Pietro Ichino meets Dr. House

Pietro Ichino ha dedicato uno dei suoi corsivi al rapporto fra lavoro individuale e produttività. Secondo Ichino (semplifico e me ne scuso in anticipo) esiste una produttività di destra e una produttività di sinistra. La prima punta sull’impegno del singolo e sulla sua incentivazione diretta. La seconda scommette sulla buona organizzazione del lavoro: un ingegnere che venga messo a spaccar pietre, dice la sinistra, per quanto si impegni potrà fare ben poco. La produttività dipende dalle condizioni in cui il singolo si trova ad operare.
Messa così, mi pare un po’ una caricatura. Il buon senso (a destra come a sinistra) ci dice che una buona organizzazione è utile; sempre il buon senso ci dice che incentivi ragionevoli possono aiutare la produttività. Roba da buon padre di famiglia. Se guardiamo più da vicino, però, vediamo che oggi il rapporto fra individuo e organizzazione è davvero un problema. E’ un problema di produttività, certo. E’ anche, più in generale, un problema di rapporto fra noi e le istituzioni.
Per continuare il ragionamento di Ichino, chiamo in causa il dr.House.
House ci piace. House è intelligente e preparato, e fa di testa sua. House non segue le regole quando non è convinto che siano davvero utili. House è disposto a rischiare del suo quando crede in una diagnosi. I capi odiano il dr. House. Vi ricordate Vogler, il ricchissimo magnate che offre all’ospedale di House cento milioni di dollari per finanziare la ricerca e in cambio ottiene la presidenza del board? Credo di aver visto quella puntata almeno quattro volte. Vogler e House si odiano subito. House non combatte contro la stupidità: Vogler è intelligente e preparato. House non se la prende perché mancano gli incentivi: ci sono, eccome. House combatte contro la razionalità manageriale. House è uno che fa di testa sua e scommette del proprio: è il paladino del lavoro imprenditoriale dentro una grande macchina che rischia ogni momento di diventare una burocrazia incapace di guardare il malato.
Ci penso e mi dico: ma quelle regole, che House ogni tanto bistratta, non sono messe lì a tutela del malato? Non sono una garanzia che un medico fannullone non si sbagli e giochi con la mia vita? Certo. Ma House studia, si prepara e, quando crede di avere ragione, corre dei rischi. Per questo ci piace. In un capitalismo e in una società della conoscenza, ci dice House, sapere non significa granché se non hai il coraggio di correre dei rischi. E questi rischi possono portare benefici, alcune volte; altre, possono diventare la causa del proprio licenziamento.
Quando Ichino ci parla della sua idea di produttività non parla tanto di destra e sinistra: direi che parla principalmente di Vogler (se crediamo che le regole siano tutto) e di House (se crediamo che l’individuo possa essere imprenditore, anche in una grande macchina come un ospedale). Ci parla del fordismo (calcolo e razionalità che aborrono il rischio) che fa a pugni contro un’economia e una società imprenditoriale (dove si rischia per guadagnare di più ma, soprattutto, per affermare chi si è).
Per parte mia non ho molti dubbi. Forza House!

Stefano

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13 Responses to Pietro Ichino meets Dr. House

  1. Eleonora dicono:

    Ho letto anch’io il corsivo di Ichino. Un elemento che viene sollevato nel rapporto tra individuo ed organizzazione riguarda l’impatto che quest’ultima ha sulla produttività individuale (e quindi sui risultati): come fa il singolo (subordinato/dipendente) ad essere produttivo se non viene messo nelle condizioni (organizzazione dei fattori produttivi imposta/data) per esserlo?
    Guardando meglio si può vedere come l’autorganizzazione o, per rimprendere lo spunto di Stefano, il lavoro imprenditoriale può essere – e molto spesso lo è – la via per uscire da questa prospettiva, in cui tutti i lavoratori apparentemente non hanno scelte e sono vincolati, mentre l’organizzazione come “longa manus” dei manager viene calata dall’alto.
    Per riprendere l’esempio del Dr. House, come la mettiamo con la dott.ssa Cuddy? Applicazione di razionalità ed efficienza oppure supporto al lavoro collaborativo? Difesa delle regole od orientamento al premio verso risorse umane eccellenti e da premiare?

  2. ilaria dicono:

    Divertente il paragone con Dr House. Da quello che ho capito si parla di imprenditorialità (del singolo) dentro un’organizzazione (di “altri”) e mi sento di tifare House per il coraggio di imporsi in una struttura che non trasmette passione nel lavoro ma che lo categorizza. House rischia del proprio e alla fine gli va pure bene con gratificazioni immense al proprio ego che valgono molto di più di incentivi monetari (almeno io presumo sia così). Ma quanti ce ne sono di Dr House?Gente preparata, competente e così testarda e orgogliosa da non piegare la testa mai? Poche purtroppo. Quindi si potrebbe ricadere sul discorso già intrapreso di Florida e dei talenti alla guida dello sviluppo. La soluzione pare sempre quella di incentivare la formazione (culturale più che altro) dei talenti mente si cercando di dare strumenti all’organizzazione fatta di persone valide ma non (ancora) talenti.

  3. Matteo dicono:

    Leggendo lo stimolante post di Stefano mi vengono in mente due riflessioni tangenti la discussione.
    Primo, occorre rivedere il concetto di produttivita’ allargandola agli altri fattori della produzione (total factors productivity, TFP), in particolare materie prime ed energia. Per molto tempo la TFP mi sembra sia stata schiacciata sulla sola produttivita’ delle risorse umane, tanto che oggi quando parliamo di produttivita’ ci riferiamo implicitamente a questa sola dimensione. In uno scenario di sostenibilita’, con popolazione e flussi migratori in aumento, automazione dei processi e crescente scarsita’ di risorse, l’equazione va invertita: possiamo permetterci di “sprecare” lavoro (anche sgravandolo) e dobbiamo aumentare al massimo la produttivita’ delle risorse.
    Secondo, non direi che fordismo ed economia imprenditoriale fanno a pugni. Se l’ospedale e’ il sistema economico, House (imprenditore) puo’ lavorare al meglio se, non solo nel suo team (come suggerisce Eleonora) c’e’ chi opera seguendo maggiormente le regole, ma anche nel restodella struttura c’e’ una parte dell’organizzazione (che non vediamo), che svolge attivita’ di routine, oppure fortemente normate e organizzate (suture, interventi semplici di primo soccorso o standard, ecc.). Fuor di metafora, la Cina e’ l’esempio lampante che il fordismo non solo non e’ morto, ma e’ vivo e vegeto, e fa sentire la sua presenza. Ma se non ci fosse la Cina, nemmeno il Made in Italy potrebbe continuare a prosperare: i beni standard e le commodity, dove pesano le economie di scala, e quindi la gerarchia, mal si addicono all’economia imprenditoriale. Insomma, fordismo e economia imprenditoriale sono interdipendenti (lo diceva Rullani a proposito di distretti e imprese fordiste), anche perche’ anche il piu’ immateriale dei processi di generazione del valore crea reddito spendibile, che alimenta almeno in parte la produzione di beni standardizzati o semistandardizzati. E viceversa. L’ospedale vedra’ lavorare fianco a fianco semplici infermieri e medici eclettici alla House. A patto che continui a ricevere finanziamenti ed energia.

  4. Forse è giusto distinguere il mancato rispetto delle regole dall’incentivo alla creatività. Quando sono stato ad intervistare Stefano Hesse (http://sottorete.typepad.com) di google Italia gli ho chiesto se era vera la leggenda del 20% del tempo-lavoro lasciato alla libera gestione del singolo di un proprio progetto per il quale l’azienda potrà fungere da venture capital nel caso in cui lo ritenga meritevole, molti dei successi di google sono nati proprio da invenzioni dal basso. Questa prima forma di lavoro reimpostato è un trend che molti stanno seguendo ma che google non ha inventato, pare infatti spetti a 3M la paternità della creatività incentivata. La mancanza di flessibilità in azienda o nella pubblica amministrazione che induce il singolo a deridere le regole per il bene del cliente/utente è cosa differente, non parlerei più di creatività ma mi schiereri piuttosto a favore di una visione realistica del proprio mestiere che consenta di prendere decisioni autonome anche andando contro le regole se si ritiene (o è palese) che tali decisioni siano migliori delle azioni comandate dalla regola. Mi sembra un serio problema di organizzazione, l’adattamento ed il fit necessari per un miglioramento continuo come possono essere introdotti nelle varie policy? le osservazioni su destra e sinistra sembrano caricature, non tanto per le osservazioni quanto per l’assenza di identità che oggi le fazioni portano con sé

  5. Giancarlo dicono:

    In situazioni di elevata complessità (varietà, variabilità), protocolli di comportamento e procedure standard non bastano. Ad House vengono sempre affidati problemi complessi, che richiedono soluzioni innovative, cioè capacità di ricombinare in forme originali e appropriate le conoscenze disponibili. Contribuendo così a produrre nuove conoscenze. Ma non esiste innovazione senza imprenditorialità, perché innovare significa sempre assumersi dei rischi e scommettere su qualcosa che non è già stato sperimentato. Tuttavia, ogni imprenditore (sia esso a capo di un’impresa, un professional che opera nel mercato, un ricercatore in un laboratorio, un lavoratore capace e creativo, un medico in corsia, ecc.) ha bisogno di due supporti esterni fondamentali: un sistema di infrastrutture tecniche e di comunicazione che rendono possibile il suo lavoro esplorativo; un insieme di istituzioni che regolano i comportamenti reciproci e riducono il rischio in caso di fallimenti. Per House tali supporti sono forniti dalla Medical Division di Princeton, New Jersey, sotto la vigile gestione della dott.sa Cuddy. Queste complementarità, che non sono certo prive di tensioni, risultano fondamentali per fare funzionare il gioco. E quando il gioco non funziona più – come è avvenuto alla fine della terza serie – allora si cerca di cambiare gioco (ospedale, squadra, mestiere). Il nesso con il fondo di Pietro Ichino è qui: un lavoratore capace deve sapere anche cercarsi il luogo dove le proprie competenze e aspirazioni sono meglio corrisposte. La crescita della produttività (più qualità, più efficienza, più salute, … in rapporto ai fattori impiegati) avviene anche attraverso la mobilità. Anche questo, dunque, porta alla società imprenditoriale.

  6. marco dicono:

    Il confronto tra gerarchia/fordismo e imprenditorialità/creatività sembra essere diventato uno dei temi preferiti delle serie televisive americane. In Lost i naufraghi e “the others” rappresentano emblematicamente questi fronti opposti. I naufraghi sono animati da spirito imprenditoriale, hanno forti personalità, provano a rispondere alle loro difficoltà con soluzioni spesso imprevedibili. the others si muovano come una grande corporation, silenziosi esecutori che rispondono senza discutere agli ordini del loro capo: Ben. La stessa analisi si potrebbe fare per molti altri telefilm di successo. Dietro la sceneggiatura di questi prodotti televisivi si nasconde un forte messaggio che gli Stati Uniti, in modo particolare, stanno dando alla propria società e in parte al mondo. E’ un peccato che in Italia, patria dei distretti e dello spirito imprenditoriale, siano mancate delle produzioni culturali di massa (film, telefilm, canzoni, libri) in grado di accreditare questa capacità di affrontare la complessità e trovare soluzioni alternative. Il risultato è che dai noi tutti questo mondo è ben che vada tollerato quando non proprio considerato responsabile di una anomalia da curare (es. Visco sui veneti).

    Marco

  7. max dicono:

    House è semplicemente consapevole del proprio talento, tanto quanto certi nostri ‘lavoratori’ lo sono delle loro mediocrità…

  8. Stefano dicono:

    Concordo sulla necessità di creare le premesse perché il rischio diventi sostenibile. C’è una differenza tutt’altro che banale fra il lavoro imprenditoriale e l’attività di kamikaze. Peraltro, anche a me piacerebbe avere la Cuddy a sostegno..

  9. Lorenzo dicono:

    Il serpente si morde la coda. Da un lato i lacci e lacciuoli di un sistema che tarpa le ali a qualsiasi azienda. Dall’altro lato un paese in cui il civismo e il rispetto del bene comune anziché valori sono considerati fole da sciocchi.
    Nel mondo degli opposti sarebbe ideale avere un sistema che incentivi le aziende e i giovani creativi e dei player onesti, ma mi rendo conto di esprimermi come un ibrido di Pazzaglia de ‘Quelli della Notte’, Alice nel paese delle meraviglie e Groucho Marx.

  10. Thomas dicono:

    Secondo me, il merito principale del Dr House è quello di stimolare i propri collaboratori.
    Nelle “diagnosi differenziali”, Foreman, Chase e la Cameron propongono soluzioni, discutono le varie ipotesi, difendono la loro tesi… insomma danno il proprio contributo all’attività di House e determinano l’elevato grado di produttività del reparto.
    Un buon capo è quello che condivide esperienze, idee e problemi con i propri collobarotori, e poco importa se, alla fine, quasi sempre è lui quello che trova (ha) la soluzione giusta, l’importante è che tutti percepiscano di appartenere ad un team e vedano valorizzato, in qualche modo, il proprio sforzo.
    Alla fine del 2004 ho svolto uno stage in una start-up che di fatto rappresentava il primo esempio di distretto hi-tech nel Veneto. A portare avanti l’iniziativa eravamo in 4: il fondatore, un giovane laureando in economia di Ca’Foscari, un giovane laureando in economia aziendale di Padova, e una ragazza polacca, ingegnere gestionale, masterina presso il VEGA.
    Beh, forse non ci crederete, ma molti dei progetti che tutt’ora sono portati avanti da quella società, sono nati proprio con il metodo House. Stessa lavagnetta, stessi pennarelli, stesso scambio di idee e, col senno di poi, stessa produttività. Certo, lo scenario in cui nascevano le discussioni era stato delineato dal nostro responsabile, però ognuno ha portato del suo alle varie iniziative. (E nel 2004 il Dr House era ancora soltanto un’idea per David Shore).
    So di essere andato un po’ fuori tema e per questo vi chiedo scusa, ma anche tirar in ballo House dall’articolo di Ichino, seppur suggestivo, mi pare quantomeno azzardato…

  11. paolo di bella dicono:

    gregory house c’est moi! direbbe flaubert. io però ho come l’impressione che gli appassionati della serie non siano dei fan sfegatati del primario di medicina interna quanto piuttosto dei suoi assistenti e dei suoi capi.
    mi viene il sospetto che house sia un antieroe poco amato e che tutto il pathos si riversi su cameron e chase e la caddy perchè loro sono rassicuranti, sono fedeli alla linea,sono competenti ma poco fantasiosi, sono schiavi come tutti delle proprie fobie e inibizioni ma, a differenza di house, non ne fanno un uso creativo e abborrono house che vedono come uno strgone che rispettano professionalmente solo perchè alla fine ha sempre ragione lui ma che umanamente rimane un mistero. la creatività è un mistero e non si può
    insegnare ma solo apprendere. i ragazzi di house hanno paura di far soffrire e di soffrire e questo genera altra sofferenza, frustrazione, inadeguatezza.
    la procedura: non solo nel lavoro ma nei rapporti con gli altri, la famiglia, gli amici: ecco l’anestetico universale. una cappa di pura forma dove il potere si perpetua negli stessi ruoli anchilosati.
    liberarsi dalla procedura, pensare un mondo diverso, è un percorso iniziatico, che può passare per ciascuno e che è l’ultima forma di libertà rimastaci ma anche la più autentica. house è l’uomo nuovo ma senza riferimenti politici in senso stretto, non è colui che vorremmo essere ma colui che dovremo essere.purtroppo ho il sospetto che ad ogni rampogna della direttrice dell’ospedale, ad ogni commento fuori luogo degli assistenti, per ogni pugno che house si prende in faccia da qualche paziente, un segreto moto di gioia scorra nelle vene dei telespettatori, come quasi tutti in questo mondo impauriti dalla mischia che si agita in strada, negli uffici, nelle fabbriche, negli ospedali…

  12. Stefano dicono:

    Paolo, sono fra quelli che ama House e che non si appassiona eccessivamente alla corte che lo circonda (anche se la Cuddy mi è molto simpatica). Non credo che i collaboratori di House siano particolarmente fedeli, né particolarmente fobici. Mi pare invece che siano ossessionati dal lavoro, questo sì. Se rimangono con House è perché con House si continua a imparare. Imparare è un piacere profondo; e dopo una certa età la scoperta del nuovo passa necessariamente attraverso figure in grado di sperimentare e coinvolgere.
    s.

  13. paolo di bella dicono:

    @stefano
    io credo che l’allievo, fintanto che rimane tale, si debba annullare nel maestro. deve, in qualche modo identificarsi con lui. la corte di house come la chiami tu non sa rinunciare alle proprie pulsioni egocentriche e ciò li rende sicuramente antipatici a noi. la mia proccupazione è che in realtà essi siano un modello di comportamento molto più di quanto non lo sia house.
    almeno i miei collaboratori più giovani sono così.
    e io non sono, mutatis mutandis, nemmeno bravo come house.
    ciao

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