L’Italia vista dalla Cina

Proporre a un’aula di ricercatori e funzionari cinesi il tema delle piccole e medie imprese è un’esperienza istruttiva. Non tanto per quello che è possibile imparare sulla Cina (per questo serve molto più della settimana che ho appena dedicato allo scopo), ma perché si rischia di imparare qualcosa del proprio paese. Parto dalle dimensioni. In Cina la scala conta sia a livello di singole imprese (cosa nota), sia a livello di gestione del territorio. I politici e gli amministratori con cui ci si imbatte sono figuri che pianificano, secondo un modo di dire in voga dalle nostre parti, per aree vaste. Comunicare le nostre unità di misura ha un che di vagamente imbarazzante. Faccio un esempio: Tian Jin (14mln ab) è il nuovo sistema portuale cui fa riferimento la città di Pechino. La pianificazione dell’area portuale riguarda un perimetro di costa di circa 160 km, praticamente un’area industriale da Venezia a Trieste. Il responsabile della municipalità cui ho esposto le mie considerazioni a tavola (ci teneva a incontrarci perché nel suo “quartiere” si trova la vecchia concessione italiana) governa su 800.000 persone (l’equivalente delle tre città Padova, Venezia e Treviso insieme). Difficile spiegare a costoro come funziona la governance del nostro territorio proponendo numeri che risultano immediatamente piccolissimi.
Fin qui, cose che si sanno. Più sorprendente il confronto sui temi di maggiore attualità. Parlare di manifattura a un amministratore cinese di Pechino è davvero fuori moda. Il problema non è in agenda. Che cosa vogliono gli amministratori cinesi? Vogliono servizi integrati. Vogliono servizi ambientali tecnologicamente all’avanguardia, progettazione di sistemi turistici evoluti, gestione dei flussi logistici e di persone, progetti culturali di avanguardia. Insomma vogliono capire come funziona il terziario di cui anche noi parliamo spesso nel nostro paese. Anche nei campi in cui gli italiani si sentono al sicuro. A Xian, una delle poche città turistiche cinesi, è in corso di realizzazione un enorme “distretto culturale” battezzato “international and cultural emporium” dove saranno ospitati eventi artistici, teatro, danza, ristoranti e animazione. Per quanto ci riguarda, urge darci una mossa al più presto.
C’è una terza ragione che però spiazza l’interlocutore italiano nel confronto con gli omologhi cinesi. Ed è la grandissima fiducia che l’amministratore cinese ha nei confronti della tecnica. Gran parte del modo di ragionare che portano con sé gli studiosi di scienze sociali che hanno studiato i temi dello sviluppo locale in Italia è legato a una riflessione sull’identità dei luoghi e al legame fra processi sociali e innovazione. Buona parte di queste riflessioni suonano abbastanza irrilevanti alla controparte. La complessità sociale su cui si è costruito il modello di sviluppo italiano, nel bene e nel male, non appassiona molto la platea. Si chiedono soluzioni, meccanismi, tecnologie. Il resto si aggiusterà. Non è solo l’assenza di una democrazia compiuta. E’ piuttosto l’idea che la tecnologia sia al servizio di un progetto di emancipazione senza precedenti (almeno su questa scala) e che il potere politico sia garante della sua messa in pratica. E’ una fiducia a noi letteralmente aliena. E’ un modo di affrontare i problemi che forse l’Italia ha avuto negli anni ’50 ma che oggi ci appare lontanissimo.

Stefano

Questa voce è stata pubblicata in Nuove identità, Spazi e metropoli. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

16 Responses to L’Italia vista dalla Cina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *