il palco con lui), quanto per il suo approccio.

Mi spiego meglio: si respirava nell'aria la consapevolezza comune che è passato il tempo della narrazione collettiva dei "miti di fondazione" tecnologici e che Enzo stesse cominciando a dipingere il quadro dentro la giusta cornice. Senza pestare i piedi ai bit, al TCP e ai network, ma puntando alla creazione di una "narrazione" a tutto tondo della nostra esperienza in questi nuovi mondi, alla ricomposizione di un'antropologia che sia di nuovo finalmente unitaria e onnicomprensiva, in cui gli strumenti e gli "artefatti" (virtuali, in questo caso) siano parte di una esperienza culturale e sociale nel suo complesso. Un'antropolgia della Rete che -- tautologico -- metta al centro l'uomo e che trovi quindi come sua massima espressione gli strumenti come i network sociali e le community di cui qui stiamo ragionando. Insomma, si sentiva che Enzo esortava tutti a mettere da parte (non sminuire, però) i discorsi su strade e mattoni, per ragionare finalmente di città e di popoli.

Insomma, non credo di esagerare se dico che quella parte di universo della Rete che era presente lì a Udine quel giorno, il "santo patrono" del Web 2.0 italiano l'abbia scelto.


Alessandro</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Quando avevo molti meno capelli bianchi, gongolavo nel leggere sul colophon di Wired che &#8220;Patron Saint&#8221; della rivista era stato &#8220;eletto&#8221; Marshall McLuhan. All&#8217;epoca &#8212; come credo molti giovanotti attratti dalle cosiddette nuove tecnologie &#8212; lo avevo preso come intellettuale di riferimento, se così si può dire, per la sua visione (inflazionatissima, per la verità) del &#8220;villaggio globale&#8221; e per la sua concezione della tecnologia stessa come portatrice di nuove istanze culturali, ma anche di molti vincoli.</p>
<p>Tornando al presente, quel venerdì c&#8217;ero anch&#8217;io a Udine e stavo ascoltando gli interventi a &#8220;State of the Net&#8221;, con attenzione, ma anche con la leggerezza di chi ha le mani in pasta e quindi si sente raccontare le cose di cui è partecipe e che in fondo già conosce (la mia tesi di laurea era sui wiki, quindi è stato un piacere per me ascoltare Mayfield o Sifry, anche se conoscevo bene le loro posizioni e le loro iniziative).<br />
L&#8217;impressione insomma era quella di un &#8220;popolo&#8221; che comincia ad avere consapevolezza si sé, ma che contemporaneamente ha voglia di parlare delle iniziative vere e proprie che la Rete (ed il &#8220;Web 2.0&#8243; in particolare) rende possibili, non più di tecnologie abilitanti, lasciando da parte anche molte metafore da rivoluzione.</p>
<p>Ed ecco che arriva l&#8217;intervento di Enzo (il cui post, che stiamo commentando, è un ideale estratto dei ragionamenti relativi a social network e community, che ha dipanato a State oh the Net). Io - come credo tutti in quella sala - ho avuto subito l&#8217;impressione che avesse colpito nel segno; non tanto o non solo per la sua dialettica (che ha presto conquistato la platea ed anche coloro che condividevano il palco con lui), quanto per il suo approccio.</p>
<p>Mi spiego meglio: si respirava nell&#8217;aria la consapevolezza comune che è passato il tempo della narrazione collettiva dei &#8220;miti di fondazione&#8221; tecnologici e che Enzo stesse cominciando a dipingere il quadro dentro la giusta cornice. Senza pestare i piedi ai bit, al TCP e ai network, ma puntando alla creazione di una &#8220;narrazione&#8221; a tutto tondo della nostra esperienza in questi nuovi mondi, alla ricomposizione di un&#8217;antropologia che sia di nuovo finalmente unitaria e onnicomprensiva, in cui gli strumenti e gli &#8220;artefatti&#8221; (virtuali, in questo caso) siano parte di una esperienza culturale e sociale nel suo complesso. Un&#8217;antropolgia della Rete che &#8212; tautologico &#8212; metta al centro l&#8217;uomo e che trovi quindi come sua massima espressione gli strumenti come i network sociali e le community di cui qui stiamo ragionando. Insomma, si sentiva che Enzo esortava tutti a mettere da parte (non sminuire, però) i discorsi su strade e mattoni, per ragionare finalmente di città e di popoli.</p>
<p>Insomma, non credo di esagerare se dico che quella parte di universo della Rete che era presente lì a Udine quel giorno, il &#8220;santo patrono&#8221; del Web 2.0 italiano l&#8217;abbia scelto.</p>
<p>Alessandro</p>
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