L’insostenibile scommessa della de-crescita

“Sembra oramai chiaro che oggi viviamo nell’epoca della sesta estinzione della specie. (…) la fine dell’umanità dovrebbe avvenire ancora prima del previsto, ovvero verso il 2060 (…). Oramai è noto a tutti che stiamo andando verso il collasso definitivo. Restano da calcolare solo la velocità con cui stiamo precipitando nel baratro e il momento dello schianto”.
Queste apocalittiche rivelazioni non farebbero molta impressione se proferite da qualche setta esoterica di tipo millenaristico. Qualche imbarazzo in più viene dal fatto che tale profezia è pronunciata da un economista, sia pure molto sui generis, come Serge Latouche, che nei giorni scorsi ha presentato a Venezia il suo ultimo libro – La scommessa della decrescita – in una serie di vivaci incontri pubblici.
Il libro di Latouche ha la pretesa di diventare il manifesto politico di quanti auspicano il superamento della logica dello sviluppo economico, rivendicando la necessità di un ritorno ad uno stato vernacolare, unica condizione per ricostruire un equilibrio sostenibile fra società e natura. (Per la cronaca: la quinta estinzione è quella che ha fatto sparire, 65 milioni di anni fa, i dinosauri!). Già da queste prime battute si capisce che discutere il pensiero Latouche non è facile. L’impronta ideologica è così dominante, e la sua argomentazione così apodittica, da mettere in ombra anche la parte propositiva del suo lavoro, come quella sui meccanismi di internalizzazione dei costi ambientali. Si deve tuttavia riconoscere che Latouche ha il coraggio di esprimere con chiarezza, portando alle estreme conseguenze, le idee di quella corrente del pensiero ecologista radicale che ritiene lo “sviluppo economico” il principale avversario politico e morale contro cui combattere.
L’assunto di tale pensiero è che essendo la Terra un’entità finita, non può esserci sviluppo in-finito. E considerato che ogni forma di sviluppo economico, secondo Latotuche, è mossa dal profitto e da un istinto cieco di accumulazione, la Terra potrà essere salvata dalla morte solo bloccando lo sviluppo stesso. Che poi “sviluppo” possa significare anche riduzione della povertà, liberazione dalle malattie, aumento del benessere della popolazione, non sembra scaldare molto il cuore di questo autore, per il quale la presenza dell’uomo sulla Terra sembra risultare, alla fine, un intralcio al decorso divino della natura.
Lo stile argomentativo di Latouche è, del resto, molto francese: pochi fatti, lunghe conclusioni. Anche i riferimenti teorici lasciano perplessi. Richiamare le previsioni di Malthus (1798) come ancora attuali è a, dir poco, irrealistico: se c’è una teoria che è stata clamorosamente smentita dalla storia è proprio quella che prevedeva la progressiva riduzione del valore pro-capite delle risorse alimentari. In realtà, quando una risorsa diventa scarsa (e la terra lo è per definizione), tende a modificarsi il sistema di incentivi che porta ad accrescere la sua produttività d’uso. Le innovazioni in ambito agricolo hanno così portato ad una situazione opposta a quella immaginata da Malthus, e cioè a produrre eccedenze alimentari. Come ha documentato Amartya Sen, se le carestie non sono state ancora debellate, ciò avviene sia per responsabilità dei Paesi ricchi ma, ancora più, a causa dei regimi autoritari di molti paesi poveri, che non distribuiscono alla popolazione colpita le risorse accumulate o rese disponibili dagli aiuti.
Latouche si rifiuta, perciò, di riconoscere il ruolo dell’innovazione come leva della produttività e, ancora peggio, quello della democrazia come strumento per garantire la distribuzione delle risorse create dallo sviluppo. Ed evita accuratamente di guardare all’economia della conoscenza come condizione che supera il limite della riproduzione fisica delle risorse e che può dare nuovi significati espressivi allo sviluppo. Il suo localismo chiuso e difensivo sarebbe, in realtà, una sciagura proprio per lo sviluppo locale e la tutela delle varietà culturali e produttive: quale destino avrebbero i giovani creatori di software di Bangalore in un mondo di protezionismi? E che misera fine farebbe il Brunello di Montalcino se il suo mercato fosse limitato a Montalcino?
Sottovalutando la questione cruciale degli incentivi all’innovazione – che servono all’ambiente non meno che allo sviluppo – la teoria della de-crescita non offre, alla fine, alcuna prospettiva realistica per affrontare quei problemi che essa stessa denuncia. Scadendo fatalmente in un esercizio sterile ed elitario, che solo una società opulenta – grazie alla crescita – può permettersi.
Giancarlo

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A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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14 Responses to L’insostenibile scommessa della de-crescita

  1. marco dicono:

    Le tesi Latouche mi ricordano quando giocavo a calcio da bambino e il padrone del pallone che stava nella squadra perdente diceva che il pallone era suo e che siccome aveva perso se ne andava a casa offeso e non si poteva più giocare.
    Non so se questa volta i cinesi saranno d’accordo nell’interrompere la partita di pallone e abbandonasi alla musica della decrescita felice.

    Marco

  2. Stefano dicono:

    gian, ma c’è una copia del libro on line (in versione creative commons)? io l’ho cercata ma non l’ho trovata. non vorrei mai contribuire alla deforestazione del pianeta o, peggio, all’aumento del pil..

  3. Fabrizio dicono:

    in effetti, se affrontato con i tradizionali canoni dell’analisi economica o delle dinamiche competitive globali, il discorso di Latouche è oltremodo frustrante ed irritante. In quanto economisti, non ci lascia che l’ironia come risposta visto che una reale dialettica ci viene impedita da questo ed altri pensatori attraverso costruzioni concettuali che puntano a chiudere i dibattiti più che ad aprirli. Latouche non è interessato ad analizzare fenomeni o discutere idee: sono cose buone per chi ha tempo da perdere con la dialettica. Il suo pubblico non vuole dubbi o contraddittorio ma cerca piuttosto la consolazione di una carica di certezze che permetta in qualche modo di orientarsi nella complessità. Più o meno ciò che tutti chiedono ad un qualsiasi consulente. Quello che interessa a Latouche è l’affermazione della decrescita come prodotto culturale. E bisogna dire che lo fa bene. Almeno a giudicare dalla sua quota di mercato nel nostro paese. Come ogni innovatore si rende conto prima e meglio di altri che c’è un gap in un particolare segmento di mercato tra ciò che offrono gli operatori attuali e la domanda latente dei consumatori. Il segmento è quello delle idee popolari sull’economia e sullo sviluppo. Un segmento nel quale il pensiero economico mainstream non è in grado di penetrare. Noi non siamo in grado di penetrare. E allora arriva Latouche con le sue idee stravaganti che si agitano su di un piano che ci sfugge totalmente. Perché Latouche ha poco a che fare con noi. Lui è un imprenditore.

  4. Matteo dicono:

    Il tema della decrescita e’ tanto complesso e denso di significati e concetti che non e’ proprio possibile trattarlo in un blog come questo. Quello che non trovo corretto e’ che si usi una persona (Latouche) per attaccare un filone di studi sempre piu’ consistente e comunque non nuovo (la decrescita e le sue varie sfumature, come lo stato stazionario). A che serve una discussione del genere?

  5. Stefano dicono:

    Fabrizio, commento illuminante.
    s.

  6. Fabrizio dicono:

    Matteo, appunto: questa discussione non serve a nulla perché la tesi di Latouche è tecnicamente indiscutibile in quanto costruita non per convincere ma per essere “rivelata”. L’argomentazione è molto più simile al discorso religioso che a quello che potremmo definire scientifico. e la religione serve a tenere-assieme non a dividere come tende invece a fare qualsiasi discussione.

  7. SoniaT. dicono:

    Mi sembra che ci stiamo compiacendo del fatto che Horus non è piaciuto a Margherita Hack, o del fatto che il dottor Di Bella non è piaciuto a Sandro Veronesi. Stiamo parlando di cose completamente diverse che non possone essere interpretate attraverso i medesimi indicatori. Certo sbaglia Latouche a mettersi nel terreno degli economisti, sbaglia completamente il nome (“decrescita conviviale”… ma ci rendiamo conto?) che può risultare accativante solo per un pariolino pentito.
    Ma credo che alcuni aspetti del suo ragionamento vadano considerati come un vaccino che una società opulenta si inietta da per non perdere completamente di vista certe cose.

  8. Matteo dicono:

    Un sondaggio: chi ha letto qualcosa di Latouche, Pallante, Daly o Odum sui temi della decrescita?

  9. Lorenzo G. dicono:

    Sono stato a sentire Latouche a Mestre ad un incontro organizzato dal Comune di Venezia.
    Sono stato soprattutto deluso dalla mancanza di proposta: proporre infatti il Burkina Faso come modello non mi sento di considerarlo una proposta.
    Ma veniamo a Malthus. Le tesi di Malthus appartenevano ad una società che traeva cibo ed energia solamente dai prodotti della terra. Quando l’uomo ha iniziato a trarre energia dal carbon fossile e dal petrolio si è interrotta la dipendenza dalla terra e la crescita economica e demografica ha smesso di seguire i cicli dei raccolti.
    Tuttavia è indubbio che gli idrocarburi e i combustibili fossili non sono infiniti, come non è infinita la capacità di “assorbimento” del nostro pianeta rispetto all’inquinamento prodotto.
    Applicando l’energia fossile all’agricoltura si è aumentata incredibilmente la produttività dei raccolti. Per oltre due secoli la “scarsità di terre” ha smesso di essere un problema, ma oggi in qualche modo è tornata di attualità per tre ragioni:
    – la coltivazione di nuovi materiali biologici in sostituzione delle plastiche sta portando via vaste aree alla coltivazione alimentare;
    – la coltivazione di prodotti naturali da utilizzare per la bioenergia (vedi la switchgrass)sta ulteriormente togliendo terreni alla coltivazione alimentare;
    – l’aumento della popolazione mondiale non accenna ad assestarci.
    Senza dubbio Latouche manca di proposte e questo lo rende alquanto irritante nel suo ideologismo, ma il problema delle risorse scarse è oggi più attuale che mai e gli incentivi economici all’innovazione non sembrano (per ora) in grado di contrarrestare una tragica dinamica ambientalmente insostenibile.
    Insomma, non credo che ci estingueremo nel 2037, come affermato nell’ultimo incontro di Latouche, ma lasciare al mercato la regolamentazione della questione ambientale non mi fa dormire molto sereno.

  10. Marta Meo dicono:

    Ho letto Maurizio Pallante, poi lo yogurt in casa non l’ho fatto però 😉

  11. Giancarlo dicono:

    Al di là dell’inconsistente estremismo di Latouche, è il concetto di de-crescita ad essere fuorviante. Per ragioni teoriche e pratiche. Teoriche, in quanto per rendere sostenibile lo sviluppo (per Latouche “sviluppo sostenibile” sarebbe un ossimoro) è necessario incentivare gli investimenti per accrescere la produttività delle risorse non rinnovabili. Fino al limite, teoricamente possibile, della loro completa riproducibilità. Per arrivare a produrre energia con la fusione fredda, tanto per intenderci, è sbagliato mettere la retromarcia allo sviluppo: servono invece ingenti risorse da destinare alla ricerca, che solo lo sviluppo può creare. Dubito, in questo senso, che il Burkina Faso sia più avanti della California sulla frontiera tecnologica delle energie rinnovabili. Lo stesso vale per il concetto, tanto caro a Latouche, di “impronta ecologica”, cioè la superficie terrestre produttiva da cui ogni abitante può ricavare le risorse di consumo e assimilare i suoi rifiuti. Ebbene, tale impronta varia in relazione alla produttività d’uso delle risorse: un nuovo metodo che aumenta i rendimenti alimentari per unità di superficie, o una tecnologia che trasforma i rifiuti in energia, hanno come effetto la riduzione dell’impronta ecologica per abitante. Solo lo sviluppo di nuove conoscenze e tecnologie ambientali può aiutare tale riduzione. La stessa pressione demografica è chiaramente legata allo sviluppo. E, infatti, la curva di crescita della popolazione mondiale è destinata a raggiungere il picco nel 2050, per poi discendere. Forse, il picco sarà anche prima se continuerà la crescita sostenuta dei paesi in via di sviluppo che si è finalmente cominciato a vedere nell’ultimo decennio. Tutto questo ha bisogno di mercato e di politica. Senza mercato non c’è innovazione, soprattutto incentivi alla sua diffusione. Ma senza politica i segnali del mercato possono essere distorti, in quanto non internalizzano i costi sociali e non riescono ad attualizzare fenomeni che si manifestano nel lungo periodo. E qui arriva la ragione pratica contro la de-crescita. Se spetta alla politica definire le regole che orientano i comportamenti economici, e se la politica decide in base a regole democratiche, allora c’è bisogno di costruire consenso sulle decisioni che rendono sostenibile lo sviluppo. Quale consenso può avere la strategia della de-crescita? Se parlare di de-crescita nel mondo ricco è un esercizio elitario, nel sud del mondo è assurdo: qui la crescita è speranza di vita, riduzione della mortalità infantile, lotta alla fame, alla miseria, alle malattie. Per rendere sostenibile lo sviluppo bisogna, allora, promuovere nuove frontiere di sviluppo. Le altre strade non portano a nulla.

  12. Matteo dicono:

    Condivido alcuni punti su quanto detto finora, e ne contesto altri.
    Sono d’accordo che l’innovazione tecnologia è e sarà sempre più importante nell’affrontare le questioni legate alla sostenibilità. Dobbiamo rientrare nei limiti ecologici, che vuol dire abbassare il tasso di consumo delle risorse rinnovabili al di sotto del loro ritmo di riproduzione, aumentare la produttività d’uso delle risorse non rinnovabili il più possibile, e ridurre al minimo la produzione di emissioni e rifiuti. Posta in quest’ottica l’innovazione serve alla causa della sostenibilità. Usata come retorica, rischia solo di accelerare i disastri: intanto oggi nella maggior parte dei casi l’innovazione è usata per aumentare la produzione di beni (sviluppo economico) e quindi la distruzione della natura. Un nuovo telefonino, una nuova auto, un nuovo tessuto traspirante, da acquistare molto prima che il vecchio abbia cessato la sua funzione (riducendo cosí la produttività di consumo delle risorse). Secondo, l’innovazione tecnologica può essere usata per sfruttare a tassi ancora più elevati le risorse naturali: se gli stock di pesce sono in declino in molte parti del mondo, è grazie all’innovazione che permette di costruire pescherecci ipertecnologici e potentissimi. Terzo, l’innovazione abbassa il costo delle risorse e ne rende più conveniente il consumo: se ho un’auto che fa 5 km in più con un litro, non mi farò tanti problemi ad usarla di piu’. E’ il cosiddetto effetto rebound: l’aumento dell’efficienza nell’uso delle risorse è contrastato (a volte totalmente compensato) dall’aumento assoluto dei consumi.
    Concordo quindi sul fatto che occorra una buona politica per governare i fenomeni e minimizzare i costi sociali. Ma non solo: occorre spingere per una vera economia dei servizi, quella cioè in cui la generazione del reddito è data principalmente dalla vendita di un servizio (servizio calore, servizio trasporto, ecc.) piuttosto che dall’acquisto di un prodotto (gas o gasolio, auto, ecc.). Un’economia in cui il capitale naturale abbia una giusta valorizzazione, in cui il consumo di risorse costi di più del consumo di lavoro. Altrimenti sembra che gli economisti abbiano già inventato tutto e in ritardo è solo la politica. E, al di fuori dei compiti della politica e dell’economia, occorre accrescere la coscienza ecologica di tutti noi. Perchè l’economia e la politica, da sole, non possono risolvere tutti i problemi.
    Sono anche d’accordo che non si può chiedere ai paesi poveri di non svilupparsi. Cercando però di non commettere i nostri stessi errori. Sappiamo dal filone di studi dell’economia della felicità (ne parla anche l’amico De Biase) che l’aumento del reddito pro-capite (misurato principe dello sviluppo economico) crea felicità fino ad una certa soglia (situata attorno ai 20.000 dollari) e con una crescita marginale sempre più debole (cfr. Richard Layard ). Oltre tale soglia, la crescita economica, con le sue conseguenze negative (su livelli di sicurezza, inclusione sociale, solidarietà, impatti ambientali) non aumenta la felicità delle persone, che dipende invece da elementi che essa mette in discussione (relazioni familiari, lavoro, comunità e amici, salute, libertà personale e valori personali, oltre a situazione economica). Nei paesi sviluppati, dal secondo dopoguerra, il pil è cresciuto di molto, il benessere pure, ma il livello di felicità è rimasto immutato. Senza dimenticare la crescente distruzione ambientale che porta con sé: se al 2050 la popolazione raggiungerà il picco, la scienza ci dice che è certo il collasso dei sistemi ecologici ben prima, se questo sviluppo non sarà qualitativo piuttosto che quantitativo.
    Lo sviluppo economico è il processo di crescita della produzione di beni a disposizione di una popolazione, ceduti contro prestazione di prezzo (ossia scambio di merci) e misurati dal Prodotto Interno Lordo. Per i paesi poveri lo sviluppo (o crescita economica) porta certamente benefici straordinari e irrinunciabili. Quand’è che il giocattolo si rompe? Quando l’economia tende a mercificare qualsiasi cosa. Il pil, infatti, non misura alcuni processi quali l’autoproduzione o lo scambio gratuito, la solidarietà e la mutua assistenza. Ma oggi questi valori tendono a scomparire, sostituiti dallo scambio mercantile. Per capirlo è sufficiente analizzare i modelli proposti dalla pubblicità e dalla tv (che di pubblicità vive), soprattutto in riferimento al target principale: i bambini e i giovani. Non dubito che generalmente un adulto sia in grado di discernere tra finzione e realtà, ma gli adolescenti, che trascorrono fin da piccoli ore e ore davanti alla tv che sostituisce il tempo dedicato loro dai genitori (costretti a lavorare entrambi a tempo pieno per poter garantire l’acquisto di tutti i beni di cui necessita la famiglia) imparano che una persona vale per ciò che ha, e più ha più vale, innescando nuovi processi di consumo. Il pil, inoltre, è un indicatore stupido, perché non discerne tra produzione di beni e mali. Lo diceva 40 anni fa Robert Kennedy: la vendita di armi, psicofarmaci, assicurazioni sulla vita, il verificarsi di eventi catastrofici o l’aumento dei livelli di inquinamento fanno crescere il PIL ma non rappresentano nessun motivo per il quale vale la pena di vivere.
    I fautori della decrescita promuovono un sistema economico a cerchi concentrici, dove al primo livello si trovano processi di autoproduzione, al secondo scambi non mediati da denaro, e al terzo, per quei beni per i quali non sono possibili le altre modalità, gli scambi mercantili, dunque anche mercato e innovazione. Marta cita lo yogurt, che e’ poi diventato il manifesto del movimento della decrescita in Italia: quando acquisto un vasetto di yogurt, questo ha percorso in media 1200 km, attivato catene di trasporto per latte, vasetti e altri imballi, consumato gasolio, plastica e cartone, creato un certo livello di inquinamento e congestionamento stradale. La qualità alimentare e la vitalità dei suoi fermenti lattici sarà alquanto dubbia; il PIL sarà aumentato. Al contrario, uno yogurt fatto in casa con latte e fermenti lattici comprati localmente non ha prodotto trasporti e congestionamento stradale, nè produzione di rifiuti da imballi di plastica e cartoncino, nè emissioni inquinanti. La sua qualità, garantita dalla freschezza e dal controllo all’origine degli ingredienti, assicura un livello di soddisfazione superiore. Il PIL non è cresciuto, è addirittura diminuito rispetto al vasetto acquistato.
    Questo è il concetto alla base della decrescita: frenare l’espansione della sfera economica e relegarla agli scambi che apportano davvero utilità, benessere e felicità. Benchè esista qualche appassionato che se li realizza in casa, per il 99% della popolazione ci sarà sempre bisogno di produrre pannelli fotovoltaici, e innovare la loro tecnologia. A ben vedere la decrescita, più che una teoria economica alternativa, è una utile provocazione affinchè si riacquisti un po’ di buon senso e si ponga un freno all’invadenza dell’economia nelle nostre vite. Perchè passare per forza 8-12 ore al giorno al lavoro (compresi gli spostamenti) per guadagnare soldi e qualche ora dei week end a spenderli in affollati centri commerciali, invece che prodursi e scambiarsi qualche bene e ridurre cosí di qualche ora alla settimana il bisogno di lavorare, per dedicare il tempo guadagnato a ciò che piace veramente fare? A me le questioni poste dai fautori della decrescita, provocazioni ed esagerazioni comprese, sembrano utili e stimolati. Libertà di scelta: a chi piace l’attività del consumare (dal latino consumere, spendere, ridurre a nulla, distruggere), nessun impedimento se svolto entro i limiti ecologici, a chi piace farsi delle cose in casa, che non venga tacciato di anacronismo, sta solo aumentando il suo livello di benessere (e probabilmente di felicità). Aumenta sempre più il numero di persone che sceglie questa seconda strada: gruppi di acquisto solidali, banche del tempo, festival della decrescita, co-housing, m’illumino di meno, locali a chilometro zero, orti cittadini, autoproduzioni, ecc. Non dico che siano la maggioranza, non so se lo diventeranno, ma certamente sono una fetta di popolazione non secondaria. Il consenso politico va cercato anche presso di loro, la chiave è quella di non imporre il pensiero unico (e su questo anche Latouche sbaglia).

  13. Giancarlo dicono:

    @Matteo: quello che dici nel tuo ultimo commento conferma che la teoria della de-crescita ha un valore politico e morale – che ognuno è libero di accettare – ma è ancora poco convincente sul piano economico. Un solo container frigo può movimentare circa 200mila vasetti di yogurt, che possono servire l’intera popolazione di una città come Vicenza per due giorni. Se lo yogurt è prodotto a Bolzano (come quello che consumo io), e facendo due conti su popolazione servita e distanza coperta, se ne ricava facilmente che per raggiungere il transit-point di Vicenza ogni vasetto percorre la strepitosa distanza di 1,5 metri/abitante al giorno! Inoltre, come partecipante ad un “gruppo di acquisto solidale”, non sottovaluterei il fatto che per servirmi in un locale a “chilometro zero” (mi risulta si siano diffusi soprattutto nella “solidale” città di Treviso), ogni consumatore deve pure fare qualche chilometro per raggiungere il locale (100 consumatori per 10 km è come la distanza da Treviso a Parigi!). Insomma, la politica della “filiera corta” ha la sua contropartita logistica nel promuovere il “trasporto lungo” del consumatore. Attenzione! Ciò vale soprattutto quando si vuole valorizzare la “specificità locale” di un prodotto (anche questo è un effetto rebound?).
    Sulle carenze del Pil come misura economica è difficile non essere d’accordo, ma non si tratta certo di una novità (ne parlava Fuà in un bel libretto di 20 anni fa!), né si deve tacere sul fatto che sulle misure alternative dello sviluppo la ricerca economica non è ferma (Amartya Sen e Partha Dasgupta hanno scritto diverse proposte interessanti sull’argomento). Per concludere, sono d’accordo che l’economia non è tutto nella vita (per fortuna!). Ma la domanda che dobbiamo farci è se e in quale misura l’analisi economica può aiutare ad affrontare i problemi dello sviluppo sostenibile (sempre non si pensi, come Latouche, che questo sia un ossimoro). Se intendiamo l’economia come “scienza degli incentivi”, allora un contributo concreto può essere dato se anche la politica, spinta a sua volta da scelte morali, contribuisce a definire gli obiettivi comuni. Ciò di cui è bene essere consapevoli è che, da un lato, le scelte morali sono diverse e il confronto democratico è il modo migliore per costruire una posizone condivisa; dall’altro, che non basta fissare degli obiettivi (come la sostenibilità dello sviluppo) per raggiungerli: servono anche strumenti (e incentivi) adeguati.

  14. mauro dicono:

    ..mi ricorda la battuta di sordi nel film, mi sembra, la grande guerra?…siamo in un presidio militare alla visita di leva, c’è la fila…sordi riesce a mettersi davanti a tutti e dice “Ao?! addo stamo stamo!”..come dire una volta davanti alla fila cosa c’è di meglio di dire agli altri di stare fermi?
    Credo che sia un bene crescere sia nei paesi in via di sviluppo (e questo è più ovvio) ma anche nei paesi più ricchi perchè dobbiamo rispondere a atnti bisogni crescenti (non autosufficienti, cura dei bambini, etc). Magari cresciamo sui servizi, sul piacere della vita, sul tempo di ozio, di svago e di divertimento …e meno sulla crescita del nuemro di scarpe che indossiamo. Ed eliminiamo sprechi, cose inutili…e ricicliamo! Cresciamo..e cresciamo bene e con più felicità!

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