L’insostenibile scommessa della de-crescita

“Sembra oramai chiaro che oggi viviamo nell’epoca della sesta estinzione della specie. (…) la fine dell’umanità dovrebbe avvenire ancora prima del previsto, ovvero verso il 2060 (…). Oramai è noto a tutti che stiamo andando verso il collasso definitivo. Restano da calcolare solo la velocità con cui stiamo precipitando nel baratro e il momento dello schianto”.
Queste apocalittiche rivelazioni non farebbero molta impressione se proferite da qualche setta esoterica di tipo millenaristico. Qualche imbarazzo in più viene dal fatto che tale profezia è pronunciata da un economista, sia pure molto sui generis, come Serge Latouche, che nei giorni scorsi ha presentato a Venezia il suo ultimo libro – La scommessa della decrescita – in una serie di vivaci incontri pubblici.
Il libro di Latouche ha la pretesa di diventare il manifesto politico di quanti auspicano il superamento della logica dello sviluppo economico, rivendicando la necessità di un ritorno ad uno stato vernacolare, unica condizione per ricostruire un equilibrio sostenibile fra società e natura. (Per la cronaca: la quinta estinzione è quella che ha fatto sparire, 65 milioni di anni fa, i dinosauri!). Già da queste prime battute si capisce che discutere il pensiero Latouche non è facile. L’impronta ideologica è così dominante, e la sua argomentazione così apodittica, da mettere in ombra anche la parte propositiva del suo lavoro, come quella sui meccanismi di internalizzazione dei costi ambientali. Si deve tuttavia riconoscere che Latouche ha il coraggio di esprimere con chiarezza, portando alle estreme conseguenze, le idee di quella corrente del pensiero ecologista radicale che ritiene lo “sviluppo economico” il principale avversario politico e morale contro cui combattere.
L’assunto di tale pensiero è che essendo la Terra un’entità finita, non può esserci sviluppo in-finito. E considerato che ogni forma di sviluppo economico, secondo Latotuche, è mossa dal profitto e da un istinto cieco di accumulazione, la Terra potrà essere salvata dalla morte solo bloccando lo sviluppo stesso. Che poi “sviluppo” possa significare anche riduzione della povertà, liberazione dalle malattie, aumento del benessere della popolazione, non sembra scaldare molto il cuore di questo autore, per il quale la presenza dell’uomo sulla Terra sembra risultare, alla fine, un intralcio al decorso divino della natura.
Lo stile argomentativo di Latouche è, del resto, molto francese: pochi fatti, lunghe conclusioni. Anche i riferimenti teorici lasciano perplessi. Richiamare le previsioni di Malthus (1798) come ancora attuali è a, dir poco, irrealistico: se c’è una teoria che è stata clamorosamente smentita dalla storia è proprio quella che prevedeva la progressiva riduzione del valore pro-capite delle risorse alimentari. In realtà, quando una risorsa diventa scarsa (e la terra lo è per definizione), tende a modificarsi il sistema di incentivi che porta ad accrescere la sua produttività d’uso. Le innovazioni in ambito agricolo hanno così portato ad una situazione opposta a quella immaginata da Malthus, e cioè a produrre eccedenze alimentari. Come ha documentato Amartya Sen, se le carestie non sono state ancora debellate, ciò avviene sia per responsabilità dei Paesi ricchi ma, ancora più, a causa dei regimi autoritari di molti paesi poveri, che non distribuiscono alla popolazione colpita le risorse accumulate o rese disponibili dagli aiuti.
Latouche si rifiuta, perciò, di riconoscere il ruolo dell’innovazione come leva della produttività e, ancora peggio, quello della democrazia come strumento per garantire la distribuzione delle risorse create dallo sviluppo. Ed evita accuratamente di guardare all’economia della conoscenza come condizione che supera il limite della riproduzione fisica delle risorse e che può dare nuovi significati espressivi allo sviluppo. Il suo localismo chiuso e difensivo sarebbe, in realtà, una sciagura proprio per lo sviluppo locale e la tutela delle varietà culturali e produttive: quale destino avrebbero i giovani creatori di software di Bangalore in un mondo di protezionismi? E che misera fine farebbe il Brunello di Montalcino se il suo mercato fosse limitato a Montalcino?
Sottovalutando la questione cruciale degli incentivi all’innovazione – che servono all’ambiente non meno che allo sviluppo – la teoria della de-crescita non offre, alla fine, alcuna prospettiva realistica per affrontare quei problemi che essa stessa denuncia. Scadendo fatalmente in un esercizio sterile ed elitario, che solo una società opulenta – grazie alla crescita – può permettersi.
Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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