Vent’anni senza nucleare

L’8 novembre 1987, sull’onda dell’emozione suscitata un anno prima dal grave incidente di Chernobyl, gli italiani andarono in massa a votare contro la legge che autorizzava la localizzazione di centrali nucleari sul territorio nazionale. Cosa succederebbe se lo stesso referendum fosse riproposto oggi?
Il sondaggio effettuato da Demos per il Gazzettino ci dice chiaramente che nel Nord Est l’opinione dei cittadini sul nucleare è cambiata. Al di là delle percentuali di favorevoli e contrari, è evidente che ad essere caduta è l’ipotesi su cui si basava il referendum del 1987, e cioè che l’uscita dal nucleare fosse un processo maturo e inarrestabile, che avrebbe progressivamente coinvolto i paesi a maggiore sviluppo industriale. Così non è stato. E l’Italia si è così trovata a pagare tutti i costi dell’uscita dal nucleare, senza incassare alcun sostanziale beneficio in termini di sicurezza e minore danno ambientale. Se, infatti, abbiamo chiuso le centrali in territorio nazionale, non per questo i cittadini italiani sono al riparo dal rischio nucleare. Anzi, com’è noto, acquistiamo energia nucleare non solo dalla Francia, dalla Germania e dalla Svizzera, ma dalla stessa Slovenia, la cui centrale di Krsko dista da Trieste non più di 100 km, ed è perciò più vicina a Venezia che i siti dismessi di Caorso o Trino Vercellese.
Per quanto lo si voglia leggere in modo benevolo, il bilancio del referendum del 1987 è stato fallimentare. La produzione energetica dell’Italia dipende oggi per l’80% da combustibili fossili (petrolio, gas e, in misura minore, carbone), il valore più alto fra i paesi europei. E il costo dell’energia risulta di gran lunga il più elevato: di circa il 20% per le utenze domestiche, ma addirittura del 60% e più per le grandi utenze industriali. Se negli anni ’80 queste differenze potevano essere in parte assorbite entro i margini di adattamento valutario, oggi con l’euro le imprese si trovano a pagare un pesante deficit competitivo, che devono perciò recuperare comprimendo altre voci di costo, fra cui il lavoro. Inoltre, la dipendenza dal petrolio e dal gas naturale ci espone più di altri paesi a condizionamenti esterni di natura economica e geo-politica, contribuendo così ad accrescere, nei fatti, il potere di mercato dei cartelli petroliferi e le tensioni nelle tradizionali aree di crisi.

Giancarlo

Share

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
Questa voce è stata pubblicata in Ambiente, Innovazione. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

20 Responses to Vent’anni senza nucleare

  1. Alessandro Minello dicono:

    Votare contro il nucleare allora era l’esito scontato di molti fattori, non ultimo di una sorta di asimmetria informativa: molta informazione sui rischi e sui costi del nucleare a fronte della scarsa informazione dei benefici e delle opportunità dello stesso. E’ vero che il nucleare di vent’anni fa era diverso da quello odierno, ma un conto è rifiutarlo (con l’auspicio che tutti seguissero questa strada) e un conto lavorare per renderlo (allora) più sicuro. Ma l’errore secondo me fu, poi, di coerenza. Il suo rifiuto avrebbe dovuto comunque aprire la strada verso politiche di investimenti verso una maggiore autonomia energetica nelle altre fonti, invece oggi siamo ancora quasi del tutto dipendenti dal petrolio, il cui prezzo è passato dai 10$ al barile dollari del 2001 ai quasi 100$ di oggi. Certo l’Euro ci sta aiutando nel contenimento dei costi della bilancia energetica, ma molti altri costi non vengono “internalizzati”.
    Alessandro

  2. marco dicono:

    Il rilancio del nucleare in Italia potrebbe essere l’occasione per promuovere la nascita di un nuovo settore ad alta tecnologia sul quale competere a livello internazionale (primo o poi anche i cinesi avranno bisogno del nucleare). Areva, azienda francese, è oggi uno dei leader mondiali nella progettazione e costruzione di reattori nucleari nel mondo. Leadership che è stata costruita grazie alla decisione del governo francese di investire fortemente sul nucleare.
    Inoltre, con la riduzione dei costi dell’energia si potrebbero recuperare maggiori risorse da investire nelle fonti rinnovabili che per, quanto ancora oggi coprano una quota marginale del fabbisogno energetico, giocheranno un ruolo sempre più importante nel futuro.

    Marco

  3. Questa vicenda è l’ennesima conferma che si arriva con colpevole ritardo ad ogni decisione critica per il paese, e sempre dopo aver percorso la strada sbagliata. Ciò che mi chiedo, per non ripetere ancora una volta questo errore, è come si pone il nucleare nella “battaglia” tra il petrolio e le energie rinnovabili. Proprio adesso che molti strizzano l’occhio al rinnovabile, un investimento sul nucleare ci porterebbe a slittare di 20 anni eventuali decisioni sulle energie pulite o rappresenta una possibilità sinergica alle nuove energie? Inoltre, in totale ignoranza, il nucleare è un’energia pulita?

  4. Giancarlo dicono:

    Il nucleare non è un’energia pulita in assoluto, poiché c’è il problema delle scorie, non certo facili da smaltire. Inoltre, un rischio per la sicurezza ambientale, per quanto remoto, esiste sempre, soprattutto in presenza di minacce terroristiche. Tuttavia, in termini relativi il nucleare rimane una delle energie più pulite: ad esempio, non genera emissioni di gas-serra, come il CO2, responsabili del surriscaldamento. Per l’Italia, tuttavia, tornare al nucleare non è facile. Abbiamo perso molte delle competenze necessarie a gestire impianti complessi. E anche se la popolazione ha oggi un’opinione molto meno negativa rispetto a vent’anni fa, se si trattasse di individuare un nuovo sito, si scatenerebbe il classico putiferio all’italiana, patria ideale della sindrome di Nimby. Rimane da capire a quale prezzo dovrà arrivare il petrolio prima di superare la nostra ipocrisia. Perché di questo si tratta, siamo contrari a produrre il nucleare, ma nessuno si oppone al suo consumo! Un’etica ambientale davvero irreprensibile.

  5. Matteo dicono:

    La crescita del prezzo del petrolio, oramai inevitabile, e i problemi legati ai cambiamenti climatici, creeranno entro breve tempo i presupposti perchè riparta anche in Italia la costruzione di centrali nucleari (o la riattivazione delle vecchie). L’incoerenza (chiamiamola così) della politica energetica nel non aver dato adeguata risposta alla necessità di diversificare le fonti energetiche a fronte di un rifiuto del nucleare nel nostro Paese 20 anni fa, ci ha reso uno dei paesi più esposti al caro energia. Siamo quindi costretti a non scartare alcuna ipotesi, tra cui, temo, il nucleare.
    Dico temo per ragioni puramente economiche, e non ecologiche o morali. Perchè del nucleare non si dice mai tutta la verità. E cioè che non è vero che è la fonte più economica: semplicemente per essere conveniente viene sovvenzionata. Conseguentemente il bilancio economico dell’opzione nucleare non la pone tra le fonti energetiche più desiderabili.
    Il kWh nucleare costa di più di quello termoelettrico da carbone o da altri combustibili fossili. Sul N.64/2006 di Le Scienze c’è un articolo dei due ricercatori che hanno coordinato nel 2003 lo studio del MIT su “The Future of Nuclear Power”. In tale lavoro si è appurato che il kWh nucleare dell’attuale generazione di reattori costa 6.7 centesimi di $ contro i 4.2 delle centrali a carbone e i 5.8 delle centrali a gas. Anche l’eolico costa meno. Nonostante che la vita operativa dei reattori sia stata allungata da 30 a 40 anni e che si siano ignorati i costi del waste disposal (!!!), di fatto il nucleare non risulta ancora competitivo. Conscio di ciò, il governo USA ha deciso di incentivare il programma nucleare con un credito fiscale di 1.8 cent a kWh, ma a tutt’oggi non è stata ordinata alcuna nuova centrale.
    Se fosse competitivo, come si spiega questa assenza di investimenti in paesi molto più pragmatici e nimby-free come gli USA? Anche gli inglesi ne sanno qualcosa: British Energy, il colosso del nucleare che produce quasi un quarto dell’energia elettrica britannica, nel 2002 ha registrato perdite per circa 6 miliardi di Euro e il governo ha dovuto intervenire con un prestito straordinario di 650 milioni di sterline e l’esenzione dall’oneroso pagamento per la manutenzione degli impianti. In conclusione, il contribuente britannico dovrà pagare 200 milioni di sterline all’anno per i prossimi 10 anni. Il costo di produzione dell’energia nucleare inglese è infatti di 21,70 sterline per Megawattora (costo che corrisponde a circa 70 vecchie lire per Kilowattora) contro un prezzo di vendita di 18,30 sterline per MWh. Prezzo che grazie ai nuovi cicli combinati a gas è sceso nel 2003 ancora del 10% fino a toccare le 16 sterline per MWh.
    La maggior parte della ventina di impianti ordinati o in costruzione è in Asia, per ovvie ragioni di fame atavica di energia, che sempre più spesso passa sopra ad altre questioni. Anche lo scenario dell’IEA fino al 2030 indica che la domanda mondiale di energia primaria sarà soddisfatta in maniera crescente da fonti differenti dal nucleare. Quest’ultima rimane invece ferme al valore dell’anno 2000. Nel caso dell’ Europa, gas e rinnovabili, sempre secondo lo IEA, aumenteranno la loro quota sul totale a spese di nucleare, carbone e petrolio. Continuerà a crescere di qui al 2020 il peso relativo dell’energia domandata dal settore dei trasporti, che appare strettamente vincolata al petrolio, diversamente da quel che accade per l’industria e il settore civile.
    In sostanza il nucleare è più conveniente perchè è sovvenzionato dai cittadini tramite le tasse, e dalle generazioni future, che dovranno accollarsi l’onere di gestione delle scorie (per migliaia di anni). Ad essere pragmatici e cinici uscire dal nucleare può darsi ci abbia fatto risparmiare sul lungo periodo: abbiamo acquistato energia elettrica all’estero prodotta dal nucleare, a prezzi più bassi di quelli di generazione interna, e non pagheremo i costi di decommissionamento che graveranno sui bilanci dei paesi nuclearizzati. L’unica cosa che è rimasta invariata è il rischio ambientale, vista la vicinanza geografica.
    C’è un ulteriore aspetto da considerare: alla luce dell’attuale tecnologia (e le prossime generazioni di nucleare sono tutt’altro che pronte) le riserve di uranio basteranno solo per qualche decennio per l’attuale parto di 440 reattori, e già oggi il 40% dell’uranio impiegato proviene dallo smantellamento delle vecchie testate nucleari russe. Questo vuol dire picco di produzione anche per l’uranio entro qualche anno, con il rischio di non sfruttare nemmeno a pieno tutte le riserve potenzialmente disponibili.
    Resta valido il suo apporto alla generazione di energia in maniera pulita dal punto di vista dei gas serra. Ma l’alternativa ci sarebbe: occorrerebbe utilizzare i fondi per il nucleare (senza tralasciare fondi per la ricerca di nuove tecnologie) per aumentare efficienza energetica e fonti rinnovabili. I margini di miglioramento sono molto ampi, e l’energia più conveniente è quella non consumata. Senza contare che l’industria dell’efficienza e delle rinnovabili crea molti più posti di lavoro e ricadute locali per unità di capitale investito rispetto all’industria nucleare. Che è un settore caratterizzato da poche grandi imprese, oramai quasi tutte straniere (ci sono poche eccezioni italiane). Avremmo un mercato oligopolistico sia dal punto di vista delle costruzioni che di quello di fornitura di elettricità. Alla luce di tutto questo, ne vale davvero la pena per l’Italia?

  6. lucio dicono:

    personalmente non ho nulla contro il nucleare, anzi sono convinto che a suo tempo abbiamo sbagliato a rinunciarci, ma il referendum è stato fatto sull’onda emotiva di Tchernobyl quindi non poteva non vincere il no…
    però sono anche convinto che adesso non sia facile ricominciare.
    per costruire centrali nucleari sufficienti a produrre una quantità di energia che abbia un senso, ci vorrebbero almeno dieci anni e non so quanti miliardi di euro.
    e poi per il nucleare secondo me qui in italia ci sono un paio di problemi:
    uno molto grosso economico, lo stato non potrebbe accollarsi lo smantellamento delle centrali come avviene in francia, così il costo dell’energia non sarebbe vantaggioso.
    e anche uno enorme di opportunità, sono forti sia l’ambientalismo del no sia la sinistra radicale, riescono a bloccare la TAV, figuriamoci cosa farebbero con le centrali…

    in più ho due perplessità, l’esaurimento dell’uranio naturale e lo smaltimento delle scorie; so che sono problemi teoricamente superabili, ma credo che visto lo sforzo che servirebbe, per l’italia sia conveniente puntare su altre fonti: il geotermico e il solare, fotovoltaico a concentrazione

    l’italia è il paese con le più alte potenzialità al mondo, dopo l’islanda, per la produzione di energia geotermica che è una forma di energia energetica pulita e locale, e in più arriva da sotto il mare, cosa non indifferente vista la propensione degli italiani alla sindrome nimby
    e anche il fotovoltaico a concentrazione fa progressi interessanti

  7. Valentina dicono:

    Concordo sul fatto che la scelta di 20 anni fa di abbandonare il nucleare non si sia rivelata la più efficace ed efficiente.

    La bolletta energetica è ormai da considerare tra i fattori competitivi di un paese, visto l’importante influsso che ha, di fatto, sulla produttività e competitività delle produzioni di una nazione.
    E la situazione energetica italiana era sicuramente meglio ai tempi del nucleare di come non sia ora.

    Ma la linea del “stavamo meglio quando…” non mi sembra adatta a giustificare un “vorremmo tornare a seguire la stessa strategia”. E non tanto per una presa di posizione di tipo etico, quanto per una logica di tipo economico.
    Le ragioni che mi vedono contro questo ritorno sono molte. Primo di tutti un ragionamento di costi. Quanto ci costerebbe ri-aprire una centrale nucleare? Almeno vent’anni di trattativa sulla scelta del sito, 70 puntate di Porta a Porta per stabilirne la validità, 4 rimpasti di governo nonché altissimi costi effettivi per la realizzazione e la formazione/reperimento delle competenze necessarie. Risultato? Dopo 20 anni ci sarà un altro sondaggio che sentenzierà che il nucleare non era la risposta.

    La nostra disastrosa situazione energetica di oggi non dipende dal fatto che abbiamo dismesso il nucleare, secondo me, ma dal fatto che quella non è stata parte di una strategia per la gestione dell’energia, quanto una corsa ai ripari per accontentare un opinione pubblica giustamente sconvolta, cosa che ha determinato una assenza di fatto di una strategia energetica a lungo termine.

    Il fatto che il nucleare sia funzionato una volta non vuol dire che possa funzionare anche adesso. Perché, oltre ai motivi di prima, in questo diverso momento storico la direzione che sta prendendo la produzione dell’energia mondiale è un altra, un tipo di energia che si avvale di altre risorse, più “pulite”, risorse che, tra l’altro, l’Italia possiede in abbondanza.

    Presa consapevolezza del fatto che le risorse economiche disponibili per questo tipo di interventi sono scarse, ce la sentiamo veramente di investirle nel ritorno al nucleare, invece che nell’investimento su fonti di energie alternative?

    Quello che mi sembra sia il punto centrale di questo revival del nucleare, non è tanto o non è solo nucleare sì, nucleare no, quanto la necessità impellente di una strategia dell’energia, che tagli la nostra dipendenza da attori esterni così come i costi legati al suo utilizzo, ma non più con un’ottica a corto raggio, quanto con una strategia ragionata di lunghi orizzonti.

  8. Lorenzo G. dicono:

    Solo una domanda. Se il nucleare è così poco economico, come molti interventi qui sembrano suggerire, coma mai la Francia produce da questa fonte il 70% della sua energia, permettendosi anche il lusso di venderla ai paesi vicini come l’Italia?

  9. Matteo dicono:

    Come già detto il prezzo di vendita dell’energia nucleare non riflette il costo pieno della fonte, che viene scaricato altrove.

  10. Matteo dicono:

    In aggiunta, un punto di vista diverso e stimolante.
    http://aspoitalia.blogspot.com/2008/07/il-bidone-nucleare.html

  11. lucio dicono:

    @ lorenzo g.
    in francia lo stato si accolla il costo per lo smantellamento delle centrali, e smaltimento e stoccaggio delle scorie.

  12. Giancarlo dicono:

    Se vogliamo considerare i costi pieni del nucleare, dobbiamo allora fare i conti fino in fondo, considerando, ad esempio, anche le esternalità positive della sicurezza degli approvvigionamenti energetici (che giustifica la sovvenzione pubblica), oltre allo sviluppo di tecnologie che rendono, in prospettiva, più efficienti e meno rischiose le centrali (bisognerebbe dunque attualizzare i miglioramenti relativi futuri rispetto alle altre fonti). I dati che citi hanno una variabilità notevole nel tempo (i valori del 2003 hanno oggi poco valore) ed esistono stime molto diverse sul costo del nucleare: una ricerca dell’Università di Pisa del 2006 arriva alla conclusione che il costo del nucleare è inferiore ai 3 centesimi di $ per Kwh, anche considerando lo smaltimento delle scorte, contro i 9 centesimi del petrolio. L’uranio non è inesauribile ma si può ricavare anche dall’acqua degli oceani, sia pure a costi maggiori. Tuttavia, se dobbiamo guardare alla sostenibilità delle altre fonti, anche il silicio dei pannelli solari non è inesauribile. L’eolico non può dare continuità di produzione in molte aree, fra cui l’Italia. E sull’idrogeno i costi sono ancora stratosferici. Su gas, petrolio e carbone c’è invece da considerare l’effetto serra: il rispetto del protocollo di Kyoto ci costerà a partire dal prossimo anno 2,5 miliardi di euro all’anno fino al 2012 (dati Dpef 2007). Dobbiamo infatti ricordare che la rinuncia al nucleare non ci ha incentivato a sviluppare alternative energetiche più sostenibili dal punto di vista ambientale: in Italia le emissioni di CO2 sono cresciute dal 1990 più che in ogni altro paese firmatario di Kyoto (quasi tutte potenze nucleari). Se poi siamo preoccupati degli oligopoli tecnologici del nucleare, cosa dire dei cartelli petroliferi e dei regimi autoritari che ci ricattano con le forniture di gas?

  13. Filippo dicono:

    se anche dovessimo cominciare oggi una politica energetica che tenga conto del nucleare, ci vorranno almeno 10 anni perche’ vada a regime.
    Dovendo cominciare da zero, oggi il nucleare non e’ certo l’opzione piu’ appetibile per un rinnovo dell’approvvigionamento energetico del belpaese.

  14. Matteo dicono:

    Guardiamo un po’ di dati (World Nuclear Association). Nel mondo sono istallati 442 impianti nucleari che producono il 16% dell’energia elettrica. In programma vi sono 22 nuovi impianti, per una capacità aggiuntiva del 5%, che porterà la copertura al 16,8%. Di questi nuovi impianti 11 verranno costruiti in India (7) e Cina (4) dove il nucleare copre rispettivamente il 3% e il 2% della produzione. Seguono Russia (3) e Taiwan (2), Finlandia, Iran, Giappone Pakistan e Romania con un impianto ciascuno. L’unico paese che entra per la prima volta nella generazione di energia da nucleare è l’Iran, ma sospettiamo che i fini siano altri.
    Per quanto riguarda il costo del kWh, analizzando i 12 maggiori studi effettuati negli ultimi 7 anni a livello internazionale sui costi del nucleare, si vede come un solo studio stimi il costo del kWh a 2,4 eurocent; uno oscillante tra 1,8 e 4 eurocent; due a 4,1 eurocent; uno tra 4,3 e 5,8 eurocent ; due tra 3,5 e 7,6 eurocent; tre tra i 5 e i 6 eurocent; uno a 5,7 eurocent; uno tra 6,7 e 7,9 eurocent (ed è giudicato tra i più completi). In dollari i costi sarebbero più alti. I costi della sicurezza degli approvvigionamenti andrebbero considerati anche per le rinnovabili. Ricordo ancora che l’uranio è esauribile e non conosciamo quanto costi estrarlo dall’acqua. Il rapporto Stern constata che “il costo di produzione e utilizzo dell’energia di tutte le tecnologie è sistematicamente diminuito grazie ad innovazione ed economie di scala nella costruzione e nell’utilizzo, ad eccezione dell’energia nucleare, fin dagli anni Settanta”. I dati sui tassi di apprendimento tecnologico conferma questa affermazione: è del 34% per i cicli combinati a gas (1984-1994), del 32% per il fotovoltaico (1985-1995), del 17% per l’eolico (1981-1995), del 6% per il nucleare (1975-1993). Eppure in Europa il nucleare ha beneficiato di ingenti finanziamenti per la ricerca: nell’ultimo programma quadro per la ricerca europea, le tecnologie nucleari hanno ricevuto più di 1,2 miliardi di euro, mentre le energie rinnovabili solo 390 milioni di euro. L’industria nucleare ha inoltre beneficiato di prestiti stanziati nel quadro del trattato Euratom per un totale di 3,2 miliardi di euro dal 1977. Negli USA i sussidi diretti all’energia nucleare ammontavano a 115 miliardi di dollari tra il 1947 e il 1999 con ulteriori 145 miliardi di dollari in sussidi indiretti. Al contrario, i sussidi per l’eolico e il solare durante lo stesso periodo erano complessivamente di soli 5.5 miliardi di dollari. Inoltre la Banca Europea degli Investimenti sostiene che “negli ultimi anni sono stati costruiti pochi nuovi impianti e quindi il loro costo non sembra rappresentare un buon parametro per valutare i costi futuri. Inoltre, nessuna nuova costruzione nei prossimi anni sarà basata sulla nuova generazione di reattori e il costo di quest’ultimi è incerta ad oggi.”
    C’è molta più vivacità di innovazioni per il fotovoltaico o il solare a concentrazione che non per il nucleare, e la diminuzione dei costi di produzione di anno in anno lo dimostrano. Le innovazioni tecnologiche per il fotovoltaico stanno già superando l’uso del silicio, guardano a materie plastiche o organiche, e alla concentrazione tramite lenti. Il solare termico a concentrazione promette ancora meglio. L’idrogeno invece non è una fonte ma un vettore energetico, e ha il pregio di poter immagazzinare e trasferire energia, ed è quindi interessante sia per le rinnovabili che per il nucleare, permettendo alle prime di risolvere il problema dell’intermittenza delle produzioni, e al secondo l’intermittenza nella domanda.
    Concordiamo sul fatto che dobbiamo uscire dai cartelli dei combustibili fossili. Al di là delle analisi tecnico-economiche, ribadisco la mia opinione. Dopo aver rifiutato l’opzione nucleare non ci siamo mossi adeguatamente su altre fonti energetiche, in primis efficienza e rinnovabili. E’ finita l’epoca dell’energia a basso costo (con tutte le conseguenze economiche del caso), e per i prossimi 40 anni non sembra esistere alcuna soluzione tecnologica in grado di rimediare da sola a questa situazione (cambiare i paradigmi energetici costa energia e tempo). Per questo il paradigma emergente sarà un mix di tecnologie, dalle rinnovabili al nucleare, che dovranno sostituire progressivamente i sempre più costosi combustibili fossili. Questo non vuol dire che saremo in grado di mantenere gli attuali consumi energetici e i livelli di crescita previsti. Continuiamo a trascurare la più efficace e conveniente fonte di energia, il negawattora, ovvero l’efficienza energetica. La Commissione Europea ha recentemente stimato che con le tecnologie attuali l’efficienza energetica è in grado di assorbire completamente la previsione di crescita dei consumi. La California negli ultimi decenni ha raddoppiato i PIL mantenendo costanti i consumi energetici.
    Se mi venisse chiesto cosa proporrei per l’Italia e la sua struttura industriale, io preferirei investire in efficienza energetica nell’edilizia e nell’industria, e nello sviluppo delle rinnovabili (mantenendo i fondi della ricerca anche per il nucleare pulito, pur non sapendo se davvero è possibile): mini-idroelettrico, solare termico a concentrazione e decentrato, solare fotovoltaico, geotermia, eolico. Vedo uno sciame di innovazioni distribuite, una produzione e una filiera produttiva decentrate con ampie ricadute sul tessuto produttivo di pmi e sui bilanci degli utilizzatori. In Veneto sta emergendo un’interessante e innovativa filiera del fotovoltaico, guardate ad esempio http://www.abbablind.com/, e nel territorio del Nord Est abbiamo già due nascenti cluster dell’edilizia green e delle fonti rinnovabili. Inoltre conle rinnovabili gli utilizzatori (famiglie e imprese) possono produrre energia, oltre che consumarla (con il nucleare no), rendendo più sicura la rete elettrica e gli approvvigionamenti. In Piemonte c’è un’azienda, di cui sentiremo presto parlare, che sulla stessa superficie di una centrale nucleare può realizzare un impianto eolico di nuova generazione e di pari potenza sfruttando le correnti di alta quota (http://www.kitegen.com). Con tutta la buona volontà il nucleare potrà rifornire una quota poco rilevante della produzione elettrica nazionale, mentre solare, eolico ed efficienza possono arrivare a quote molto significative, senza bisogno di grandi innovazioni: entro il 2050 oltre il 50% dell’energia, creando al 2020 più di 4 milioni di posti di lavoro, secondo due rapporti di ricerca presentati da Greenpeace con EPIA e GWEC (Industrie europee del fotovoltaico e dell’eolico). Occupazione, investimenti distribuiti che restano sul territorio, fonti energetiche inesauribili, pulite al 100% e sicure. Non vedo cosa stiamo ancora aspettando. Il problema è che in Italia, checchè se ne pensi, non decidono nè economisti nè ambientalisti, ma il ruolo più importante lo rivestono lobby e commistioni tra politica e concentrazioni di potere.
    Scusate, come sempre, la lunghezza, ma sono temi complessi.

  15. Giancarlo dicono:

    Per lo studio dell’Università di Pisa sui costi comparati del nucleare si veda: www2.ing.unipi.it/~d0728/GCIR/Costi.pdf. Per quanto riguarda le fonti alternative, ricordiamo che quel 20% di energia non prodotta in Italia da combustibili fossili, ben 4/5 (16% del totale) è idroelettrico. Va bene perciò guardare a tutto il resto, ma sapendo che partiamo dal 4% del totale: anche se riusciamo a raddoppiare in 10 anni la produzione di queste energie alternative(ipotesi molto ottimistica), e assumendo che non ci siano aumenti di consumi (anche questo è molto ottimistico: non siamo come la California anche perché consumiamo meno della metà di un californiano!), ebbene rimane sempre più del 90% di energia che da qualche parte dobbiamo produrre. Fino ad oggi ci hanno salvato le importazioni dall’estero (che comprendono una quota di nucleare). Ma quanto può durare?

  16. Matteo dicono:

    Credo che lo studio di 170 pagine del MIT (http://web.mit.edu/nuclearpower), sviluppato da un gruppo multidisciplinare di 9 professori, 3 studenti e un direttore esecutivo, sottoposto a review dalla comunità scientifica, sia più attendibile di un paper di 18 pagine scritto da un professore e due dottorandi in ingegneria, non pubblicato e sottoposto a review. Nel paper, ad esempio, circa la questione centrale dei costi di decommissionamento, si dice “pur essendo tale costo fortemente variabile, e mancando valutazioni precise, si pensa [1] che questo si aggiri fra il 20% ed il 40% del costo attualizzato dell’impianto”. La frase “si pensa” (!!!) rimanda alla nota [1], ovvero ““Appunti di impianti nucleari – parte I: aspetti generali” – Prof. B. Guerrini, Dr. Ing. S. Paci – SEU – 1999”. Senza considerare che negli USA ci sono diversi impianti in funzione da studiare, in Italia no, e i dati di costo di chi usa il nucleare sono più alti di quelli, come noi italiani, che non li abbiamo. E poi da quello che capisco lo studio dell’Università di Pisa usa stime di prestazioni ipotetiche dei reattori di IV generazione, che in realtà non sono ancora mai stati realizzati e che stanno mostrando non pochi problemi.
    Detto questo, Giancarlo ha centrato bene il problema: per quanto tempo potremo ancora fare affidamento sui combustibili fossili? Pochissimi anni ancora, perchè siamo probabilmente al picco di produzione. L’energia continuerà a crescere di prezzo, sempre più velocemente. Vogliamo rimettere in campo l’opzione nucleare? D’accordo, ma sarà un rimedio davvero poco efficace, meno delle rinnovabili. Se l’Italia volesse allinearsi alla produzione elettrica media UE da fonte nucleare (pari al 30%), dovremmo prima localizzare sul territorio italiano e poi costruire 8 reattori come quello in costruzione in Finlandia (è il più grande al mondo), oppure 8 come gli ultimi costruiti in Francia tra il ‘96 e il ‘99, oppure 12 reattori della stessa taglia del più grande in costruzione attualmente in Cina oppure 13 di quelli di tipologia russa.
    Nei 10-15 anni minimi necessari a raggiungere tale obiettivo, con le ipotesi più ottimistiche (decisione politica, accoglimento dei cittadini, mancanza di intoppi, fondi disponibili) potremmo avviare un programma di investimenti energetici ben più ampio e a maggiori ricadute industriali e sui redditi rispetto a quello nucleare (che dirotterebbe i fondi verso poche grandi imprese straniere, un po’ di imprese di costruzione, e qualche dipartimento di ricerca). L’efficienza energetica è così facile da cogliere che temo a qualcuno sembri quasi rozza, non “moderna”. Invece si possono tranquillamente raggiungere riduzioni di consumi a parità di prestazione dell’ordine del 50% entro il 2020 (http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/rapporti/efficienza2020.pdf). Per il progetto del 50% di energia da fonti rinnovabili entro il 2050 si veda http://www.energyblueprint.info (a fondo pagina gli autori dello studio). Per farsi un’idea di quanto l’effienza possa essere rivoluzionaria e promuovere un nuovo tipo di capitalismo, il riferimeno è il Rocky Mountain Istitute (http://www.natcap.org/). Tanto per stare in casa nostra, il comune di Padova, con semplici interventi su illuminazione pubblica, mobilità e riscaldamento, risparmia 1,5 milioni di euro netti all’anno, con il supporto di una Energy Service Company del distretto trentino e la spinta di…. Jacopo Fo!!! (http://www.jacopofo.com/?q=node/366). Moltiplicato per tutti i grandi comuni d’Italia per i 10 anni necessari ad avviare le centrali nucleari, quanto fa? E senza contare i piccoli.

  17. Matteo dicono:

    Nel periodo 2008-12 la produzione addizionale di elettricità solare ed eolica sarà almeno 4 volte superiore rispetto al contributo aggiuntivo netto del nucleare, considerando cioè anche le chiusure di vecchie centrali. Un dato importante per indirizzare le politiche energetiche dei prossimi anni

    «Nel periodo 2008-12 la produzione addizionale di elettricità solare ed eolica mondiale, e quindi il contributo alla riduzione delle emissioni di gas climalteranti di queste tecnologie verdi, dovrebbe essere almeno 4 volte superiore rispetto al contributo aggiuntivo netto del nucleare, considerando anche la chiusure delle vecchie centrali». Il dato lo ha elaborato il direttore scientifico del Kyoto Club, Gianni Silvestrini, e pubblicato nell’editoriale della newsletter mensile dell’associazione «KyotoClubNews», uscita ieri, 9 aprile.

    Secondo Silvestrini questi dati ci dovrebbero spingere ad analizzare in maniera più razionale l’attuale dibattito sull’opportunità dell’opzione nucleare, valutando tutte le implicazioni connesse con il rilancio di questa filiera tecnologica.
    Negli ultimi anni la potenza nucleare si è sostanzialmente stabilizzata, mentre le fonti rinnovabili, solare ed eolico in testa, hanno registrato tassi di crescita elevatissimi. «Considerando le tendenze dei prossimi anni – afferma Silvestrini – si evidenzia come, in valori assoluti, vento e sole supereranno la nuova potenza nucleare installata». Questo calcolo, tra l’altro, non prende in considerazione la potenza nucleare obsoleta progressivamente abbandonata.

    Il Direttore scientifico del Kyoto Club analizza i dati anche dal punto di vista della produzione di elettricità. «Nel periodo 2008-12, il “nuovo eolico” dovrebbe generare una quantità di energia elettrica pari a due volte e mezzo quella del nuovo nucleare, mentre l’elettricità del fotovoltaico dovrebbe raggiungere un quarto di quella prodotta dalle nuove centrali atomiche».

    Ma c’è un altro elemento che viene preso in considerazione e cioè la chiusura di 11 centrali nucleari per una potenza di 7.229 MW nel periodo 2008-2009 (i dati per gli anni successivi non sono ancora disponibili). «Alla luce di questi dati, conclude Silvestrini, il contributo del fotovoltaico potrebbe crescere considerevolmente e sfiorare nel quinquennio di Kyoto (2008-12) una quota pari al 40% del contributo netto nucleare. Conteggiando anche il solare termodinamico il valore della produzione solare risulterà anche maggiore».

    (Fonte Kyoto Club)

    (10 Aprile 2008)

  18. MaxArt dicono:

    Matteo, hai scritto un sacco di dati ma incompleti, e le considerazioni sono del tutto faziose. A volte, invece, sono proprio dati falsi. Come fai a dire che un kWh dall’eolico verrebbe meno dei 6.7 centesimi di dollaro del nucleare? Ma diciamo pure che costa il doppio, e anche di più se è eolico off-shore.
    Fai una serie di considerazioni sul lato economico che possono impressionare ma in realtà sono assai deboli. Per fare un esempio, ti chiedi perché gli USA non costruiscano più centrali nucleari: a parte il fatto che questo non vuol dire affatto che la loro produzione nucleare sia rimasta invariata, ma anzi nel frattempo è aumentata, mi spieghi che investimenti dovrebbe fare chi non ha deficit energetici? Gli investimenti dobbiamo farli noi che importiamo oltre il 13% di elettricità dall’estero!
    Che tu sia decisamente di parte in posizioni antinucleariste lo si può notare da come credi in fole tipo il 50% di energia dalle rinnovabili entro il 2050. Quel sito cita Greenpeace, ho detto tutto…

  19. Matteo dicono:

    Non mi pare che tu stia fornendo dati e ricerche per supportare le tue personalissime tesi. Io le ho citate tutte le mie fonti, MIT compreso. E Greenpeace commissiona (non svolge) spesso ottime ricerche.
    Sulla base di questi dati mi sono fatto un’opinione sul nucleare, e sì, sono contrario.
    E tanto per chiudere, Al Gore ha lanciato un piano politico per arrivare a produrre negli USA il 100% di elettricità da rinnovabili entro 10 anni.

  20. MaxArt dicono:

    I dati li sto scrivendo sul mio sito, dove sto preparando alcuni articoli divulgativi sulle fonti energetiche.
    Comunque, se credi ad Al Gore ed ai suoi ridicoli piani non mi sorprende che tu dia credito a Greenpeace.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *