Il popolo della rete alla ricerca di se stesso (e dei nomi con cui chiamarsi)

Che cosa hanno veramente di nuovo i social networks che, negli ultimi tempi, hanno cominciato a popolare vaste regioni della Rete? FirstDraft ne ha parlato col post di Stefano. Ma il tema è caldo e capita di incrociarlo ovunque. La settimana scorsa, i social networks erano di scena a Udine, nell’iniziativa che – volendo tastare il polso al popolo della Rete – ha preso appunto il nome di StateoftheNet, evocato in un edificio pluripiano dal nome significativo: il Visionario.
C’ero anch’io, in un dibattito con Luca De Biase e con Sergio Maistrello su felicità, conoscenza e collaborazione in rete. Mix singolare, ma dotato di senso. E di pepe. Per me che non ho più l’età (media) dei partecipanti all’evento, è stato un happening, per la verità. Del resto che cosa non diventa happening quando va in scena la rete?. Ma ne sono uscito vivo, e ve lo posso raccontare.
Il popolo della Rete assembrato nel Visionario è un insieme molto differenziato di persone che – a vederle una per una – non diresti che siano capaci di formare un “popolo”. Ma che lo diventano quando si comincia a parlare del Web, che poi vuol dire: quando si parla di loro. E del tempo che hanno passato navigando tra i pianeti persi dell’universo virtuale. In cui hanno incontrato di tutto: orchi, principesse, lavori, oggetti di culto. Senza ordine. Senza un disegno.
L’abbiamo fatto tutti, perdendoci nella speranza di ritrovarci. Tutti per strade diverse che ogni tanto si incrociano in questo o quel “crocevia”, creato da qualche genio dell’informatica o da qualche visionario (appunto) del futuro possibile. Oppure – accade anche questo – da qualche appassionato della pubblicità che rende miliardi (chi lo direbbe che i “crocevia” di Yahoo o di Google valgono quello che valgono?).
I crocevia sono i porti dello spazio aperto dove si naviga per mille strade, che però ad un certo punto convergono diventano porto, piazza, città. Dove i naviganti si affollano, fanno ressa, producono ricavi pubblicitari e magari forniscono idee. Non sono coriandoli che volano, ma prendono forma e rimangono lì, magari sostituendo quelli che escono con nuovi arrivati. I numeri ci dicono che sono porti, piazze e città dalle forme massicce, niente affatto pulviscolari ed effimere. Qualche “regista” interessato o visionario ha predisposto il luogo, ma non ha pilotato i flussi che lo attraversano. Arrivano e basta. La parola corre di bocca in bocca (o di click in click) e altra gente arriva sugli stessi crocevia.
E’ l’inesorabile processo di emersione dei pochi dai tanti, guidato dalle economie di rete, che fissano gli standard facendoli emergere dalla varietà creata dal basso. Come prendono forma i crocevia dotati del maggior potere di attrazione? Per auto-selezione cumulativa, secondo una regola per cui ciascun navigatore perso nell’infinità dello spazio virtuale usa le scelte fatte dagli altri come informazione utile per fare le sue. Una specie di motore di ricerca alla Google, ma tascabile. Che a un certo punto ci porta a convergere verso alcuni luoghi attratti dalla convergenza di altri.
All’inizio siamo soltanto individui in cerca di porto. Ma diventiamo popolo non appena si comincia a parlare di noi e a dare nome a quello che facciamo, o che possiamo fare. Ecco le comunità emergenti, ecco il gioco, lo scambio, l’utilità, l’inutilità, la sottile febbre del dileguarsi e la solida voglia del permanere. Tutto e di più, purché lo si faccia insieme, cercando un nome a quello che si sta facendo.
Del resto anche Dio, nella creazione, comincia l’opera dando un nome alle cose e alle forme di vita che ha creato. Senza nome non siamo che vento, col nome diventiamo qualcosa o qualcuno, acquistiamo senso. Non galleggiamo più nello spazio virtuale, ma abbiamo una gravità che ci rende fermi e visibili, possibili punti di contatto per altri che passano di lì.
Effimeri? No di certo. Dai crocevia dotati di nome (lasciamo perdere quelli anonimi che non sapranno mai perché esistono e se esistono) emerge la nuova città. Mobile, plastica, che come certe città di Calvino si adatta ai suoi abitanti, li sceglie tra i tanti che passano e li trattiene, crescendo con loro.
Stefano, riprendendo una ricerca sul tema fatta da Lele Dainesi, mostra come questa tendenza non sia altro che il naturale sbocco di un lavorio di contatti, relazioni, idee che esiste da tempo e che si è incarnato nelle cosiddette comunità virtuali, la cui diffusione a macchia d’olio e per scopi diversi dura dai tempi “eroici” delle comunità della pratica di Xerox (sante fotocopiatrici!) e del Minitel francese. Come dire, dall’alba di Internet. La spinta è la stessa, cambia la potenza della tecnologia che la supporta. E cambiano i numeri, ovviamente, perché sempre più gente acquista dimestichezza con la Rete e comincia a pensare di “vedere gente, fare cose”, come diceva Moretti, nello spazio virtuale. In cui senti il brivido della morte della distanza e del tempo reale globale (milioni di persone nel mondo possono vedere e sentire quello che faccio e magari farlo con me).
Sono d’accordo con Stefano. Le città virtuali non sono frutto di una moda o di esperienze estemporanee, ma fanno parte di un mondo che amplia i confini dell’esperienza. E che durerà, cambiando forme, nomi e indirizzi. E anche partecipanti . Ma durerà, prendendo una quota crescente delle nostre esperienze e del nostro tempo.
Il mondo è già cambiato da tempo, nei suoi fondamentali. Ma prima era uno spazio per smanettoni e anime perse. Oggi comincia ad essere un pianeta abitabile da tanti o forse tutti (qualche riserva indiana appassionata della non-rete ci sarà sempre, bisognerà salvaguardarla assegnandola alle cure del WWF). E in questo tipo di pianeta le cose non sono frutto di una lenta e razionale pianificazione, ma di una scoperta forsennata. Emergono, ci sono, ci meravigliano col loro esistere senza che noi – i creatori inconsapevoli – sappiamo nemmeno di averle create.
Non siamo diventati più bravi o diversi dai nostri nonni. Semplicemente abitiamo un pianeta diverso.
Il personal computer, che ha decentrato l’intelligenza del calcolo, e il Web, che l’ha riconnessa con mille invisibili fili, hanno creato quello che i teorici della complessità chiamano l’effetto sciame: ossia un proliferare di micro-azioni che – messe nelle cornice dei legami di rete – diventano forme collettive, dai contorni imprevedibili e non progettati da nessuno. Ma forme, non marmellata. Funzioni, ragioni, pensieri, informazioni che emergono ex post, ma che assumono ben presto una propria fisionomia ben differenziata: Wikipedia non è MySpace, Linkedin non è il blog di Grillo. Ma tutti hanno in comune la forza dello sciame che nasce dell’energia e dalla voglia di fare e di dire di migliaia di persone, nel momento in cui trovano un ambiente adatto a farlo.
Una volta trovato lo spazio adatto non lo mollano, di sicuro. Semmai l’arredano con i propri quadri e i propri mobili. Network sociale va bene; ma che non sia impersonale e asettico. O banalmente utilitaristico. Anzi, per il popolo della rete che viene ad abitare le nuove città, un network ha diritto di chiamarsi sociale solo se ammette spazi personali in cui coltivare le differenze e i profili identitari di ciascuno.

Enzo Rullani

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