Produzione culturale e imprenditorialità

Eurostat ha appena pubblicato il primo rapporto statistico sulla consistenza economica del settore culturale in Europa. Il rapporto tiene conto di tutte quelle attività che gli stati membri definiscono come cultura: in estrema sintesi gestione del patrimonio culturale, editoria, archivi, arti visive, architettura.
In Europa, ci dice Eurostat, lavorano oggi in questo campo quasi 5 milioni di persone, ovvero il 2,4% della forza lavoro attiva nei 27 paesi. Il parametro varia in modo considerevole: in Romania e Portogallo il valore scende rispettivamente all’1,1% e all’1,4%. In Finlandia e in Svezia lo stesso parametro si attesta su valori superiori al 3%; nei Paesi Bassi la percentuale raggiunge addirittura il 3,8%. La percentuale dell’Italia supera appena il 2% (2,1%), decisamente inferiore alle sue effettive potenzialità.
Le statistiche sembrano confermare una correlazione molto netta fra le dinamiche del settore culturale e la capacità competitiva delle economie nazionali: stando ai numeri, i paesi meglio posizionati nell’innovation scoreboard sono anche quelli in cui produzione e fruizione culturali sono più consistenti. Chi investe in ricerca scientifica e in formazione avanzata si ritrova con un settore culturale più robusto.
Il rapporto Eurostat ha il merito di porre in evidenza le specificità dell’economia immateriale. Ci dice, ad esempio, che i livelli di formazione di chi opera nel settore culturale sono generalmente elevati: in media il 48% degli impiegati ha una laurea contro una media complessiva del 26% (in Italia la differenza è ancora più accentuata). A fronte di alti livelli di scolarizzazione, però, le forme del lavoro sembrano essere strutturalmente instabili: i lavori a tempo definito sono il 16% contro il 13% della media europea, il part time è al 25% contro una media del 17%. L’Italia conferma questa tendenza generale: nel nostro paese la percentuale di lavori a tempo determinato in campo culturale è circa il doppio della media e lo stesso vale per il part time.
Se guardiamo a queste dinamiche con categorie nostrane, il lavoro culturale appare fragile e “precario”. E probabilmente oggi lo è. Definirlo tale, tuttavia, suggerisce una serie di soluzioni che rischiano di compromettere la salute del comparto. Difficile pensare che il futuro del settore passi per impieghi con un unico datore di lavoro sullo schema del tempo indeterminato. Più verosimile è puntare a qualificare davvero i percorsi imprenditoriali di chi opera nel settore, provando a mettere insieme flessibilità e crescita. Credo che a reclamare qualche forma di innovazione legislativa in questo campo (agevolazioni fiscali, contributi a progetti innovativi, spazi dedicati in incubatori di impresa) dovrebbero essere soprattutto le donne, di gran lunga maggioritarie in questo settore di attività.

Stefano

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