Gita istruttiva alla Queen Victoria

Ascoltare le parole di Carol Marlow alla presentazione della Queen Victoria è stato emozionante. La Presidente e direttore generale del gruppo Cunard, storico armatore inglese oggi specializzato in crociere, ha descritto l’ultimo sforzo di Fincantieri come un “magnificent vessel”. Mi ha colpito l’uso di questo e di altri superlativi in un inglese tanto sofisticato.
Non sono un esperto di navi da crociera, ma la visita a bordo ha impressionato anche me. Una nave come la Queen Victoria vale più o meno 450 milioni di euro. Una buona metà di questa cifra viene spesa per dare forma a saloni da ballo da cui potrebbero scendere Rose/Kate Winslet e Jack Dawson/Di Caprio o per allestire teatri che una città di provincia si sogna. La nave è davvero una combinazione affascinante di tecnologia (scafo e motoristica) e di stile nell’arredo (parti pubbliche e cabine); insomma è il Made in Italy di cui andar fieri nel mondo.
Anche sul versante industriale, la lezione Fincantieri risulta di una certa utilità. Circa metà del valore di una nave come la Queen Victoria è assicurato da piccole imprese, molte delle quali nel Nord Est. Fincantieri è l’azienda leader che opera come interfaccia fra mercato globale e sistema locale della fornitura. Il ruolo svolto dalle piccole imprese fornitrici è strategico. Siamo lontani dalle logiche tradizionali del subappalto con l’obiettivo di una semplice riduzione dei costi: quello che abbiamo a lungo chiamato “indotto” è oggi uno straordinario serbatoio di specializzazioni e competenze, capace di attivarsi sulla base delle richieste della committenza.
Si è discusso a lungo in questi ultimi anni sulla fine della piccola impresa e sui limiti dimensionali del nostro capitalismo. Fincantieri è la prova che la competitività del nuovo Made in Italy dipende da un vero e proprio ecosistema di grandi e piccole imprese capaci – insieme – di garantire flessibilità e specializzazione.

Stefano

ps. A scala locale, successo della produzione di navi da crociera si presta a una lettura edificante. Il nuovo arsenale di Marghera mette insieme la tradizione cantieristica della città insulare con la grande capacità imprenditoriale della terraferma. Per una volta il successo di Venezia e del Veneto coincidono. E’ una buona notizia: non succede così di frequente.

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