Società titubante e neo-burocrazia

Il dibattito sulla pubblica amministrazione è un fenomeno che permette di cogliere, ben al di la degli aspetti tecnici, il modo in cui una società pensa se stessa e la propria trasformazione. Spesso, anzi, le questioni pratiche, i dettagli operativi passano totalmente in secondo piano perché quello che si impone è il sottofondo culturale e politico che regge una determinata configurazione di quello che chiamiamo “settore pubblico”. Lo abbiamo visto bene ieri a Venezia nel corso di un convegno organizzato a dieci anni dall’introduzione della figura del Direttore Generale negli enti locali. Questo passaggio venne visto allora come uno dei segnali più evidente della “managerializzazione” del settore pubblico. L’idea di allora (1997) era che si potesse accelerare il processo di cambiamento importando nuove visioni e nuove pratiche gestionali dall’esterno della PA, tipicamente dall’impresa privata. Che ci fosse un mondo di saperi e modi di fare le cose che la società civile ed il mercato avevano sviluppato e potevano trasferire al pubblico. Si trattava in fondo di un’idea abbastanza semplice, e forse ingenua: creare una sorta di osmosi tra uno contesto caratterizzato da flessibilità e innovazione ed uno posto a salvaguardia delle regole e garante dei diritti e per questo, fatalmente, più rigido. Tutto ciò appariva ancora più urgente se declinato sui comuni, interlocutore primario dei cittadini e delle imprese ed attori chiave nei processi di sviluppo locale. Le promesse del decentramento, del federalismo e della sussidiarietà segnavano quella stagione di riforme e celebravano l’autonomia degli enti e dei loro leader come fattore di innovazione istituzionale e sociale.
Il dibattito di ieri ha mostrato le (poche) luci e le (tante) ombre di questo pezzo di storia recente. Il Direttore Generale, manager dell’ente locale, appare oggi una figura professionale ancora in via di definizione, presente solo nel 38% del comuni medi e grandi e ben lontano dalla piena legittimazione. Stretto tra una politica locale sempre attratta dalla gestione operativa e dalla visibilità che questa genera ed una verifica legalistica operata in base a distanti ed astratti principi di equilibrio finanziario e correttezza formale. Allo stesso tempo però (come rivela un’indagine pubblicata ieri dal Sole24ore) la presenza di un Direttore Generale fa la differenza in materia di qualità del governo urbano e dello sviluppo locale. Le città che primeggiano nelle classifiche della qualità della vita, della sostenibilità ambientale o dell’innovazione tecnologica tendono a dotarsi di una figura manageriale di vertice. Il management, in altre parole, è veicolo e attore dell’innovazione, anche in ambito pubblico. Ma questo che sembrerebbe appunto un risultato da valorizzare e promuovere, si ritrova invece a doversi difendere e quasi giustificare di fronte alle idee di governo, riforma e buona amministrazione oggi dominanti. Il management, la sua cultura, i suoi strumenti sono suonati più un problema che una risorsa nelle parole di un Ministro delle Autonomie Locali (!) che ieri è piombata nel dibattito come una sorta di alieno poco curioso e lievemente infastidito. Quello che appare oggi necessario a “riformatori” della PA locale sono produttività, trasparenza, rigore a ottenere non grazie all’autonoma espressione delle capacità locali di governo ma in forza di “calcoli oggettivi”, “valutazioni uniformi” e “giudizi inappellabili”. In altre parole, regole, tempi, metodi e procedure oggettive e misurabili per determinare una volta per tutte dove stanno e quanto sprecano “i nullafacenti”. Un salto indietro di circa cent’anni nel dibattito sul cambiamento organizzativo. Ma la modernità non sembra stare particolarmente a cuore a chi oggi definisce le priorità per lo sviluppo di questo paese e dei suoi territori. Anzi, modernità ed innovazione locali appaiono vagamente antipatiche ad un centro regolatore che mostra di possedere ben precise nozioni di come si dovrebbe produrre ricchezza e sviluppo. Nozioni sostanzialmente alternative a quelle fondate sull’idea di imprenditorialità e di responsabilità individuale che ne consegue. Figure nuove come quelle dei Direttori Generali (e dei sindaci che li nominano) si trovano quindi a dover negoziare spazi d’azione in una griglia sempre più fitta di controlli, parametri, verifiche che spostano l’attenzione sull’adempimento di regole definite altrove. E questo, forse, il segno di una involuzione più generale che di fronte a trasformazioni sociali ed economiche complesse, ed al rischio che queste generano, mostra di preferire la sicurezza e la prevedibilità della procedura standard e della regolamentazione uniforme. Il rischio appare ancora una volta come snodo centrale dei processi di cambiamento e la pubblica amministrazione come il banco di prova. La neo-burocrazia in rapida ricostruzione non va vista solo come una patologia del settore pubblico. Mi pare, più in generale, la cifra di una società titubante che preferisce prendere precauzioni e cercare protezioni. Piuttosto che intraprendere.

Fabrizio Panozzo

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