Le verità scomode di Al Gore

Il conferimento del premio Nobel per la Pace ex equo ad Al Gore e all’Intergovernative Panel on Climate Change (IPCC) chiude di fatto un anno che passerà alla storia come quello della definitiva presa di coscienza (più o meno collettiva) dell’esistenza e gravità dei cambiamenti climatici. Un anno iniziato nel 2006 con estati e autunni particolarmente siccitosi e un inverno insolitamente caldo nell’emisfero occidentale, periodo in cui usciva nelle sale il film di Al Gore, An Inconvenient Truth, premiato prima con l’Oscar, e poi il Nobel appunto. Ci si può chiedere perché sia stato proprio Al Gore e non organizzazioni come il WWF o Greenpeace, da decenni impegnate sullo stesso tema, a ricevere un eguale riconoscimento? Certamente conta, nel caso dell’ex futuro presidente degli Stati Uniti, l’influenza che è in grado di esercitare sulla politica e il budget a disposizione per la realizzazione di un documentario di indubbia qualità e spessore scientifico, che ha raggiunto le masse e colpito nel segno. Risorse non certo a disposizione delle pur influenti organizzazioni ambientaliste. Ma credo ci sia di più: il merito di Al Gore è consistito anche e soprattutto nel fatto di abbinare ad un messaggio di profondo allarme per la situazione climatica del pianeta, una proposta neutra di speranza (abbiamo ancora tempo e la tecnologia necessaria per invertire la rotta). Il tutto senza per forza indicare una via d’uscita definita e quali scelte dover compiere per mitigare i cambiamenti climatici in termini di soluzioni tecnologiche, settori da penalizzare, paesi da responsabilizzare maggiormente. In questo modo è difficile per chiunque dissociarsi dalle teorie di Al Gore e nessuno (lobby economiche, istituzioni, governi) si sente chiamato direttamente in causa o indicato come maggiore responsabile rispetto ad altri.
Si tratta di una scelta intelligente: è noto che gli allarmismi e i catastrofismi difficilmente fanno proseliti, a distanza di tempo il messaggio che si lancia viene dimenticato o perde il suo pathos. Questo approccio ha pero anche dei limiti: i problemi che Al Gore ha messo sul tavolo sono ancora tutti lì, e a livello internazionale le istituzioni non hanno messo ancora in campo nessuno dei cambiamenti necessari ad affrontare la situazione. Perfino il Protocollo di Kyoto, ratificato sulla carta e pronto ad entrare in vigore tra poche settimane (2008), è stato completamente disatteso dalla maggior parte dei sottoscrittori che hanno aumentato le emissioni di CO2 invece che diminuirle (l’Italia dovrà diminuirle del 6,5% entro il 2012, finora le ha aumentate del 13%). Per questo sono necessari fin da subito cambiamenti radicali nel modo di concepire la relazione tra sfera economica e sfera ambientale, nei modi di misurazione di ricchezza e benessere, nel fondamentale rapporto che esiste tra produttività, innovazione, lavoro e risorse, nel quale l’innovazione deve essere al servizio della produttività delle risorse e della generazione di nuova occupazione (netta). Sempre più ambientalisti capiscono che se vogliono salvaguardare l’ambiente devono salvaguardare anche l’economia, e sempre più economisti comprendono che se vogliono salvaguardare l’economia devono salvaguardare anche l’ambiente. Nel lavoro di Al Gore si intravede questa convergenza, pur in mancanza di soluzioni concrete. E’ davvero troppo presto per cantare vittoria, è solo stato mosso un primo passo nella giusta direzione. Molto dipenderà dal tempo che impiegheremo a promuovere fattivamente cambiamenti che dovremo imporci prima del raggiungimento di punti di non ritorno.

Matteo Civiero

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