L’Italia secondo il Censis

L’ultimo rapporto Censis offre una diagnosi ruvida della crisi del nostro paese. Descrive la società italiana come poltiglia di massa, impasto di pulsioni e di esperienze ripiegate su se stesse; denuncia una pericolosa tendenza all’esperienza del peggio; ci mette in guardia contro i pericoli di una deriva che rischia di spegnere ogni forma di vitalità e di progetto. Non che manchino le note positive. De Rita parla di un modello produttivo che in pochi anni si è dimostrato capace di avviare una profonda riorganizzazione e di tornare competitivo su scala globale; lo stesso De Rita, però, è molto scettico sulla possibilità che questa “minoranza” possa invertire, almeno nel breve, una tendenza verso una società fatta di “coriandoli” che stanno insieme senza un reale collante sociale.
Faccio mia la domanda di De Rita: perché il successo della “minoranza industriale” (che questo blog prova tenacemente a descrivere) non riesce a coinvolgere l’interno sistema sociale del paese? Perché questa dinamica di pochi non diventa “sviluppo di popolo”?
Il primo e principale imputato è la politica, incapace di offrire un quadro di riferimenti sensati (così Di Vico su Corriere). Nessuno dei due schieramenti del nostro bipolarismo sembra essere in grado di proporre un disegno complessivo per il paese. Orfani delle grandi ideologie, gli italiani stentano a trovare una propria via e, soprattutto, una nuova classe dirigente.
Personalmente, non credo aiuti pensare con nostalgia al pensiero forte che ha tenuto insieme i partiti e le idee del novecento. Il problema, se capisco bene il ragionamento di De Rita, è come moltiplicare queste minoranze/avamposti della globalizzazione che oggi rappresentano l’unico riferimento per un paese proiettato nel futuro. Il rilancio della nostra economia parla di una nuove generazione di imprese che ha costruito il suo successo su un’idea di innovazione imprenditoriale, fatta di creatività, talento e voglia di rischiare. La sfida per il paese è passare da un capitalismo imprenditoriale a una società imprenditoriale, coinvolgendo in questo processo di trasformazione quei pezzi di società (la pubblica amministrazione, l’università, le ex municipalizzate, etc.) oggi lontani dal confronto con i mercati e le culture internazionali. E’ urgentissimo valorizzare le energie e i progetti che covano tra le pieghe di un paese bloccato dalle sue burocrazie.
A proposito del “come” avviare un simile percorso le note del Censis ci danno qualche indicazione utile. Il nostro paese non ha bisogno di generica meritocrazia. La meritocrazia senza obiettivi dichiarati è alienazione tecnocratica. Il nostro paese ha bisogno di ambizione. Ha bisogno di alzare radicalmente la barra delle aspettative, ha bisogno di credere che avrà un ruolo nel mondo di domani. E’ questa ambizione (legittima) a definire le regole della selezione dei talenti.

Stefano

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One Response to L’Italia secondo il Censis

  1. Francesco dicono:

    Il grave limite della politica nei confronti di quella “poltiglia nella poltiglia” che è l’imprenditoria personale (partite iva, per intenderci)è che non ha ancora elaborato una strategia d’accompagnamento. Tra una destra che dice “fate da soli” e una sinistra che dice “voi non dovete esistere” manca un meccanismo, un disegno, un qualcosa (non voglio dire un’ideologia) che faccia di questa moltitudine una comunità, che mostri loro un percorso di lungo periodo, una speranza concreta.

    Rimarrò precario (flessibile) a vita o è la classica rivoluzione a margine, che toglie 100 a pochi per poi dare 10 a molti?
    Devo sperare nella gallina di domani, o prendermi l’uovo del posto fisso oggi?
    Fino a quando lavorerò?
    Avrò una pensione?

    Politica, rappresentanza, chi volete: finchè nessuno proverà concretamente a rispondere a queste domande, ci saranno parecchi coriandoli in giro…

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