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	<title>Comments on: Dai distretti industriali ai sistemi locali dell&#8217;innovazione</title>
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	<description>Creatività ed Innovazione</description>
	<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 17:22:11 +0000</pubDate>
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		<title>By: Rino</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7741</link>
		<dc:creator>Rino</dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Nov 2007 15:46:48 +0000</pubDate>
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		<description>Ringrazio per l'attenzione dedicata, ma il dubbio è sull'intensità della rivoluzione culturale su cui il nostro paese si è incomminato e se questa possa coinvolgere tutti i distretti. 

Rino</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ringrazio per l&#8217;attenzione dedicata, ma il dubbio è sull&#8217;intensità della rivoluzione culturale su cui il nostro paese si è incomminato e se questa possa coinvolgere tutti i distretti. </p>
<p>Rino</p>
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		<title>By: Stefano</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7730</link>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Nov 2007 21:24:17 +0000</pubDate>
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		<description>@Rino. 
Abbiamo provato a rispondere alle domande che poni spostando l'attenzione dai distretti industriali ai sistemi locali dell'innovazione. 
Le imprese leader sono soggetti capaci di strategie deliberate, hanno internalizzato competenze manageriali che le imprese distrettuali tradizionalmente acquisivano presso i centri servizi sul territorio. Questo non significa che non abbiano bisogno di un territorio vivace in cui radicarsi: è certo, tuttavia, che questo territorio sarà meno industriale e più terziario. 
La politica industriale ha un peso, ma non può essere l'unico motore della trasformazione che ci attende. Il passaggio da una cultura industriale manifatturiera a una cultura dei servizi richiede una vera e propria rivoluzione culturale che il nostro paese ha solo incominciato. 
s.

ps. per un esempio di quanto sia difficile ragionare in termini di economia dei servizi vedi post su Cazzullo su questo blog..</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@Rino.<br />
Abbiamo provato a rispondere alle domande che poni spostando l&#8217;attenzione dai distretti industriali ai sistemi locali dell&#8217;innovazione.<br />
Le imprese leader sono soggetti capaci di strategie deliberate, hanno internalizzato competenze manageriali che le imprese distrettuali tradizionalmente acquisivano presso i centri servizi sul territorio. Questo non significa che non abbiano bisogno di un territorio vivace in cui radicarsi: è certo, tuttavia, che questo territorio sarà meno industriale e più terziario.<br />
La politica industriale ha un peso, ma non può essere l&#8217;unico motore della trasformazione che ci attende. Il passaggio da una cultura industriale manifatturiera a una cultura dei servizi richiede una vera e propria rivoluzione culturale che il nostro paese ha solo incominciato.<br />
s.</p>
<p>ps. per un esempio di quanto sia difficile ragionare in termini di economia dei servizi vedi post su Cazzullo su questo blog..</p>
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		<title>By: Rino</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7719</link>
		<dc:creator>Rino</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Nov 2007 09:37:05 +0000</pubDate>
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		<description>Mi permetto di inserirmi in questo blog di accademici, pur essendo soltanto un lettore di scritti sui distretti industriali.  

Come già evidenziato in questo discussione, credo il futuro dei distretti si giochi proprio sulla capacità del sitema locale di specializzarsi al loro interno nelle attività legate all'innovazione, alla pubblicità e alla finanza, dato che la produzione viene ormai frequentemente delocalizzata. E se questo non accade, in che termini si può parlare ancora di distretti? Le loro imprese leader saranno in grado di tenere il sistema unito e soprattutto troveranno compentenze e convenienza ad approvvigionarsi nel territorio tradizionale di inserimento? Può essere tutto demandato alla politica industriale?
Rino</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Mi permetto di inserirmi in questo blog di accademici, pur essendo soltanto un lettore di scritti sui distretti industriali.  </p>
<p>Come già evidenziato in questo discussione, credo il futuro dei distretti si giochi proprio sulla capacità del sitema locale di specializzarsi al loro interno nelle attività legate all&#8217;innovazione, alla pubblicità e alla finanza, dato che la produzione viene ormai frequentemente delocalizzata. E se questo non accade, in che termini si può parlare ancora di distretti? Le loro imprese leader saranno in grado di tenere il sistema unito e soprattutto troveranno compentenze e convenienza ad approvvigionarsi nel territorio tradizionale di inserimento? Può essere tutto demandato alla politica industriale?<br />
Rino</p>
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	<item>
		<title>By: Stefano</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7718</link>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Nov 2007 08:55:41 +0000</pubDate>
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		<description>Paolo, concordo sul punto. Il vero problema della delocalizzazione (ormai è abbastanza evidente) non riguarda tanto le attività manifatturiere di tipo tradizionale, quanto piuttosto le attività a maggior valore aggiunto. Il rischio, insomma, non è che le aziende da Montebelluna vadano a finire in Romania per seguire la produzione ma che si trasferiscano a Milano per essere vicini alla pubblicità e alla finanza. 
s.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Paolo, concordo sul punto. Il vero problema della delocalizzazione (ormai è abbastanza evidente) non riguarda tanto le attività manifatturiere di tipo tradizionale, quanto piuttosto le attività a maggior valore aggiunto. Il rischio, insomma, non è che le aziende da Montebelluna vadano a finire in Romania per seguire la produzione ma che si trasferiscano a Milano per essere vicini alla pubblicità e alla finanza.<br />
s.</p>
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	<item>
		<title>By: Paolo</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7709</link>
		<dc:creator>Paolo</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 08 Nov 2007 00:48:23 +0000</pubDate>
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		<description>Si è detto come il  processo di trasformazione del modello distrettuale vedo una dipendenza sempre maggiore nei confronti crescita dei servizi e delle funzioni immateriali quali elementi strategici per governare il ciclo industriale. Si tratta del cosiddetto terziario avanzato, comprendente funzioni quali servizi finanziari, servizi operativi di logistica, marketing e facility managment, operatori ICT, servizi di consulenza gestionale, finanziaria e sui mercati, servizi tecnici avanzati, pubbliche relazioni, attività congressuali e logistiche, studi legali, servizi  legati alla conoscenza e al capitale umano, anche internazionale. Questo tipo di attività presentano delle interdipendenze ed  economie di scala che attualmente stanno  portano a una loro polarizzazione nei centri metropolitani di maggiori dimensioni, nel caso italiano Milano in primis. 
Il Veneto, come altre realtà italiane estranee a grandi aree metropolitane, appare attualmente carente di servizi di questo tipo da offrire ai propri distretti. Le imprese sono comunque in grado di reperire i servizi altrove, ma in questo modo il territorio rinuncia a una fetta importante del valore aggiunto globale, e nel lungo termine, il rischio è quello di allentare il legame con il territorio, fino a mettere in discussione la stessa natura distrettuale. In questo modo si rischia di restare ancorati al vecchio concetto di distretto,  senza riuscire a incorporare nel modello la componente immateriale, destinata a ricoprire un ruolo sempre più strategico.
Allo stesso tempo i gruppi internazionali tendono a concentrare i propri investimenti in prossimità dei poli in grado di garantire questi servizi,  e anche da questo punto di vista il rischio è quello di una polarizzazione che penalizza le realtà distrettuali escluse da questi circuiti. 
Tuttavia se in una visione di breve termine il ruolo di polarizzatore svolto dei grandi centri appare inevitabile, in una prospettiva futura elementi legati soprattutto alla qualità della vita e alla congestione delle metropoli potrebbero  favorire realtà minori di dimensione regionale, purchè siano in grado di fornire servizi avanzati e di  attrarre adeguatamente un flusso investimenti e capitale umano internazionale. 
Da questo punto di visto il ruolo delle imprese guida  può essere soprattutto quello di promuovere la creazione di poli urbani capaci di offrire servizi di questo tipo, e supportati da infrastrutture adeguate, cooperando con  altre aziende,  governi locali,  università, ed eventi parchi tecnologici.
Perché dei centri di questo possano essere efficienti, sarebbe probabilmente necessario un bacino di utenza di una certa dimensione, che nel caso del veneto identificherei come regionale. 
Nel caso specifico del Veneto una soluzione interessante potrebbe essere l’area urbana veneziana, che potrebbe inserirsi con maggiore facilità nei circuiti internazionali per la bellezza universalmente riconosciuta del centro storico e per la presenza di un aeroporto internazionale, e che in più presenta una vasta zona industriale in attesa di riconversione che potrebbe essere destinata a servizi.
Di fatto, una prospettiva di questo tipo prevederebbe un passaggio dalla natura distrettuale attuale,  frammentata e dipendente dall’esterno, a una nuova forma di distretto integrato di dimensione regionale.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Si è detto come il  processo di trasformazione del modello distrettuale vedo una dipendenza sempre maggiore nei confronti crescita dei servizi e delle funzioni immateriali quali elementi strategici per governare il ciclo industriale. Si tratta del cosiddetto terziario avanzato, comprendente funzioni quali servizi finanziari, servizi operativi di logistica, marketing e facility managment, operatori ICT, servizi di consulenza gestionale, finanziaria e sui mercati, servizi tecnici avanzati, pubbliche relazioni, attività congressuali e logistiche, studi legali, servizi  legati alla conoscenza e al capitale umano, anche internazionale. Questo tipo di attività presentano delle interdipendenze ed  economie di scala che attualmente stanno  portano a una loro polarizzazione nei centri metropolitani di maggiori dimensioni, nel caso italiano Milano in primis.<br />
Il Veneto, come altre realtà italiane estranee a grandi aree metropolitane, appare attualmente carente di servizi di questo tipo da offrire ai propri distretti. Le imprese sono comunque in grado di reperire i servizi altrove, ma in questo modo il territorio rinuncia a una fetta importante del valore aggiunto globale, e nel lungo termine, il rischio è quello di allentare il legame con il territorio, fino a mettere in discussione la stessa natura distrettuale. In questo modo si rischia di restare ancorati al vecchio concetto di distretto,  senza riuscire a incorporare nel modello la componente immateriale, destinata a ricoprire un ruolo sempre più strategico.<br />
Allo stesso tempo i gruppi internazionali tendono a concentrare i propri investimenti in prossimità dei poli in grado di garantire questi servizi,  e anche da questo punto di vista il rischio è quello di una polarizzazione che penalizza le realtà distrettuali escluse da questi circuiti.<br />
Tuttavia se in una visione di breve termine il ruolo di polarizzatore svolto dei grandi centri appare inevitabile, in una prospettiva futura elementi legati soprattutto alla qualità della vita e alla congestione delle metropoli potrebbero  favorire realtà minori di dimensione regionale, purchè siano in grado di fornire servizi avanzati e di  attrarre adeguatamente un flusso investimenti e capitale umano internazionale.<br />
Da questo punto di visto il ruolo delle imprese guida  può essere soprattutto quello di promuovere la creazione di poli urbani capaci di offrire servizi di questo tipo, e supportati da infrastrutture adeguate, cooperando con  altre aziende,  governi locali,  università, ed eventi parchi tecnologici.<br />
Perché dei centri di questo possano essere efficienti, sarebbe probabilmente necessario un bacino di utenza di una certa dimensione, che nel caso del veneto identificherei come regionale.<br />
Nel caso specifico del Veneto una soluzione interessante potrebbe essere l’area urbana veneziana, che potrebbe inserirsi con maggiore facilità nei circuiti internazionali per la bellezza universalmente riconosciuta del centro storico e per la presenza di un aeroporto internazionale, e che in più presenta una vasta zona industriale in attesa di riconversione che potrebbe essere destinata a servizi.<br />
Di fatto, una prospettiva di questo tipo prevederebbe un passaggio dalla natura distrettuale attuale,  frammentata e dipendente dall’esterno, a una nuova forma di distretto integrato di dimensione regionale.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>By: Marina</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7700</link>
		<dc:creator>Marina</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Nov 2007 11:44:58 +0000</pubDate>
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		<description>In effetti siamo rimasti tutti abbastanza sorpresi dalla convergenza attorno ai temi proposti e sull’interpretazione che abbiamo dato della modernità del concetto di distretto ma anche della sua evoluzione. È stata in realtà riportata anche la posizione di quelle imprese che sostengono che il distretto sia una categoria non solo non utile ma addirittura dannosa  (“protegge i deboli”). In molti distretti troviamo imprese che hanno affrontato con successo i mercati internazionali e non si riconoscono in un’identità territoriale; tuttavia dietro la storia di queste imprese si legge spesso di fatto un legame con il territorio e con le peculiarità del distretto in termini di risorse e modalità di produzione diffusione delle conoscenze (specializzazione, qualificazione delle risorse umane, flessibilità etc.).
Oltre alla solidità della ricerca e al fatto di non aver assunto nessuna posizione ideologica, probabilmente è anche vero che i tempi sono maturi per riconoscere che l’evoluzione in corso da un po’ di anni non è una semplice e congiunturale deviazione rispetto al modello tradizionale di distretto, ma che è necessario ammettere un cambio di pelle di un modello che non è superato, ma che non si può più mantenere ancorato al passato.
Un tema che faceva da sfondo alla ricerca e al convegno (eravamo in casa di una banca) ma che invece sembra ancora molto più aperto è quello del ruolo della finanza e delle banche in particolare. In questi anni, come giustamente ha fatto osservare Modiano, siamo passati da un sistema duale, di piccole imprese e piccole banche vs grandi imprese e grandi banche, ad un sistema sbilanciato, di piccole  e medie imprese con grandi banche che non sono abituate a parlare con il territorio, che spesso operano secondo procedure complesse e standardizzate che mal si adattano alle esigenze di imprese piccole, sotto-patrimonializzate, ma dinamiche e innovative e che necessitano di sostegno per affrontare i cambiamenti in corso. Se il punto di arrivo appare scontato, ovvero un incontro necessario fra queste due realtà, il percorso da seguire sembra meno chiaro.

Al di là di questi temi, ascoltando alcune presentazioni, mi è sembrato che un ulteriore punto di riflessione, certamente più ampio e che va oltre quello dei distretti, sia quello della qualità.
Più volte durante gli interventi si è parlato di qualità del made in Italy, del fatto che deve essere rispettato e garantito il binomio brand-qualità del prodotto, che la delocalizzazione, seppur necessaria, ci vede ancora vincenti nella misura in cui siamo in grado di produrre prodotti di qualità. Ma che cosa si intende per qualità? Soprattutto, che cosa intende per “qualità” il consumatore?  mi pare che spesso si dia per scontato che il concetto di qualità che il consumatore ha in mente sia unico e corrispondente alle caratteristiche tecnico-fisiche del prodotto, dimenticando tutto l’universo, sempre più importante, della qualità simbolica e del fatto che il prodotto fa parte sempre più integrante del mondo della comunicazione.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>In effetti siamo rimasti tutti abbastanza sorpresi dalla convergenza attorno ai temi proposti e sull’interpretazione che abbiamo dato della modernità del concetto di distretto ma anche della sua evoluzione. È stata in realtà riportata anche la posizione di quelle imprese che sostengono che il distretto sia una categoria non solo non utile ma addirittura dannosa  (“protegge i deboli”). In molti distretti troviamo imprese che hanno affrontato con successo i mercati internazionali e non si riconoscono in un’identità territoriale; tuttavia dietro la storia di queste imprese si legge spesso di fatto un legame con il territorio e con le peculiarità del distretto in termini di risorse e modalità di produzione diffusione delle conoscenze (specializzazione, qualificazione delle risorse umane, flessibilità etc.).<br />
Oltre alla solidità della ricerca e al fatto di non aver assunto nessuna posizione ideologica, probabilmente è anche vero che i tempi sono maturi per riconoscere che l’evoluzione in corso da un po’ di anni non è una semplice e congiunturale deviazione rispetto al modello tradizionale di distretto, ma che è necessario ammettere un cambio di pelle di un modello che non è superato, ma che non si può più mantenere ancorato al passato.<br />
Un tema che faceva da sfondo alla ricerca e al convegno (eravamo in casa di una banca) ma che invece sembra ancora molto più aperto è quello del ruolo della finanza e delle banche in particolare. In questi anni, come giustamente ha fatto osservare Modiano, siamo passati da un sistema duale, di piccole imprese e piccole banche vs grandi imprese e grandi banche, ad un sistema sbilanciato, di piccole  e medie imprese con grandi banche che non sono abituate a parlare con il territorio, che spesso operano secondo procedure complesse e standardizzate che mal si adattano alle esigenze di imprese piccole, sotto-patrimonializzate, ma dinamiche e innovative e che necessitano di sostegno per affrontare i cambiamenti in corso. Se il punto di arrivo appare scontato, ovvero un incontro necessario fra queste due realtà, il percorso da seguire sembra meno chiaro.</p>
<p>Al di là di questi temi, ascoltando alcune presentazioni, mi è sembrato che un ulteriore punto di riflessione, certamente più ampio e che va oltre quello dei distretti, sia quello della qualità.<br />
Più volte durante gli interventi si è parlato di qualità del made in Italy, del fatto che deve essere rispettato e garantito il binomio brand-qualità del prodotto, che la delocalizzazione, seppur necessaria, ci vede ancora vincenti nella misura in cui siamo in grado di produrre prodotti di qualità. Ma che cosa si intende per qualità? Soprattutto, che cosa intende per “qualità” il consumatore?  mi pare che spesso si dia per scontato che il concetto di qualità che il consumatore ha in mente sia unico e corrispondente alle caratteristiche tecnico-fisiche del prodotto, dimenticando tutto l’universo, sempre più importante, della qualità simbolica e del fatto che il prodotto fa parte sempre più integrante del mondo della comunicazione.</p>
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	<item>
		<title>By: Eleonora</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7698</link>
		<dc:creator>Eleonora</dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Nov 2007 09:51:08 +0000</pubDate>
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		<description>La convergenza di opinioni e la sostanziale adesione alla tesi proposta nel volume presentato dal gruppo di ricerca congiunto Intesa Sanpaolo - TeDIS mette in luce come ci sia la voglia da parte di tutti di aggiornare e far avanzare il dibattito sui distretti, oltre i modelli consolidati negli anni. Riprendo alcuni ulteriori aspetti emersi, che mi sembrano interessanti.
Il "distretto come fortino"  - immagine molto emblematica evocata da Marazzi nel suo intervento sulla storia di Sassuolo - deve essere necessariamente abbandonata per orientarsi verso un nuovo modo di leggere questo spazio territoriale organizzato di imprese, professionisti, istituzioni e sistema sociale. Un "distretto come palestra" - altra immagine interessante proposta questa volta da Morandini (presidente Piccola Industria) - in cui le imprese si allenano a costruire reti, a relazionarsi con le istituzioni, a confrontarsi con le esigenze di aggiornamento e rinnovamento di un capitale umano non più specializzato solo in ambito manifatturiero, per affrontare in modo più consapevole l'economia globale.
In questo percorso di trasformazione, in cui i distretti e le imprese leader dentro di essi sono nodi di catene lunghe, globali, le banche riconoscono di poter avere un ruolo se capaci di combinare le potenzialità della grande banca (nazionale, internazionale) in chiave di servizi e funzioni di accompagnamento e supporto agli investimenti con la forza della relazione che ha tipicamente contraddistinto le banche locali. Grandi banche per sistemi fatti di piccole imprese, che si devono ripensare nel nuovo scenario competitivo, come molte medie imprese (imprese a rete aperta) hanno dimostrato di saper fare con successo.
E' stato puntualizzato però come si debba fare una distinzione tra il ragionamento sul distretto come categoria concettuale di analisi - che regge ancora, ma che va aggiornata - e invece il destino dei singoli distretti, che non è scontato siano capaci in modo analogo tra loro a sopravvivere alla concorrenza internazionale. In questo il diverso esito tra il successo del mobile brianzolo rispetto alle difficoltà dell'imbottito della Murgia sta anche nell'essere inserito e connesso o meno a spazi metropolitani (Milano e il distretto della moda con le sue potenzialità di capitale creativo), considerati fattori chiave per sostenere la competizione delle imprese e come elemento di policy.
E' stato sollevato anche, inevitabilmente il tema della dimensione d'impresa e su questo le posizioni sono state in parte diverse, riguardo al superamento dei problemi della piccola impresa e alle modalità di crescita: crescere facendo rete tra piccoli? crescere facendosi comprare ed entrando in gruppi anche internazionali? fare massa critica attraverso i consorzi per competere sui mercati esteri? seguire (o subire) la strada dell'integrazione verticale, gerarchizzazione del distretto da parte di un'impresa leader? Alcune risposte a questi quesiti sono presenti anche nella ricerca e sottolineano il valore della specializzazione all'interno di filiere estese e la forza dell'orientamento verso nicchie di mercato che può rendere vincenti piccole imprese.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>La convergenza di opinioni e la sostanziale adesione alla tesi proposta nel volume presentato dal gruppo di ricerca congiunto Intesa Sanpaolo - TeDIS mette in luce come ci sia la voglia da parte di tutti di aggiornare e far avanzare il dibattito sui distretti, oltre i modelli consolidati negli anni. Riprendo alcuni ulteriori aspetti emersi, che mi sembrano interessanti.<br />
Il &#8220;distretto come fortino&#8221;  - immagine molto emblematica evocata da Marazzi nel suo intervento sulla storia di Sassuolo - deve essere necessariamente abbandonata per orientarsi verso un nuovo modo di leggere questo spazio territoriale organizzato di imprese, professionisti, istituzioni e sistema sociale. Un &#8220;distretto come palestra&#8221; - altra immagine interessante proposta questa volta da Morandini (presidente Piccola Industria) - in cui le imprese si allenano a costruire reti, a relazionarsi con le istituzioni, a confrontarsi con le esigenze di aggiornamento e rinnovamento di un capitale umano non più specializzato solo in ambito manifatturiero, per affrontare in modo più consapevole l&#8217;economia globale.<br />
In questo percorso di trasformazione, in cui i distretti e le imprese leader dentro di essi sono nodi di catene lunghe, globali, le banche riconoscono di poter avere un ruolo se capaci di combinare le potenzialità della grande banca (nazionale, internazionale) in chiave di servizi e funzioni di accompagnamento e supporto agli investimenti con la forza della relazione che ha tipicamente contraddistinto le banche locali. Grandi banche per sistemi fatti di piccole imprese, che si devono ripensare nel nuovo scenario competitivo, come molte medie imprese (imprese a rete aperta) hanno dimostrato di saper fare con successo.<br />
E&#8217; stato puntualizzato però come si debba fare una distinzione tra il ragionamento sul distretto come categoria concettuale di analisi - che regge ancora, ma che va aggiornata - e invece il destino dei singoli distretti, che non è scontato siano capaci in modo analogo tra loro a sopravvivere alla concorrenza internazionale. In questo il diverso esito tra il successo del mobile brianzolo rispetto alle difficoltà dell&#8217;imbottito della Murgia sta anche nell&#8217;essere inserito e connesso o meno a spazi metropolitani (Milano e il distretto della moda con le sue potenzialità di capitale creativo), considerati fattori chiave per sostenere la competizione delle imprese e come elemento di policy.<br />
E&#8217; stato sollevato anche, inevitabilmente il tema della dimensione d&#8217;impresa e su questo le posizioni sono state in parte diverse, riguardo al superamento dei problemi della piccola impresa e alle modalità di crescita: crescere facendo rete tra piccoli? crescere facendosi comprare ed entrando in gruppi anche internazionali? fare massa critica attraverso i consorzi per competere sui mercati esteri? seguire (o subire) la strada dell&#8217;integrazione verticale, gerarchizzazione del distretto da parte di un&#8217;impresa leader? Alcune risposte a questi quesiti sono presenti anche nella ricerca e sottolineano il valore della specializzazione all&#8217;interno di filiere estese e la forza dell&#8217;orientamento verso nicchie di mercato che può rendere vincenti piccole imprese.</p>
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		<title>By: Stefano</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7691</link>
		<dc:creator>Stefano</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2007 20:53:54 +0000</pubDate>
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		<description>@marco. 
E' vero: è stato abbastanza sorprendente registrare tanta convergenza durante un evento così affollato. A nostro merito va detto che abbiamo evitato con cura posizioni ideologiche (distretti sì, distretti no) e che la base empirica proposta era particolarmente solida (difficile opporsi alla realtà dei numeri). 
Personalmente sono rimasto impresso anche dall'accettazione (anche questa abbastanza unanime) del contributo dell'economia di impresa al dibattito sui distretti. Chi studia strategie (è il nostro caso) è finalmente titolato a contribuire allo studio dell'economia dei sistemi territoriali. In passato non è stato un fatto scontato.

@Maria e Giorgio
I vostri commenti aprono la via ai ragionamenti su cosa siano effettivamente i sistemi locali dell'innovazione. Non si tratta di un oggetto così chiaramente definito (magari ci torneremo proprio sul blog). Non direi che un sistema locale dell'innovazione coincide con un parco scientifico. Se i distretti sono principalmente il frutto di processi emergenti (bottom up), i parchi sono principalmente il frutto di dinamiche deliberate (top down). Entrambe le  formule, nella loro versione più canonica, appaiono oggi superate. 
La necessità di un aumento della qualificazione scientifica dei saperi, non significa necessariamente che la formula parco sia quella da perseguire. I sistemi locali dell'innovazione sono una combinazione di investimenti in saperi formali (centri di ricerca, università) e partecipazione sociale (passione per il prodotto e le tecnologie). Abbiamo vinto il campionato del mondo di automobilismo (Ferrari) e il MotoGP (Ducati): partirei dal triangolo italiano dei motori per un ragionamento sulle caratteristiche che qualificano un sistema locale dell'innovazione. 

s.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>@marco.<br />
E&#8217; vero: è stato abbastanza sorprendente registrare tanta convergenza durante un evento così affollato. A nostro merito va detto che abbiamo evitato con cura posizioni ideologiche (distretti sì, distretti no) e che la base empirica proposta era particolarmente solida (difficile opporsi alla realtà dei numeri).<br />
Personalmente sono rimasto impresso anche dall&#8217;accettazione (anche questa abbastanza unanime) del contributo dell&#8217;economia di impresa al dibattito sui distretti. Chi studia strategie (è il nostro caso) è finalmente titolato a contribuire allo studio dell&#8217;economia dei sistemi territoriali. In passato non è stato un fatto scontato.</p>
<p>@Maria e Giorgio<br />
I vostri commenti aprono la via ai ragionamenti su cosa siano effettivamente i sistemi locali dell&#8217;innovazione. Non si tratta di un oggetto così chiaramente definito (magari ci torneremo proprio sul blog). Non direi che un sistema locale dell&#8217;innovazione coincide con un parco scientifico. Se i distretti sono principalmente il frutto di processi emergenti (bottom up), i parchi sono principalmente il frutto di dinamiche deliberate (top down). Entrambe le  formule, nella loro versione più canonica, appaiono oggi superate.<br />
La necessità di un aumento della qualificazione scientifica dei saperi, non significa necessariamente che la formula parco sia quella da perseguire. I sistemi locali dell&#8217;innovazione sono una combinazione di investimenti in saperi formali (centri di ricerca, università) e partecipazione sociale (passione per il prodotto e le tecnologie). Abbiamo vinto il campionato del mondo di automobilismo (Ferrari) e il MotoGP (Ducati): partirei dal triangolo italiano dei motori per un ragionamento sulle caratteristiche che qualificano un sistema locale dell&#8217;innovazione. </p>
<p>s.</p>
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		<title>By: Giorgio Soffiato</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7689</link>
		<dc:creator>Giorgio Soffiato</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2007 19:17:03 +0000</pubDate>
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		<description>Il richiamo ai parchi scientifici come ponte per l'accesso alla conoscenza mi porta a pensare ad una criticità dei nostri distretti: il prodotto. E' vero che c'è distretto anche se la produzione avviene altrove o è proprio questa la chiave identificativa del distretto? Può esistere un distretto di dominatori di practice e organizzatori di sistemi e filiere con la produzione spostata altrove? Il saper fare comporta il fare o la competenza può essere aggregata in un modello distrettuale in cui il prodotto conta come le altre variabili?</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Il richiamo ai parchi scientifici come ponte per l&#8217;accesso alla conoscenza mi porta a pensare ad una criticità dei nostri distretti: il prodotto. E&#8217; vero che c&#8217;è distretto anche se la produzione avviene altrove o è proprio questa la chiave identificativa del distretto? Può esistere un distretto di dominatori di practice e organizzatori di sistemi e filiere con la produzione spostata altrove? Il saper fare comporta il fare o la competenza può essere aggregata in un modello distrettuale in cui il prodotto conta come le altre variabili?</p>
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		<title>By: Dai distretti industriali ai sistemi locali dell’innovazione &#171; Economia e gestione della tecnologia</title>
		<link>http://www.firstdraft.it/2007/11/06/dai-distretti-industriali-ai-sistemi-locali-dellinnovazione/#comment-7688</link>
		<dc:creator>Dai distretti industriali ai sistemi locali dell’innovazione &#171; Economia e gestione della tecnologia</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Nov 2007 19:06:03 +0000</pubDate>
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		<description>[...] Lunedì scorso a Milano si è tenuto un bel convegno sul tema dell’evoluzione dei distretti italiani. L’occasione è stata fornita dalla presentazione del volume che ho curato insieme a Fabrizio Guelpa di Banca Intesa - San Paolo sul tema delle medie imprese italiane che operano nei distretti italiani (“I distretti industriali del terzo millennio: dalle economie di agglomerazione alle strategie di impresa”, il Mulino, 2007). Il dibattito ha coinvolto accademici (Quadro Curzio, Ferri, Costa), banchieri (Passera, Modiano), industriali (Marazzi, Boselli, Morandini) e politici (Bersani). Per quanto possa sembrare incredibile, si è discusso sul merito: nessun partito della pratica contro il partito della teoria, nessun apriori ideologico a favore o contro i distretti. Una discussione utile. Se l’argomento vi interessa, vi segnalo il post che ha scritto Giancarlo Corò sull’argomento. [...]</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>[...] Lunedì scorso a Milano si è tenuto un bel convegno sul tema dell’evoluzione dei distretti italiani. L’occasione è stata fornita dalla presentazione del volume che ho curato insieme a Fabrizio Guelpa di Banca Intesa - San Paolo sul tema delle medie imprese italiane che operano nei distretti italiani (“I distretti industriali del terzo millennio: dalle economie di agglomerazione alle strategie di impresa”, il Mulino, 2007). Il dibattito ha coinvolto accademici (Quadro Curzio, Ferri, Costa), banchieri (Passera, Modiano), industriali (Marazzi, Boselli, Morandini) e politici (Bersani). Per quanto possa sembrare incredibile, si è discusso sul merito: nessun partito della pratica contro il partito della teoria, nessun apriori ideologico a favore o contro i distretti. Una discussione utile. Se l’argomento vi interessa, vi segnalo il post che ha scritto Giancarlo Corò sull’argomento. [...]</p>
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