Il valore degli insuccessi

Anche gli Stati Uniti – ci dice Business Week di questa settimana – hanno un Mario Moretti Polegato. Si chiama Sara Blakely, ha più o meno quarant’anni e ha fondato Spanx, una società che ha rivoluzionato il mercato americano delle calze e dei collant.
Al pari del fondatore di Geox e di tanti altri imprenditori nostrani, la Blakely ha cominciato la sua carriera con un’intuizione tutta personale. Lei stessa racconta di aver combattuto duramente con intimo e collant per evitare di mettere in evidenza segni e cuciture sotto un paio di costosi pantaloni bianchi. La prima mossa è stata quella di comprare una di quelle tutine modellanti e contenitive. Visto il risultato orripilante, decide di comprare un paio di collant e di tagliare i due piedi: nessun segno sotto i pantaloni, una linea comme il faut e la possibilità di indossare un paio di sandali. La Blakely si innamora dell’idea: lavora a casa per lanciare i primi modelli e il successo arriva abbastanza in fretta. Alcuni grandi magazzini come Neiman Marcus e Sakc Fifth Avenue decidono di provare le nuove calze-guaina-senza piedi-tutto comfort: dopo qualche settimana Oprah Winfrey promuoverà l’idea a pieni voti nel suo famosissimo show. Oggi Spanx fattura 150 milioni di dollari (un po’ meno di Geox) e conta 55 dipendenti nella sua sede di Atlanta. Comunque un bel successo.
Fin qui le analogie. Lato comunicazione, qualche differenza si nota. La Blakely si distingue, e non poco, dai nostri imprenditori locali. Il fallimento, dichiara la Blakely a Business Week, ha avuto una parte importante nella sua formazione di imprenditrice. Fin dai tempi della scuola, il papà della Blakely incoraggiava lei e i fratelli a dichiarare i propri insuccessi: la sera, a ora di cena, chiedeva sempre “Dove avete sbagliato oggi?” Quando non c’erano risposte il papà si dispiaceva. Senza insuccessi, diceva, non c’è apprendimento. Una grande lezione di vita, almeno secondo la Blakely.
Siamo abituati a pensare agli Stati Uniti come al paese del successo a tutti i costi: dall’intervista alla Blakely non sembrerebbe più così. Se confrontiamo la sua intervista a Business Week con le ricostruzioni della vita degli imprenditori nazionali (grandi successi rigorosamente narrati ex post) sembra di passare da un trattato di filosofia zen alla vita dei santi. La Blakely ci parla di una nuova cultura imprenditoriale, dove prevale una diversa consapevolezza del rischio e dove la tradizionale massimizzazione del profitto lascia spazio al desiderio di scoperta di sé e dei propri talenti. Dove l’insuccesso è fisiologia, e non patologia criminale. Dove l’unico vero fallimento “è non provarci davvero”.
Stefano

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7 Responses to Il valore degli insuccessi

  1. L’insuccesso come valore è una teoria affascinante che nel contesto italiano va però ponderata sulla realtà. la cultura dell’errore è coltivata fino a che non ci sono di mezzo i soldi: quando si sbaglia in Italia si paga, non solo in termini monetari ma anche e soprattutto di epiteti figli di un retaggio che non ci scrolleremo, “sei un fallito”, avete mai sentito qualcuno rispondere “io almeno ci ho provato?”. Persone alla gogna per aver sbagliato, magari solo per aver sbagliato momento in cui tirar fuori dal cilindro la propria idea, oggi in Italia si ha paura di investire per paura di fallire, la gente giudica e “l’imprenditorialità” è cosa per sognatori fancazzisti. I casi di successo di chi ce l’ha fatta vengono spesso visti come meteore frutto dell’incastro di centinaia di fattori positivi in cui il fattore c conta più di mille business plan. Oggi fare impresa significa procedere per piccoli passi senza buttarsi mai. Non ultimo, l’università ad oggi scoraggia qualsiasi iniziativa e la sensazione attorno a tutte le iniziative sotto forma di concorso o finanziamento (giovani, donne, sud…sempre e solo sud tra l’altro) è legata a magheggi burocratici prestabiliti che poco possono offrire a chi ha voglia di fare qualcosa per davvero

  2. Giovanni Azzoni dicono:

    Molto stimolante la provocazione lanciata da Stefano “il valore degli insuccessi”. Difficile tema in un Paese dove non c’è alcuna separazione tra poltica, finanza e affari. Una lezione tutta italiana sul valore degli insuccessi, sul fallimento del “non provarci davvero” made in Italy,io la ritrovo nella vicenda di Raul Gardini. Gardini aveva, a torto o a ragione, un grande progetto industriale: Enimont. La Ferruzzi Montedison aveva asset straordinari. Se le banche nel ’93 avessero concesso alla Ferruzzi un prestito convertendo, come hanno fatto con la Fiat successivamente, avremmo in Italia un colosso mondiale della chimica. Altro che chimica di base allo sbando a Porto Marghera!
    Ebbene Gardini ci veva provato.
    Ma non aveva fatto i conti con quanto dichiarato da Cusani in una intervista del 2005 “Il sistema bancario diede in pasto alla Procura di Milano l’anello debole del sistema, la Ferruzzi, al termine di una riunione che si svolse a Mediobanca con il Gotha dell’imprenditoria, durante la quale fu deciso quale gruppo consegnare alla magistratura per distogliere l’attenzione dalle responsabilità del sistema finanziario. Ricordo che, dopo l’assemblea di Banca d’Italia del ’93, si svolse un incontro a Roma a cui parteciparono tra gli altri Lamberto Dini, Cesare Geronzi ed Enrico Cuccia, in cui fu deciso di colpire la Ferruzzi ordinando il congelamento di tutti i conti del gruppo”.
    Gardini ci aveva provato prima con la chimica, sfidando un colosso come l’ENI e i politici anche a costo di prezzolarli con la maxi tangente pur di vedere decollare il suo progetto, e in ultima con l’agroalimentare, tentando di concentrare lì gli sforzi del Gruppo Ferruzzi, facendo diventare Eridania la holding di tutto il gruppo. Era un ritorno alle origini agroindustriali, e nel 93 parlava già di benzine bio…..Ma è finita con un colpo in bocca. Si dice che Gardini si uccise soprattutto per prendere su di sé, con un gesto estremo di difesa, l’onta delle accuse che stavano per investire i Ferruzzi. E, in particolare, lo fece per amore nei confronti dei suoi figli.
    Ecco un buon esempio dell’effetto del “sei un fallito” all’italiana di cui parlava Giorgio Soffiato.
    La storia di Gardini mi ha colpito perchè è l’esempio opposto di quello di cui parlava Stefano: ci provi davvero e ti fanno fallire….Ma da questa storia, dall’impegno di Cusani nel sociale con la Banca della Solidarietà perchè, dice lui, “lo considero una forma di risarcimento verso la società con cui penso di avere ancora un conto da saldare”, ho imparato anche sulla mia pelle che gli insuccessi hanno realmente un valore e che ti possono piegare ma non ti devono spezzare…

  3. Lorenzo G. dicono:

    Temo le persone che non hanno mai avuto una crisi. Temo le persone che non hanno mai avuto un fallimento. L’insuccesso è salutare per molte ragioni:
    – ci rende più forti rispetto alle avversità future;
    – stimola una profonda riflessione su noi stessi e sulle future direzioni da intraprendere;
    – ci permette di capire meglio chi è attualmente in crisi;
    – ci fa capire meglio come aiutare i nostri colleghi che attraversano un momento di insuccesso.
    L’importante è che l’insuccesso non diventi una ferita sempre aperta, che ci ostacola in qualsiasi nuova iniziativa.
    L’insuccesso deve essere vissuto, capito e metabolizzato. Non bisogna vergognarsi dell’insuccesso, va archiviato nei nostri files di memoria, ma deve essere anche reso “innocuo”, ovvero va superato affinchè non rappresenti quell’enorme fardello che con il tempo faccia affondare la nave e con lei il capitano.

  4. Francesco dicono:

    Tema controverso, soprattutto in chiave di confronto tra America e Italia. Da noi c’è storicamente una forte propensione all’imprenditorialità e al rischio. E, oserei dire quasi di conseguenza, una legislazione molto severa nei confronti di chi fallisce.
    In america – in proporzione e nonostante quanto si pensi – c’è una minore propensione ad intraprendere, ma un miglior ambiente formativo, creditizio e legislativo per le start up.

    Non so: è come se da noi un’imprendotorialità innata venisse frenata da un ambiente ostile ai fallimenti e dall’assenza di cultura di progetto da parte di agenti esterni, mentre da loro una scarsa propensione all’autoimprenditorialità venisse incentivata da meccanismi di accompagnamento e da adeguati paracadute sociali.

    Forse per la nostra generazione – molto più benestante e “seduta” rispetto alle precedenti – servirebbero meccanismi più simili a quelli americani…

  5. Non so se la distinzione è proponibile ma la sensazione che ho avuto leggendo qualcosa sul venture capital in USA è che il fallimento in America venga percepito come una situazione andata male mentre in Italia è la persona ad andare male, da noi il fallimento è legato a chi fallisce, in USA al singolo progetto che fallisce. E non è cosa da poco

  6. Stefano dicono:

    Francesco, concordo con la tua analisi: mi pare che nonostante le continue dichiarazioni a favore della piccola impresa non ci sia nel nostro paese un atteggiamento favorevole al rischio. L’interpretazione di Giorgio è convincente: l’insuccesso è legato troppo alla persona e non al progetto e al contesto in cui questo progetto prende forma.
    Continuo a pensare che un’azione culturale e politica in questo senso potrebbe cambiare profondamente la situazione esistente. I miei complimenti a Gordon Brown (labour) che ha deciso di promuovere nel prossimo autunno una settimana a favore dell’imprenditorialità. http://www.kauffman.org/items.cfm?itemID=938
    s.

  7. marco dicono:

    una nota sull’iniziativa di gordon brown si propone di coinvolgere più 500.000 giovani provenienti da tutto il mondo e di prepararli a diventare la generazione più imprenditoriale di sempre. obiettivi ambiziosi confermati a voce dallo stesso gordon brown in questo video.
    http://unleashingideas.org/launch/video

    marco

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