La gestione dei rifiuti: tra legalità ed illegalità

Uno dei meriti di “Gomorra” è avere rotto il muro dell’ipocrisia sul ruolo della criminalità nella nostra società. Come se i criminali fossero altri, come se le loro attività si svolgessero in un mondo parallelo, che incrocia il nostro solo quando il bandito esce da un vicolo, armato di pistola. Come se la malavita non svolgesse una funzione complementare all’economia legale, se l’offerta non avesse di fronte la domanda.
Il caso dei rifiuti è emblematico: la malavita è l’anello finale di una catena legata indissolubilmente all’economia legale – ogni attività genera rifiuti e deve disfarsene, possibilmente a costi bassi. Secondo Legambiente e Carabinieri, almeno 12-14 ml di t spariscono ogni anno nel nulla. Il giro d’affari stimato (93-02) è nell’ordine dei 27 mdi di €. Lo smaltimento abusivo costa anche l’80% in meno di una gestione corretta. La malavita, grazie al “modello discount” basato sulle grandi quantità, può accontentarsi di un margine molto piccolo. Il resto è sconto per i produttori, con effetti paragonabili al taglio del 10% dell’Irap.
A tenere insieme questi due mondi capovolti ma complementari, un’inestricabile giungla di intermediari. Il fulcro del sistema sta in quella fase grigia in cui il legale diventa illegale e viceversa. Il momento clou è quello in cui il rifiuto viene classificato per essere destinato a certi impianti, o al recupero. Miscelazione di materiali, bolle false, analisi chimiche travisate. L’amico giusto nel posto giusto: la manina del funzionario dove serve, il tecnico che chiude un occhio. Una sapiente distribuzione territoriale, che fa sì che tutto questo si svolga in un luogo in cui l’attenzione è bassa (pare che la centrale della logistica e dell’intermediazione si collochi nella ridente Toscana). E così container pieni di schifezze viaggiano da nord a sud, con le carte da bollo in regola, pronti per sparire.
Che il business legale dei rifiuti sia una destinazione privilegiata dei capitali malavitosi è noto, e non solo in Italia. Molte imprese anche multinazionali sono chiacchierate per questo.
Per estirpare la mala pianta, ci si può concentrare sulla repressione, sui controlli, sulle sanzioni. Si può e si deve fare, ovviamente, e la meritoria attività dei NOE e della magistratura, alleati con la società civile, ne dimostra l’efficacia. Ma occorre anche chiedersi quali siano i fattori che muovono la domanda e la indirizzano verso questi canali.
Si scoprirebbero due cose. La prima è che non sempre il produttore di rifiuti è consapevole. Se nei monnezzari casertani finiscono anche le banconote triturate dalla Banca d’Italia, non può essere solo per risparmiare. E’ sulla filiera, sulla zona grigia di passaggio, che occorre concentrare l’attenzione.
La seconda è che la molla economica è importante, ma non è tutto. Come per la droga, anche per i rifiuti bisognerebbe chiedersi se la causa non sia anche il proibizionismo – qui sotto le spoglie di un mercato iper-regolato, che spinge anche chi non vorrebbe ad uscire dalla legalità. Spesso chi deve smaltire non ha alternative, prigioniero di un labirinto di regole inapplicabili, adempimenti paralizzanti, norme contraddittorie. In altri casi, l’offerta di alternative lecite proprio non c’è – che sia per l’effetto Akerlof, o per l’opposizione sociale agli impianti. Non a caso, è la stessa camorra a pilotare le rivolte contro i termovalorizzatori, i veri concorrenti che possono darle fastidio.

Antonio Massarutto

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