I limiti della pianificazione urbana

Forma e funzionamento delle nostre città sono costantemente sotto accusa, e ciò anche se – almeno nel Nord e nel centro del nostro Paese – esse sono tutte pianificate. Il loro sviluppo, pur regolato minuziosamente da piani urbanistici dalla elaborazione lunga e onerosa, non sembra seguire il percorso della qualità e della sostenibilità. Il libro di Stefano Moroni Contro la pianificazione La città del liberalismo attivo, (Cittàstudi, Milano, 2007) prova a spiegare il perché di una contraddizione così manifesta seguendo un percorso tutt’altro che scontato per la comunità scientifica italiana (chi fosse interessato al dibattito sul tema veda anche l’articolo di Camagni sul prossimo numero di Scienze Regionali).
Il titolo del libro non lascia molte ambiguità circa le reali intenzioni dell’autore che sono poi quelle di demolire le fondamenta della pianificazione urbanistica a partire da una rilettura del pensiero classico liberale. E’ ora di riconoscere, ci dice Moroni, l’impossibilità di disporre delle informazioni necessarie a formulare i contenuti del piano stesso: e ciò poiché “certe informazioni fondamentali non sono acquisibili per ragioni di principio” (p. 51). Pianificare l’evoluzione delle città appare difficile, se non impossibile, “a causa delle catene imprevedibili di effetti inintenzionali che i nostri interventi di dettaglio nel cuore di una realtà sociale plurale e multiforme tendono inesorabilmente a generare” (p. 52).
Per Moroni, insomma, le critiche “non riguardano solo alcuni ambiti o forme di pianificazione, ma l’idea stessa di pianificazione” (p. 58). Un piano rappresenta una limitazione alla libertà individuale: ogni regola che stabilisca modalità peculiari di trasformazione dello spazio riduce la libertà individuale, non limitandosi a stabilire il giusto, ma determinando ciò che è bene per la società. Il piano, con le sue regole specifiche e congiunturali, entra dunque in contrasto con le condizioni che favoriscono “l’esistenza e l’esercizio della libertà individuale” (p. 54). Inoltre, limitando la capacità auto-organizzativa dei soggetti economici non si penalizza solo l’individuo, ma anche l’economia nel suo insieme.
Se per i suoi sostenitori, pur con i suoi limiti, “la pianificazione rappresenta la forma indispensabile e privilegiata per la guida pubblica di realtà complesse” (p. 50), per Moroni la prospettiva va ribaltata: “si potrebbe dire non tanto che la pianificazione ha problemi, ma che la pianificazione è il problema” (p. 5). La città è un sistema complesso per eccellenza e non può e non deve essere oggetto di strumenti di regolazione pervasiva: non può perché ciò semplicemente si rivela velleitario; non deve perché la città si sviluppa come sistema complesso solo se la sua evoluzione “è affidata a norme astratte e generali, facendo per il resto affidamento sulle sue capacità esplorative ed auto-coordinative dei suoi membri indipendenti” (p. 61).
Che fare allora per governare lo sviluppo delle nostre città? Alle scelte di rilievo stabilite dall’amministrazione, in particolare in materia infrastrutturale, si deve contrapporre la capacità auto-organizzativa della società e del mercato, alla quale non mancano le risorse per promuovere lo sviluppo della città. Scommettere sulla società, magari limitando il ruolo del soggetto pubblico a promuoverne la capacità progettuale entro un quadro limitato di regole, può portare a risultati più convincenti di quelli che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi.

Ezio Micelli

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