Vent’anni senza nucleare

L’8 novembre 1987, sull’onda dell’emozione suscitata un anno prima dal grave incidente di Chernobyl, gli italiani andarono in massa a votare contro la legge che autorizzava la localizzazione di centrali nucleari sul territorio nazionale. Cosa succederebbe se lo stesso referendum fosse riproposto oggi?
Il sondaggio effettuato da Demos per il Gazzettino ci dice chiaramente che nel Nord Est l’opinione dei cittadini sul nucleare è cambiata. Al di là delle percentuali di favorevoli e contrari, è evidente che ad essere caduta è l’ipotesi su cui si basava il referendum del 1987, e cioè che l’uscita dal nucleare fosse un processo maturo e inarrestabile, che avrebbe progressivamente coinvolto i paesi a maggiore sviluppo industriale. Così non è stato. E l’Italia si è così trovata a pagare tutti i costi dell’uscita dal nucleare, senza incassare alcun sostanziale beneficio in termini di sicurezza e minore danno ambientale. Se, infatti, abbiamo chiuso le centrali in territorio nazionale, non per questo i cittadini italiani sono al riparo dal rischio nucleare. Anzi, com’è noto, acquistiamo energia nucleare non solo dalla Francia, dalla Germania e dalla Svizzera, ma dalla stessa Slovenia, la cui centrale di Krsko dista da Trieste non più di 100 km, ed è perciò più vicina a Venezia che i siti dismessi di Caorso o Trino Vercellese.
Per quanto lo si voglia leggere in modo benevolo, il bilancio del referendum del 1987 è stato fallimentare. La produzione energetica dell’Italia dipende oggi per l’80% da combustibili fossili (petrolio, gas e, in misura minore, carbone), il valore più alto fra i paesi europei. E il costo dell’energia risulta di gran lunga il più elevato: di circa il 20% per le utenze domestiche, ma addirittura del 60% e più per le grandi utenze industriali. Se negli anni ’80 queste differenze potevano essere in parte assorbite entro i margini di adattamento valutario, oggi con l’euro le imprese si trovano a pagare un pesante deficit competitivo, che devono perciò recuperare comprimendo altre voci di costo, fra cui il lavoro. Inoltre, la dipendenza dal petrolio e dal gas naturale ci espone più di altri paesi a condizionamenti esterni di natura economica e geo-politica, contribuendo così ad accrescere, nei fatti, il potere di mercato dei cartelli petroliferi e le tensioni nelle tradizionali aree di crisi.

Giancarlo

A proposito di corog

Giancarlo Corò è professore associato di Economia Applicata all'Università Ca' Foscari di Venezia, dove insegna Economia e politica dello Sviluppo ed Economia dei distretti. E' responsabile dei progetti di ricerca sull'internazionalizazzione delle Pmi del centro Tedis-VIU.
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