I creativi? Sono degli imprenditori

Ho partecipato giovedì scorso (8 nov) a Pordenone all’incontro organizzato da Fuoribiennale, all’interno del ciclo “Creative Revolution 2” della Regione Veneto. L’evento, fortemente voluto da Gabriele Centazzo imprenditore/designer di Valcucine, ha visto come protagonisti i rappresentati delle più importanti e giovani community del nord Italia (Designerblog, FuoriSalone, Ministero della Grafica, Opos, Turn, Zona Tortona). La discussione ha evidenziato molti elementi sorprendenti all’interno del dibattito sulla creatività. L’aspetto più rilevante riguarda il cambiamento di prospettiva in merito all’identità professionale dei creativi e al loro ruolo nello sviluppo economico. Contrariamente a quanto avveniva in passato, emerge una nuova concezione che si basa su una lettura in chiave imprenditoriale della professione creativa. Che viene sempre meno considerata una professione e sempre più una propensione, un modo di porsi di fronte alla realtà e di risolverne i problemi. Ad esempio, Paolo Casati di Fuorisalone dice: “eravamo un gruppo di studenti del politecnico e stanchi delle difficoltà che incontravamo nel trovare riconosciute le nostre capacità creative, abbiamo deciso di costruire un incubatore della creatività, BaseB, in zona Bovisa a Milano. Abbiamo preso un edificio industriale dimesso e con l’aiuto di artisti e altri creativi lo abbiamo trasformato in un luogo di animazione culturale ed in uno spazio dove ospitare giovani imprese creative”. Continua Francesco Cavalli di Ministero della Grafica: “ Essere dei creativi non è in fondo diverso da quello che hanno fatto i fondatori di Google. Sono partiti da un garage e sono arrivati a costruire un impero”. Si reclama quindi un ruolo attivo e da protagonista nel processo di trasformazione sociale ed economica. Non semplici impiegati, ma imprenditori della creatività a tutti gli effetti. Figure in grado di trovare soluzioni non convenzionali a problemi complessi.
Da questo punto di vista, è facile comprendere l’avversione che i creativi trentenni esprimono verso il tentativo di “normalizzare” le attività creative all’interno di albi professionali ad hoc, che sono visti più come una barriera all’ingresso che come un efficiente sistema di certificazione delle competenze. Nessuna tentazione verso una chiusura corporativa. Anzi elevata fiducia nei valori che il mercato esprime in termini di segnalazione delle qualità e delle capacità dei creativi.
Il nuovo approccio dimostrato verso il tema della creatività si traduce in una nuova agenda di richieste nei confronti del mondo delle istituzioni. Due le richieste principali: – aiuti finanziari in linea con quanto si realizza per i settori più rischiosi e ad alto tasso di crescita (nanotecnologie, biotecnologie, ecc.) – un maggiore riconoscimento istituzionale delle progettualità che emergono nel mondo della creatività. Per quanto riguarda il primo punto è difficile trovare, oggi, degli esempi di successo in Italia cui ispirarsi. Gli esempi più convincenti si trovano all’estero e dimostrano l’efficacia di un sistema finanziario a supporto della creatività (Es. Nesta) Nel secondo caso qualcosa è accaduto anche dai noi. Turn, community che raccoglie 300 creativi torinesi, è diventata nel giro di pochi anni uno degli interlocutori privilegiati delle istituzioni locali sul tema della creatività, tanto da essere formalmente coinvolta nell’organizzazione della manifestazione Torino World Design Capital 2008.
Per il Veneto sono indicazioni utili per rafforzare un percorso che è già stato intrapreso con il ciclo di incontri Creative Revolution e con la mappatura delle attività creative a livello regionale.

Marco

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