I cluster per l’innovazione in Europa

Il 22 e 23 gennaio si è tenuta a Stoccolma la European Presidency Conference on Innovation and Cluster. La Conferenza, organizzata da Vinnova (Agenzia per l’innovazione del Governo svedese) nell’ambito di PRO INNO Europe, ha rappresentato un punto di svolta sulle iniziative a sostegno dell’innovazione in Europa, svolta sempre più necessaria dopo la deludente “strategia di Lisbona”. Associare il tema dell’innovazione a quello dei cluster – reti locali di imprese specializzate in filiere produttive e tecnologiche – non costituisce una novità. Non lo è soprattutto per i frequentatori del nostro blog, dove l’idea dei “sistemi locali dell’innovazione” come evoluzione del concetto, oramai maturo, di distretto industriale, è stata lanciata fin dall’inizio e discussa diverse volte. La novità è, semmai, che la Commissione Europea e gran parte dei paesi membri riconoscono oggi nei cluster uno dei modelli più efficaci per dare forza ai processi di innovazione.
Oltre alle dichiarazioni di principio – contenute in The European Cluster Memorandum – politici, imprenditori e tecnici riuniti a Stoccolma (fra cui Michael Porter) hanno discusso a fondo le ragioni che portano a cambiare strategia rispetto al passato, e sono stati proposti strumenti istituzionali e informativi utili per favorire la diffusione dei Cluster come modelli di cooperazione locale per l’innovazione.
Tre concetti, fra gli altri, è qui utile richiamare. Il primo è che l’innovazione non dipende solo dagli investimenti in R&D, bensì dalle capacità imprenditoriali di trasformare nuove idee e nuove scoperte scientifiche in prodotti che creano vantaggi sociali: in questo senso il mercato è fondamentale nel rilevare le preferenze individuali che incentivano l’innovazione, ma lo sono anche le istituzioni quando raccolgono istanze sociali – come, ad esempio, lo sviluppo sostenibile, la cultura, la salute – che richiedono la formazione di scelte pubbliche. Il secondo è che l’innovazione è un processo collettivo in cui si intrecciano strategie di ricerca, investimenti a rischio e capacità istituzionali per creare beni pubblici essenziali e favorire un clima di collaborazione: come è stato mostrato da diversi casi di successo, soprattutto nel Nord Europa, il cluster rappresenta un efficace modello di “innovazione collaborativa”, in cui imprese, centri di ricerca e università si sentono coinvolti in una rete competitiva di impegni reciproci. Il terzo concetto è che la realtà dei cluster fa intravedere un modello di globalizzazione affatto diverso da quello “massificato” che spesso ci rilanciano i media: al contrario, i cluster contribuiscono a valorizzare varietà e differenze locali, e creano le condizioni per costruire reti mondiali di interdipendenze economiche e culturali.
Due ulteriori considerazioni “politiche” a margine della Conferenza di Stoccolma. Innanzitutto che, finalmente, si intravede in Europa una classe dirigente di statura internazionale, in grado di dialogare alla pari con gli esperti e delineare una strategia di sviluppo convincente e realistica. Questa nuova classe dirigente ha, tuttavia, una sempre più chiara provenienza geografica: da un lato il Nord Europa, in particolare proprio Svezia, Finlandia e Norvegia (quest’ultima, ricordiamolo, non è nemmeno nell’UE), dall’altro i nuovi stati membri, soprattutto Repubblica Ceca e Slovenia.
La seconda considerazione è sulla avvilente figura fatta dall’Italia. La delegazione di un paese che si ritiene patria dei distretti si è presentata con il sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico – tale Alfonso Gianni, esponente di Rifondazione Comunista – che non solo non parlava una parola di inglese (la sua relazione è stata l’unico momento, in due giorni di Conferenza, in cui si è dovuti ricorrere alla traduzione simultanea!), ma che ha mostrato di non avere alcuna idea sul nesso fra cluster e innovazione. Basti pensare che gran parte del suo intervento è stato dedicato a denunciare il rischio delle infiltrazioni mafiose nei distretti. Una umiliante conferma del declino dell’Italia.

Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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