Dove ha sbagliato Negroponte?

Ha fatto scalpore negli USA la notizia dell’impasse del progetto benefico di Nicholas Negroponte OLPC (One Laptop per Child, il pc per i bambini dei paesi emergenti). Intel, uno dei principali partner dell’operazione, ha deciso recentemente di abbondare il progetto, per concentrarsi su iniziative di carattere commerciale. Molti commentatori hanno indentificato nel design uno dei problemi principali dell’iniziativa. Sembra paradossale. Negroponte non è un oscuro ingegnere; è il guru del medialab del MIT, uno dei massimi esperti di nuove tecnologie e di interfaccia utente al mondo. Il laptop ha seguito fin dal suo concepimento tutti i crismi del buon design: sostenibilità, basso consumo energetico, riduzione dei costi, software open source, interfaccia utente a misura di bambino, connettività ed interattività tra laptop simili, estetica di grido (realizzata da Continuum una delle principali società di design al mondo). Non quindi una versione ridotta di un laptop normale, ma un progetto completamente nuovo e, almeno sulla carta, pensato per le esigenze di apprendimento dei più piccoli.
Eppure OLPC non sta funzionando. India e Cina (che da sole hanno una quota del 50% delle popolazione infantile a livello mondiale) hanno fatto sapere di non essere interessate all’iniziativa.
Bruce Nussbaum, editorialista di Businessweek ,sostiene che l’ostacolo principale è di natura culturale. Il nuovo laptop, infatti, mal si adatta ai rigidi sistemi educativi dei principali paesi emergenti (Indica e Cina) che privilegiano un modello di stampo nozionistico, basato sul trasferimento di informazioni. Il laptop è invece concepito su un modello di apprendimento costruttivista, che teorizza la sostanziale autonomia del bambino nei processi di apprendimento del bambino, una volta che questi è chiamato in prima persona a risolvere alcuni problemi. Insomma una scuola che può fare a meno degli insegnanti. Il laptop coerentemente enfatizza la connettività e l’interattività trasversale tra bambini a partire dall’uso di software di nuova concezione.
Proprio questo impostazione “forte” nel design ha dato risultati poco soddisfacenti anche nelle prime sperimentazioni del nuovo laptop. I bambini privi di una guida e di un contesto culturale in grado di dare un senso all’utilizzo delle potenzialità del pc non sembrano aver fatto un buon uso della tecnologia (pornografia). Inoltre, gli insegnati non dimostrano particolare gradimento verso lo strumento, che istantaneamente indebolisce la loro figura agli occhi dei discenti.
Il design del nuovo laptop non sembra aver tenuto in debita considerazione le condizioni culturali e sociali nelle quali si inserisce l’uso del prodotto. Invece che studiare gli utilizzatori finali, il progetto ha seguito l’ideologia del suo progettista, diventando l’incarnazione delle sue fantasie, per quanto animate da ottime intenzioni (superare il digital divide con i paesi emergenti).
Naturalmente sul progetto non è stata scritta l’ultima parola. Proprio partendo dal riconoscimento delle difficoltà incontrate, si aprono delle possibilità importanti per ripensare il design del laptop e avvicinarsi al contesto d’uso. L’imprenditore in questione – Negroponte – mi sembra tutt’altro che disposto a rinunciare ai propri sogni. E questo lascia la speranza per un effettivo aggiustamento di rotta.

Marco

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7 Responses to Dove ha sbagliato Negroponte?

  1. Stefano dicono:

    Marco, ho letto e riletto il post e ho letto pure il commento di Nussbaum (che parla addirittura del laptop XO come dell’ultimo esempio di colonialismo occidentale). Seguo la tesi fino a un certo punto.

    Abbiamo studiato il famoso costruttivismo sui libri di Jean Lave e di Etienne Wenger: abbiamo scoperto che per fare di conto al supermercato (tipica practice quotididiana) non è necessario conoscere le regole formali dell’analisi matematica e che l’apprendimento è principalmente partecipazione a comunità. Se guardiamo il tutto da una prospettiva storica, la riscoperta dell’apprendimento come processo sociale ha coinciso con la fine delle regole di quello che chiamiamo fordismo. In altre parti del mondo questo fordismo è tutt’altro che superato. Cina e India devono la loro crescita proprio alle dinamiche tipiche della produzione di massa. In quei paesi – capiamo dalla vicenda del progetto olpc – hanno bisogno di computer che rinforzino disciplina e rispetto per l’ordine costituito. Forse Negroponte avrebbe avuto più successo con un computer che infligge scosse elettriche ai bambini disordinati.
    Lo accuserei di ingenuità, non certo di colonialismo..
    s.

  2. Giorgio De Michelis dicono:

    Io non sono sorpreso dalle difficoltà che incontra OLPC. L’operazione fin dal suo inizio ha avuto alcune caratteristiche che mi hanno sempre lasciato perplesso, che non sono mutate fino ad oggi.
    1) l’innovazione di OLPC è solo di facciata: sotto c’è un sistema operativo che ha 30 anni e il modello di interazione è ancora quello della venerabile ‘desktop metaphor’ che ha la stessa età. Inoltre, assecondando le derive che l’informatica sociale ha adottato negli ultimi anni, il sistema è pensato come strumento di accesso alle informazioni, non come sistema per creare da soli o insieme agli altri. Non deve stupire perciò che i ragazzi cerchino la pornografia (quale altra informazione tra le tante ha allo stesso grado le caratteristiche di essere abbondante in rete e difficile da trovare per un ragazzo?) Né che gli insegnanti non lo apprezzino, perché sono tagliati fuori dalle attività in rete degli studenti.
    Il business cui si pensava era vendere ai governi o alle fondazioni benefiche, non agli utenti e puntava ai paesi del terzo mondo, accentuandone la diversità dal primo e dal secondo. E’ un modello paternalistico, assistenziale e un po’ colonialista come dice Nussbaum, che contraddice tutto quello che è stata l’informatica fino ad oggi: sia il versante business proprietary, in cui le battaglie si sono giocate sul mercato, sia quello libertario, in cui contavano gli orientamenti delle persone (ed in cui i governi sono sempre stati guardati con sospetto). Inoltre OLPC non ha fatto una proposta seria sulla sostenibilità tecnologica nel senso della continuità di funzionamento (i vecchi programmi devono continuare a girare sulle nuove macchine e i nuovi programmi devono girare anche sulle vecchie) che lo avrebbe reso innovativo almeno da questo punto di vista. Senza questa strategia di sfondo, OLPC rischia di essere un fattore che frena l’innovazione per i prossimi venti anni, perché il suo uso richiede che l’informatica si fermi per far girare i suoi programmi. E questo sarebbe drammatico, perché l’informatica è oppressa dalla mancanza di innovazione (work stations, sistemi operativi, productivity tools sono sostanzialmente fermi da oltre un quarto di secolo) e non ha certo bisogno di freni su questo terreno.
    Infine, OLPC non nasce dalle possibilità di interazione che offre ai suoi studenti (né sul piano dello studio di che cosa fanno gli studenti, né su quello del progetto di nuove interazioni) per cui è un a macchina nata vecchia.
    Insomma non preoccupiamoci troppo per OLPC, e lavoriamo per qualche cosa di meglio.

  3. marco dicono:

    Le accuse di colonialismo sono immeritate. Forse Negroponte avrebbe potuto cercare di scatenare un effetto imitazione più che rivolgersi in prima battuta ai paesi emergenti. Se lo avessero utilizzato per primi i bambini delle scuole statunitensi, indiani e cinesi avrebbero aderito con maggior entusiasmo al progetto. L’ossessione dei paesi emergenti è colmare a tappe forzate il gap con l’occidente. Di sicuro non vogliono restare intrappolati in soluzioni che li rendono “diversi” da noi. Intel infatti ha capito meglio di Negroponte questa tensione, e ha deciso di aggredire questi mercati con versioni molto economiche di laptop del tutto simili a quelli che usiamo in occidente, anche per quanto riguarda il settore educativo.

    Marco

  4. Silvia dicono:

    Ciao Marco,
    a conferma dei tuoi commenti sul blog proprio ieri ho incontrato a Boston uno dei principal di Design Continuum. Alcuni dei modelli del laptop di Negroponte sono in bella mostra proprio all’ingresso della loro stupenda sede, insieme a altri progetti di cui vanno fieri, come lo Swiffer per “pulire i pavimenti senza sporcarsi”, le scarpe Reebook e i Pampers. Mi ha detto che Negroponte non ha voluto fare ricerca prima del lancio del $100 Pc – nonostante loro avessero insistito. Ha preferito che Design Continuum lavorasse su un design accativante, che riuscisse ad attirare l’attenzione dei media e dei finanziatori.

  5. Io ci ho visto anche un problema di tempi, non ha fatto ricerca ma ci ha messo un sacco di tempo a passare dal progetto al prototipo, grave errore nel mondo dell’informatica. Si era partiti da basi solide, se non c’è l’elettricità c’è la manovella, il computer costa poco e permette di fare cose interessanti. A mio avviso con 100$ era bello, giusto e sensato offrire sistemi di apprendimento e una suite simile a office, uniti ad un sistema operativo questi elementi fanno la differenza. Anche secondo me il problema è culturale, ma perchè hanno forse sbagliato i destinatari dell’azione: le principali organizzazioni umanitarie operano in Africa ed in paesi che hanno difficoltà umanitarie ed economiche ben consci dell’aiuto da richiedere all’esterno, Cina e India ostacolano più o meno velatamente ogni intervento esterno e si preparano a superare a destra americani ed europei. Proprio qui si diceva qualche tempo fa che la Cina laurea più ingegneri degli USA, come possiamo credere che questi mercati siano appetibili per un olpc? Vorranno presto il nuovo macbookair.. e chi non può permetterselo probabilmente non avrà nulla perchè la forbice in questi paesi è tale che 100 dollari o 1000 sono tantissimi per chi non è ricco e l’assenza di una classe media ha forse influito su questo flop. Non so se queste considerazioni sono visionarie ma a me sembra un progetto più umanitario che democratico, più benefico che imprenditoriale e forse è proprio qui l’errore

  6. Fabrizio dicono:

    Negroponte potrà anche non avere azzeccato la strategia di marketing, scelto la tecnologia sbagliata, stabilito partership inadeguate e sottovalutato il parere dei designers ma questi, mi pare, sono gli argomenti che useremmo per valutare qualsiasi iniziativa commerciale su scala globale. Le tipiche argomentazioni che ci aspettiamo di sentire dagli studenti di MBA come discussione dell’ennesimo case study. Ma qui, mi pare, c’è qualcosa di più di un prodotto in un mercato. Lo metteva molto bene in evidenza Marco riprendendo gli argomenti di Nussbaum. Quello che vediamo in azione qui è un progetto culturale. Una scommessa culturale direi: Una sfida che si regge su alcune ipotesi molto forti che, a mio avviso, sono proprio quelle che risultano più difficili da sostenere alla prova dei fatti. Vale forse la pena di metterle in primo piano per provare a tirare fuori qualcosa di più da questo interessante semi-fallimento (perché, si sa, le storie di successo sono sempre più banali e noiose). Quello che Negroponte sta provando a vendere non è un laptop: è un’idea di società. L’idea di società che piace a lui (e a molti di noi) che come una sorta di buona novella (quindi con una buona dose di spirito missionario) andrebbe diffusa in tutto il mondo. Perché così il mondo sarà migliore. Non si capiscono, credo, progetti come questo se non si tiene in considerazione questa volontà di “emancipare gli altri” che anima i proponenti. E su questa volontà si regge la prima ipotesi di Negroponte: l’ottimismo tecnologico nella sua forma paradigmatica. La tecnologia può cambiare la società. In questo caso un pezzo fondamentale di società come quello che si occupa di trasmettere il sapere. Ma si sa (Negroponte forse no, ma da noi si sa) che il modo il cui si crea e si trasmette il sapere è il riflesso dei modi in cui si costruisce e si distribuisce il potere. E questo invece lo sanno bene i maestri cinesi ed indiani che sono, verosimilmente, le autorità tradizionali dalle quali gli studenti dovrebbero essere emancipati. “Hey, teacher, leave us kids alone”, il vecchio adagio della mia generazione, non più scritto sui muri delle scuole ma nel cuore (di silicio?) del laptop di Negroponte. Alone? Ma dove? ed a fare cosa? Le risposte stanno nella seconda ipotesi dell’OLPC: l’aspirazione cosmopolita. Gli studenti dei paesi emergenti “liberati” dalla tecnologia apprendono e crescono nella rete di saperi e relazioni che sono stati essi stessi in grado di creare. E questa rete, ovviamente, è globale. Trascende i confini fisici ed amministrativi ed anche le barriere economiche perché proprio quel sapere, acquisito in quel modo diffuso, flessibile e cooperativo è il passaporto per l’autonomia individuale e l’impreditorialità. Una società di giovani imprenditori cosmopoliti, questo è il secondo sogno di Negroponte. Ma proprio questa aspirazione cosmopolita nasconde la terza, fondamentale secondo me, ipotesi su cui si regge il progetto OLPC. La creazione di una nuova generazione di “cittadini del mondo” ipotizza l’eclissi dello stato-nazione. Siamo ormai nell’era post-nazionale, sembra dirci Negroponte aderendo le argomentazioni di Saskia Sassen. Che non è solo globalizzazione. Corrisponde alla dissoluzione di un determinato statuto di diritti e di doveri che abbiamo tradizionalmente riferito alle istituzioni chiamate “stato-nazione”. La stessa idea di cittadinanza così come la conoscevamo deve essere riscritta perché gli ideali inscritti del OLPC possano realizzarsi. Una cittadinanza fuori dello stato quindi, fuori non solo dai confini ma anche dalle gerarchie e dall’ordine morale dello stato. Questo, secondo me, invoca ed immagina il progetto OLPC. Questa, forse, era la mission del missionario Negroponte. Per questo, forse, gli indigeni lo hanno quasi fatto fuori.

  7. Alfredo dicono:

    Esiste un progetto educativo di alfabetizzazione scientifico-tecnologica dietro all’OLPC. Secondo me molto valido. Ma è impensabile che si possa veicolare tale progetto attraverso lo strumento tecnologico senza accordi politici, senza una rete di formazione dei docenti proporzionata alla vastità del cambiamento che si vuol fare, senza docenti (perché non fare prima il porgetto OTPTC, un docente per ogni 20 bambini?) e soprattutto la non applicazione delle strategie costruttiviste che si vuol promuovere nella scuola dell’occidente (non solo della cina). Forse dovremmo provare gli etoys e la filosofia educativa che c’è dietro, nelle nostre classi di bambini, credere un po’ di più nel docente come guida e nell’autoapprendimento “controllato”. Non penso affatto che si intenda fare “una scuola senza insegnanti”. Comunque non basterà progettare “il miglior strumento tecnologico del mondo” per costruire la consapevolezza di un nuovo modello educativo. Iniziamo a sperimentare queste idee nella nostra pratica scolastica: http://www.unipi.it/athenet/22/art_1.htm

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