Imprenditorializzare la scuola

La scorsa settimana Umberto Margiotta, pro-rettore di Ca’ Foscari alle Politiche per la formazione, ha rilasciato sulle pagine del Gazzettino un’intervista dai toni molto critici verso la scuola italiana, accusata non solo di incapacità nel creare “eccellenze”, ma, addirittura, di essere ridotta così male da mettere a repentaglio il “capitale sociale” del paese. Nonostante la gravità della denuncia, la soluzione al problema sarebbe, secondo l’intervistato, già pronta per l’uso: un pool di super-esperti che, preparati accuratamente dall’Università, potrebbe intervenire in tempi rapidi per riorganizzare le funzioni didattiche di ogni scuola e rimettere, di conseguenza, il sistema educativo nazionale sulla retta via.
Diciamo subito che la tesi di Margiotta è poco convincente nell’analisi del problema, e ancora meno nella soluzione individuata. L’analisi tende infatti ad assecondare un’opinione alquanto diffusa, e cioè che il sistema di istruzione superiore non sia, in Italia, all’altezza degli standard internazionali. Questa opinione non è, tuttavia, sempre confermata. I risultati dell’indagine Ocse-Pisa sulle performance scolastiche dei quindicenni ci descrivono una storia più complessa. Se, infatti, è vero che l’Italia esce “mediamente” male dal confronto internazionale, d’altro canto, analizzando i dati su base regionale, emerge che le scuole del Nord – e, in particolare, i licei e gli istituti tecnici del Nord Est – presentano, invece, indici molto lusinghieri, allineati, se non superiori, a quelli dei “best performer” europei. Abbiamo già discusso questi risultati su firstdraft, ed è poco utile, perciò, ripeterci. Proviamo invece a fare un passo avanti, chiedendoci che cosa spieghi queste profonde differenze territoriali nelle performance scolastiche. E’ quello che ha fatto un gruppo di ricerca dell’Università di Milano coordinato da Daniele Checchi, ottenendo risultati interessanti. Innanzitutto che la capacità di apprendimento dei quindicenni si collega alla qualità delle condizioni economiche e sociali in cui la scuola è inserita. Uno studente che vive in un contesto promettente dal punto di vista lavorativo, è molto più stimolato a dare “senso” alle conoscenze impartite a scuola, e questo aumenta l’efficacia dell’apprendimento. Al contrario, chi vive in aree ad alta disoccupazione, come al Sud, attribuisce più facilmente alla scuola il ruolo di parcheggio sociale, disincentivando l’investimento cognitivo. Un altro aspetto importante e spesso sottovalutato è rappresentato dalla qualità dell’edilizia e delle attrezzature scolastiche: gli investimenti nei laboratori, nei collegamenti a banda larga e nella manutenzione degli edifici spiega molto più delle spese per il personale la diversa capacità degli studenti. Questa conclusione ci suggerisce una strada interessante per migliorare la qualità della scuola senza ricorrere all’improbabile ausilio di super-esperti. Diversamente dai programmi didattici o dai contratti di lavoro degli insegnanti, la qualità delle strutture scolastiche dipende da scelte di spesa delle amministrazioni locali, su cui l’opinione pubblica può esercitare una pressione più diretta. Non solo. Su questo fronte è possibile far partecipare al finanziamento delle scuole anche i soggetti privati – siano essi famiglie, banche o imprese del territorio. Del resto, i benefici di una scuola migliore vanno in parte alle famiglie, sotto forma di stipendi più alti dei propri figli, e in parte alle imprese, come conseguenza di un capitale umano più produttivo. Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che la qualità specifica di una scuola tende ad avere effetti sui valori immobiliari delle abitazioni circostanti, aspetto sul quale sono molto sensibili anche le banche. Perché, allora, parte di questi benefici non dovrebbero tornare alla scuola che li genera? La questione, semmai, è trovare modalità di finanziamento che premino la qualità dell’offerta scolastica e non ingessino le diversità di partenza. Un’ipotesi è rendere pubbliche le valutazioni sulle performance degli studenti, così che le famiglie possano avere informazioni per scegliere le scuole in cui mandare i propri figli. Ogni città o provincia potrebbe inoltre istituire premi annuali agli insegnanti e alle scuole più meritevoli, incentivando dirigenti e docenti che investono sulla qualità e si assumono il rischio dell’innovazione. Insomma, non si tratta di privatizzare la scuola, bensì di introdurre elementi di buona imprenditorialità anche nel pubblico. Il nostro futuro dipende anche da questo.

Giancarlo

Questa voce è stata pubblicata in Nuove identità. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

7 Responses to Imprenditorializzare la scuola

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *