L’Italia vista dalla Cina

Proporre a un’aula di ricercatori e funzionari cinesi il tema delle piccole e medie imprese è un’esperienza istruttiva. Non tanto per quello che è possibile imparare sulla Cina (per questo serve molto più della settimana che ho appena dedicato allo scopo), ma perché si rischia di imparare qualcosa del proprio paese. Parto dalle dimensioni. In Cina la scala conta sia a livello di singole imprese (cosa nota), sia a livello di gestione del territorio. I politici e gli amministratori con cui ci si imbatte sono figuri che pianificano, secondo un modo di dire in voga dalle nostre parti, per aree vaste. Comunicare le nostre unità di misura ha un che di vagamente imbarazzante. Faccio un esempio: Tian Jin (14mln ab) è il nuovo sistema portuale cui fa riferimento la città di Pechino. La pianificazione dell’area portuale riguarda un perimetro di costa di circa 160 km, praticamente un’area industriale da Venezia a Trieste. Il responsabile della municipalità cui ho esposto le mie considerazioni a tavola (ci teneva a incontrarci perché nel suo “quartiere” si trova la vecchia concessione italiana) governa su 800.000 persone (l’equivalente delle tre città Padova, Venezia e Treviso insieme). Difficile spiegare a costoro come funziona la governance del nostro territorio proponendo numeri che risultano immediatamente piccolissimi.
Fin qui, cose che si sanno. Più sorprendente il confronto sui temi di maggiore attualità. Parlare di manifattura a un amministratore cinese di Pechino è davvero fuori moda. Il problema non è in agenda. Che cosa vogliono gli amministratori cinesi? Vogliono servizi integrati. Vogliono servizi ambientali tecnologicamente all’avanguardia, progettazione di sistemi turistici evoluti, gestione dei flussi logistici e di persone, progetti culturali di avanguardia. Insomma vogliono capire come funziona il terziario di cui anche noi parliamo spesso nel nostro paese. Anche nei campi in cui gli italiani si sentono al sicuro. A Xian, una delle poche città turistiche cinesi, è in corso di realizzazione un enorme “distretto culturale” battezzato “international and cultural emporium” dove saranno ospitati eventi artistici, teatro, danza, ristoranti e animazione. Per quanto ci riguarda, urge darci una mossa al più presto.
C’è una terza ragione che però spiazza l’interlocutore italiano nel confronto con gli omologhi cinesi. Ed è la grandissima fiducia che l’amministratore cinese ha nei confronti della tecnica. Gran parte del modo di ragionare che portano con sé gli studiosi di scienze sociali che hanno studiato i temi dello sviluppo locale in Italia è legato a una riflessione sull’identità dei luoghi e al legame fra processi sociali e innovazione. Buona parte di queste riflessioni suonano abbastanza irrilevanti alla controparte. La complessità sociale su cui si è costruito il modello di sviluppo italiano, nel bene e nel male, non appassiona molto la platea. Si chiedono soluzioni, meccanismi, tecnologie. Il resto si aggiusterà. Non è solo l’assenza di una democrazia compiuta. E’ piuttosto l’idea che la tecnologia sia al servizio di un progetto di emancipazione senza precedenti (almeno su questa scala) e che il potere politico sia garante della sua messa in pratica. E’ una fiducia a noi letteralmente aliena. E’ un modo di affrontare i problemi che forse l’Italia ha avuto negli anni ’50 ma che oggi ci appare lontanissimo.

Stefano

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16 Responses to L’Italia vista dalla Cina

  1. ilaria dicono:

    Interessante capire come si muove lo sviluppo di paesi così febbrili e distanti da noi, assolutamente degna di nota la loro fiducia nella cultura e nella tecnica, elementi che, abbiamo visto spesso, possono portare a tangibili sviluppi economici e sociali.
    Mi chiedo tuttavia se una tale spinta all’innovazione e alla crescita sia in linea con lo spirito del (loro) tempo, se gli 800.000 cinesi sono culturalmente ed economicamente pronti per rispondere ad offerte così ambiziose. Semplicemente: il loro potere d’acquisto, le condizioni sociali, permettono lo spazio a momenti culturali o il target non è quello dei cinesi ma, per esempio, quello di turisti stranieri? In questo caso sarebbero sostenibili investimenti su così larga scala?
    Probabilmente questo punto di vista per chi ha avuto modo di entrare in relazione con loro è fuori discussione ma penso che la maggior parte delle persone che non hanno “toccato con mano” si chieda effettivamente qual’è la situazione generale di quella gente; magari sono soltanto pregiudizi (e si spera sia così) ma l’immagine che spesso ci giunge dalla Cina è torbida, in un mix di tensione allo sviluppo e problemi sociali, che forse è bene chiarire.

  2. Valentina dicono:

    Interessante davvero conoscere il punto di vista della Cina sull’Italia visto che ormai ci sitamo assuefando alla versione contraria.
    In tutti e tre i punti esposti da Stefano leggo un filo rosso che mi interroga, come Ilaria, sulla sostenibilità di questo sviluppo. I grandi numeri su cui ragionano per la pianificazione economica e sociale, l’attenzione alla produzione di servizi all’avanguardia e la visione tecnicistica del processo presuppongono una direzione unica, forte e accentrata. Che al momento c’è, nessun dubbio su questo.
    Ma in un paese con un così alto tasso di crescita economica e di urbanizzazione, che sta cambiano precipitevolissimevolmente, passando in un decennio da un arretrato stato contadino ad una potenza mondiale, la domanda sulla sostenibilità diventa centrale. La politica sarà un garante sufficiente nel medio, se no lungo, termine? Penso che gli investitori stranieri si stiano poneno questa mia stessa domanda.
    Non c’è proprio nessuno che, tra le domande su soluzioni, meccanismi e tecnologie, si è interrogato su cosa l’Italia o chi meglio di essa, abbia da insegnare sulla governance dello sviluppo?

  3. Giancarlo dicono:

    Ciò che colpisce nel diario cinese di Stefano è la prospettiva con cui la classe dirigente cinese, anche a livello locale, guarda i problemi che ha davanti. Le immagini che solitamente riceviamo della Cina ci raccontano di uno sviluppo industriale tumultuoso, ingovernabile e, dunque, insostenibile. Attenzione, ci dice Stefano, non è più così. L’orizzonte a cui la Cina guarda è oramai quello di un’economia dei servizi, componente fondamentale per lo sviluppo di un industria di qualità e per fare crescere l’offerta di attività su cui il consumo locale, oltre a quello mondiale, è destinato ad aumentare in misura consistente: cultura, turismo, mobilità, ambiente (e salute). La distanza con il dibattito politico in Italia non può essere maggiore: mentre noi ci laceriamo in conflitti distribuitivi sulla legge Finanziaria del mese prossimo, o sui possibili equilibri politici che una nuova legge elettorale potrebbe disegnare a primavera, in Cina la classe dirigente sembra invece guardare, con fiducia, al modello di sviluppo dei prossimi decenni. Se c’è da preoccuparsi per il confronto con la Cina, credo dovremmo partire da qui.

  4. marco dicono:

    Il post di Stefano è sconcertante e allo stesso tempo sconfortante. Sconcertante perchè evidenzia con chiarezza che la Cina ha imboccato un processo di sviluppo su più livelli in parallelo più che su un percorso lineare. Alla leadership nella manifattura i cinesi vogliono contemporaneamente aggiungere quella nell’economia della conoscenza. Sconfortante perché pensavamo, come italiani di stare al sicuro ancora per un po’ convinti che l’intenzione della Cina fosse quella di crescere solo in termini quantitativi. Invece scopriamo che il fuoco di interesse per lo sviluppo dei prossimi anni si è spostato su quello che dovrebbe essere il nostro terreno: i servizi e la produzione di valore immateriale. Terreno sul quale l’Italia sta stentando in confronto ad altri paesi europei, per non parlare degli Stati Uniti. Ci troviamo un po’ a metà del guado con un’economia ancora a base manifatturiera che sta cercando di intraprendere un percorso di riqualificazione verso una dimensione terziaria più forte e sviluppata. Ho la sensazione che se non acceleriamo rischiamo che i Cinesi compiano la transizione prima e, soprattutto, senza di noi. Non credo che le opportunità per il nostro paese resteranno aperte in eterno. Già oggi esistono delle soglie critiche di investimento, sotto le quali, non si riesce nemmeno a strappare l’interesse delle controparti cinesi, come ci ha spiegato Stefano. Non credo sia un caso se Fendi (marchio made in Italy ma di proprietà francese LVMH) abbia dovuto investire 10 milioni di euro per effettuare una sfilata sulla grande muraglia cinese invitando 300 tra le più influenti donne del paese. Evento che è stato possibile solo perché Fendi ha accettato di restaurare una porzione della grande muraglia (da qui il costo elevato dell’investimento). Mi pare si tratti di un esempio del salto di qualità che la patria della manifattura (cina) chiede al nostro paese e alle nostre aziende.

    Marco

  5. Stefano dicono:

    Gian, concordo con lo sconforto sulle politiche distributive su cui dibatte accanitamente la nostra politica nazionale. L’eco di contanta discussione la ritrovo nei commenti degli italiani che osservano argutamente che in Cina ci sono ancora centinaia di milioni di poveri (ricordo sempre a costoro che anche in Romania e in Ucraina ce ne sono un sacco e che la loro speranza di diventare ricchi è verosimilmente inferiore a quella dei loro colleghi cinesi).
    Penso sempre al raccontino di mio fratello che sbarca a Montevideo qualche anno fa per incontrare un professore locale che, a bordo di una macchina da rottamare, si prodiga in ragionamenti sulla qualità della redistribuzione del reddito in Uruguay. Ahimé, i bei tempi della Svizzera del Sud America sono finiti da mò e c’è sempre meno da redistribuire (la macchina scassata del prof è lì a testimoniarlo). Eppure, lui continua infervorato a discettare sulla giustizia sociale uruguagia sotto gli occhi sconsolati di mio fratello.
    Una volta, mentre sentivo il raccontino me la ridevo. Adesso la stessa storiella mi mette agitazione.
    Stefano

  6. paolo di bella dicono:

    caro stef,
    spero tu non voglia prendermi per il solito metafisico. ma il problema che ci presenti (la incontrastata fiducia nelle potenzialità della tecnica) non può collocarsi come meta da raggiungere, per quanto il mondo occidentale ne sia lo storico rappresentante, e, a questo punto, nemmeno come ipotesi da respingere a priori come qualcuno vorrebbe. la tecnologia ci ha certamente affrancato da molti mali che sono la cifra dell’esistenza dell’uomo sulla terra ma è anche l’origine del nostro vivere inautentico. Concordo con te quando dici che il problema dell’inautenticità è un falso problema che riguarda un limitato numero di persone sul pianeta. Rimane da vedere se l’apertura verso un modo di pensare che si avvicini o che stia nei pressi di un modo più autentico di intendere l’esistenza non sia in realtà la vera salvezza del pianeta.
    se la cina si fa occidente forse proprio a noi occidentali che siamo i depositari dello spirito del mondo nella sua età tecnologica dovremmo prenderci cura dei destini di quel paese: Roma conquistò la grecia e ne fu conquistata. Diamo per assodata l’impossibilità di resistere commercialmente al gigante cinese ma esportiamo la nostra capacità di comprensione dei fenomeni. Per quanto riguarda quelli urbani la megalopoli che agita i sonni cinesi alla lunga dovrà riprodurre tutti i problemi di quella che potremmo chiamare la microscala relativa ovvero la nostra italia. i luoghi vanno riempiti di senso e, in più, un senso condiviso. Per questo motivo non credo che esistano i cosidetti non luoghi. La periferia di roma ha per un romano un rimando al vissuto interiore individuale e collettivo per lui molto più profondo che le stanze vaticane. Se la periferia può essere fonte di disagio si tratterebbe di modulare la presenza umana in quei luoghi forse ragionando sul senso di periferia(si è sempre alla periferia di qualcuno o di qualcosa) e inventandosi, che so, una forma di policentrismo. Ai cinesi bisognerebbe andare anche a raccontare che un popolo non si può trasformare impunemente in un corollario forse inutile del paesaggio tecnologico. Mi pare che ci abbiano già provato in altri termini e che non sia finita così bene.
    Spero che il dibattito continui. ciao

  7. Leggo il post e gli interessanti commenti e mi viene in mente una frase di una persona con cui ho recentemente parlato, responsabile di produzione per una ditta di gioielli di media gamma “I cinesi non potranno mai competere con gli italiani. Non hanno fantasia ma dobbiamo riconoscere loro la capacità di saper copiare. Di conseguenza, arrivano sempre un attimo dopo, quando noi già abbiamo creato altro e voltato pagina”. La cosa che mi demoralizza è che questa convinzione non è falsa, ma è sempre meno vera. Sta finendo l’aria nel serbatoio ma noi non lo capiamo perchè non percepiamo il ritmo cinese, il martellante formicaio che presto potrebbe sommergerci, ce l’ha ricordato Marco qualche tempo fa quando ci ha fatto notare che due delle migliori 10 scuole di design mondiali sono cinesi, e parliamo di scuole (= nuove generazioni) di design (=fantasia e creatività). Ora, volendo provare a riflettere su soluzioni non lobbystiche e non protezionistiche, quali plus possiamo mettere in campo? E quali potremo mettere in campo in futuro? Il prossimo passo sarà mostrare la carta d’identità con la convinzione che italiano = creativo? Io dico “speriamo che duri”, e chiedo: su cosa punteremo in futuro? Dobbiamo ripensare le nostre scuole e cominciare a inseguire o abbiamo ancora qualche asso nella manica da tirare fuori al più presto?

  8. Ludovico dicono:

    I cinesi fanno uso negli ultimi decenni di concetti e strumenti, come la pianificazione strategica, che sono stati “importati” dalla tradizione occidentale, e sono stati declinati in modo originale per renderli efficaci in quel contesto. Questo ha portato alla riduzione della complessità e all’adattamento al sistema politico cinese di queste pratiche, fondamentali per permettere il controllo e la radicale trasformazione di enormi aree e processi di produzione in un periodo relativamente breve. Quindi facciamo attenzione, non è scontato che la stessa definizione (es. pianificazione strategica) descriva pratiche e processi uguali in ambito europeo e cinese. Inoltre il fatto che il sistema politico cinese sia fortemente gerarchizzato e centralizzato non li rende immuni da feroci lotte politiche (gli amministratori e i politici vengono nominati dal partito e solo a quello rispondono del loro operato) e serrate competizioni fra le città cinesi per accaparrarsi investimenti ed infrastrutture. Queste dinamiche (non molto dissimili da quello che spesso succede in Italia) portano spesso a rendere meno tangibili ed efficaci gli sforzi del governo per ragionare ed agire ad ampia scala, oltre a creare immense disparità sociali ed economiche nelle diverse regioni della Cina.
    Ho avuto l’occasione di stare a contatto quotidianamente con “l’elite creativa” cinese per alcuni mesi: determinazione e costanza ammirevoli ed impressionanti, e capacità creativa (non il semplice copiare) che si evolve ad una rapidità notevole. Se queste qualità fanno parte del bagaglio di quasi tutti i giovani studenti cinesi, ciò che un’occidentale nota subito è la differenza fra chi ha vissuto e studiato solo in Cina e quegli studenti che invece hanno avuto la possibilità di studiare e vivere all’estero: questi ultimi sono più spigliati, sanno prendere decisioni in modo autonomo e in breve tempo, sanno gestire un lavoro da soli senza costanti indicazioni dai superiori. Questo è dovuto al modello educativo cinese, fortemente gerarchico, dove le domande e le critiche ad un professore sono spesso ritenuti comportamenti “disdicevoli”, dove il senso critico non è ritenuto una risorsa, ma un problema, o un inutile orpello.
    In questo contesto, per lasciare immutata la situazione politica, non gettare il paese nella catastrofe ecologica e allo stesso tempo garantire quello sviluppo economico che può mantenere stabile o ridurre la richiesta di maggiore equità sociale, il governo (vedi i recenti slogan del presidente Hu) ha una sola via: la tecnica, la tecnologia. E ancor di più due concetti chiave: la sostenibilità e l’armonia. Come questi vadano poi intesi (inutile dire che hanno poco a che vedere con l’idea di armonia e sostenibilità che abbiamo qui) è bello scoprirlo discutendone con i cinesi stessi…

    Consiglio vivamente a chi sia interessato a questo Paese la lettura di “China Candid” di Sang Ye, pubblicato da Einaudi.

  9. Ragazzi, ma se la Cina, dopo aver sbaragliato la concorrenza nella produzione, si mette anche a fare ‘terziario’, a noi (nordestini/italiani/europei) che ci resta da fare?

  10. Fabrizio dicono:

    Chissà in quale galera sta marcendo l’Oliviero Toscani cinese. O il Michael Moore. O chiunque altro abbia provato a proporre idee, immagini o racconti alternativi della società e dell’economia nella quale gli è capitato di vivere. Me lo chiedo per una ragione molto pratica (ho capito che quando si parla di Cina bisogna dichiararsi pragmatici) che ha a che fare con i paralleli che continuamente stabiliamo tra noi e loro, tra la nostra economia stagnante ed il loro sviluppo fiorente, tra il nostro crepuscolo ed il loro sguardo fisso sul sol dell’avvenir. Mi sembra di capire che degna di ammirazione è soprattutto la loro capacità di identificare natura, scala e funzione delle cose da fare. E di farle. In fretta. Sempre più in fretta. Al punto tale che quello che immaginavamo come nostro vantaggio competitivo è già la loro realtà (e a noi che ci resta da fare?). Perché loro decidono. Noi discutiamo. Loro si accellerano, noi ci freniamo. Sappiamo cosa fare ma ci impantaniamo nel dibattitto senza fine, nei forum multistakeholder, nella governanza. Sopportiamo la varietà con l’indecisione che essa produce. Siamo tolleranti. Pratichiamo la tolleranza in parte perché ci conviene ed in parte perché ci hanno detto che le idee si nutrono così. Che l’innovazione (la nostra innovazione) ha bisogno di nervi, più che di muscoli. Che il talento cresce florido (!) se lo piantiamo nella tolleranza. Che la nuova classe creativa (quella che, ci hanno detto, serve alla nostra economia) nasce in un società fluida, competitiva perché resistente ad ogni forma di pensiero unico, ad ogni direzione di marcia unitaria, ad ogni grande salto in avanti. Ma poi arriva la Cina, che la tolleranza non se la può permettere. Perché deve fare in fretta. Il talento è un problema perché non sempre sai che direzione prende. La creatività non la puoi governare. E soprattutto talento e creatività finiscono quasi sempre con fare politica, si nutrono di politica. Meglio, molto meglio, fare le cose. In fretta.
    Oppure no?

  11. Stefano dicono:

    @Fabrizio.
    Tolleranza e talento vivono in una società aperta. Una società aperta accetta il confronto anche quando è scomodo. A termine lo dovranno capire anche i cinesi. Il problema italiano è un altro. Si tratta di capire perché nel nostro paese la fiducia nelle potenzialità delle tecniche è oggi al minimo. I nostri studenti non frequentano la aule di ingegneria e di fisica, i nostri politici studiano pochissimo i dossier sulle infrastrutture, i nostri processi di pianificazione concertata sono minuetti strazianti. Tutto ciò ha poco a che fare con la qualità della democrazia: in California la fiducia nella tecnologia è alta e il livello di democrazia è probabilmente superiore a quello che vivo nel mio paese.
    Provo a fare una proposta concreta (anch’io provo a fare il pragmatico): a Shanghai 2010 l’Italia dovrà portare buone pratiche delle proprie città. Anche Venezia è nella lista delle candidature che verranno esaminate nel prossimo marzo. Abbiamo discusso 40 anni per decidere di fare il MOSE. Perché non lo portiamo come bandiera della tecnologia italiana? Portare il restauro dell’Arsenale (oggi promosso dall’amministrazione comunale) non scalderà il cuore degli cinesi e confermerà agli italiani che il loro futuro è passato da tempo.
    Stefano

  12. Manuela Matzeu dicono:

    “l’idea che la tecnologia sia al servizio di un progetto di emancipazione senza precedenti e che il potere politico sia garante della sua messa in pratica”… queste ultime parole credo che siano fondamentalmente la chiave dell’incontro-esperimento o se vogliamo chiamarlo brain-storming, all’interno del quale vi ha partecipato Stefano, avvenuto con i ricercatori e gli imprenditori cinesi; proiettando questa frase in quelle che sono le aree della Cina piú sviluppate, per poi cercare di immaginare lo sviluppo sostenibile futuro che vuole portare avanti questo paese, inizio a pormi molte domande: Qual’é il prezzo di tutto ció? Qual’é il prezzo della crescita cinese? E sopratutto, Chi sta pagando questo prezzo? Chi sta partecipando a questo sviluppo e chi ne rimane escluso? Quali sono i timori di tutto ció e come l’italia puó riservarsi un suo spazio?
    Il nuovo soggetto economico Cina, sinceramente mi spaventa, ma non perché non ne conosco abbastanza o perché lo ignoro, semplicemente perché il suo potere é tanto da non farsi conoscere per quello che veramente é e per quello che vorrá essere nel futuro, i dati economici sono “certi” e ufficiali per il Governo cinese, ma nessun altro paese puó verificarne e sindacarne l’esattezza, non si possono fare a tal proposito piani commerciali di breve lungo periodo in quanto la rapiditá dei cambiamenti non permette quasi di poter pianificare, e per poter competere all’interno della Cina non ci si puó permettere di perdere o rallentare il ritmo. Sono molto maggiori i “fattori del territorio” che ci differenziano (parlo dell’Italia) rispetto a quelli che ci accomunano, partendo dalle dimensioni del territorio, dall’ambiente, dalla stabilitá politica, dalla forza del potere decisionale e dalla corrispondenza della forte verticalizzazione con l’attuazione decisionale. Altro fattore é quello delle risorse umane, si é vero sono tante, ma la differenza non é il numero, quanto le motivazioni che portano a ogni cinese di voler far parte di questo processo di sviluppo, di esser disposto a rinunciare alla propria individualitá per dare il suo massimo nel gruppo (in questo caso mi riferisco concretamente alle imprese e al mondo universitario). Altro elemento che ci distingue nettamente, la fortissima operativitá politica, la sicurezza e la fiducia nei confronti dell’operativitá politica da parte del popolo cinese, e l’ottimismo nei confronti del futuro e dello sviluppo futuro.
    Prima di rispondere alle domande iniziali vorrei semplicemente concentrarmi sul ruolo dell’Italia e sul perché puó essere un modello da osservare. Purtroppo noi italiani siamo sempre troppo critici nei confronti del nostro paese e spesso si parla di quella critica qualunquista che non esprime alternative. Ci hanno sempre osservato tutti, sia per trarre dei vantaggi rispetto ai modelli che proponevamo,sia per evitare di commettere i nostri stessi errori sopratutto riguardo le dinamiche politiche, la nostra economia ci permette di stare tra le otto grandi potenze mondiali, abbiamo ovunque un peso politico e economico, ma a volte siamo troppo impegnati a vantarci di certi risultati raggiunti che non ci accorgiamo che gli altri sono giá nella corsia di sorpasso. Purtroppo stiamo ancora vivendo delle lusinghe dei nostri tempi d’oro e probabilmente se continuiamo a perder tempo nel “solo osservare” gli altri paesi e non proporre delle alternative di integrazione e di inserimento per migliorare i nostri processi produttivi, ottimizzarli, per permettere di uscire da questa depressione economica che stiamo vivendo in ben poco tempo ne verremmo assorbiti senza poi poterne piú uscire.
    Di fronte a tutto ció sono altre le domande che mi pongo, chi sta pagando il prezzo dello sviluppo della Cina e in che misure? Il prezzo lo stiamo pagando tutti e lo si concretizza in un unica parola o meglio dire in un unico fattore territoriale: fattore dipendenza, ossia quello che mette in evidenza quanto un territorio é capace di riprodurre le risorse di cui ha bisogno e quando non essendone capace é dipendente da altri territori. Considerando che ora la maggior parte delle produzioni sono state spostate in Cina, é molto facile rispondere alla nostra domanda; ma quello che mi chiedo é se sia possibile non rendersi conto che si sta tessendo una rete invisibile di dipendenza il quale “ragno” in questo caso é la Cina, che dopo questa prima fase, avrá successivamente il potere di dettar legge,e dettare i ritmi; continuando a non rispettare le norme ambientali sino a quando non raggiunge certi livelli di crescita e di produttivitá. Che possiamo fare? Uscire dalla nostra depressione economica e puntare sull’export e sull’internazionalizzazione delle imprese, ottimizzare i nostri servizi nel contesto nazionale e cercare di raggiungere maggiori livelli di competitivitá, fare delle nostre universitá e dei nostri centri di ricerca dei veri punti di forza e di traino del paese stesso. Non possiamo scegliere se far parte o meno di questo processo che chiamerei piú correttamente globalizzazione, ma essendone ormai dentro dobbiamo trovare un buon modo per esserne parte attiva.

  13. fabrizio dicono:

    già, la tecnica. credo che Stefano abbia visto giusto. Lo snodo fondamentale sta in questo rapporto tra tecnica e governo. è più in profondità tra civiltà e tecnica. Non è un caso che la stessa critica filosofica della tecnica (e della società tecnologica) nasca in Germania a metà del ‘900 durante e dopo la tragica constatazione della tecnicizzazione dello sterminio di massa. La banalità del male di cui parla Hannah Arendt è anche, forse soprattutto, il risultato del dominio della tecnica sulla morale e sulla cultura. Ed è ancora meno casuale che proprio a Venezia si sia radicata la scuola filosofica che ha importato nel dibattito italiano la critica della tecnica. E’ nei libri di Severino e Galimberti, ancor più che nei minuetti della governanza, che va ricercata la quasi totale sfiducia che dai noi si dimostra nei confronti delle tecniche. Lo metto al plurale perché credo che il primo passo sia proprio quello di rendere le tecniche più vicine alla prassi ed alla vita civile. Chiamarle per nome e coglierle nella loro pluralità. Renderle palpabili e politicamete discutibili. Farle uscire dalla prigione dorata del Conorzio Venezia Nuova e delle sue pubblicazioni patinate, per intenderci. Decomporle per democratizzarle, in qualche modo. Io leggo in questo modo la proposta di Stefano del “politecnico”. Che per me, prima di cristallizarsi nell’istituzione, dovrebbe farsi dibattito dibattito sociale e culturale ed entrare così, bottom up, nella politica. Prima del politecnico (affermazione maschile di soggettività istituzionale) credo ci dovrebbe essere la politecnica (accoglienza femminile della pluralità dei discorsi tecnici). In questo senso l’Arsenale mi sembra ancora un progetto più denso di senso del Mose. Certo, si presta di più ad una lettura passatista (che mi sembra sia quella paventata da Stefano) ma un non minore rischio del patetico si corre adottando come icona un progetto che nasce come replica in scala di interventi di ingegneria idraulica ma in china, russia, holland, uk…. L’Arsenale continua a sembrarmi una sfida più difficile e quindi potenzialmente più distintiva. Non potremmo comprendere la battaglia di Lepanto e le sue conseguenze politiche ed economiche senza riferirci alle tecniche di ingegneria navale in uso presso l’Arsenale. Si tratta infatti di un luogo in cui la tecnica è stata nei secoli in grado di fondersi con la politica, di farsi politica e strategia commerciale. Un luogo in cui una classe dirigente si è riconosciuta nella tecnica e ad essa ha affidato i propri destini politici ed economici. Un vero politecnico quindi. Io scommetterei su questo pour épater les chinois.

  14. marco dicono:

    Fabrizio condivido con te l’importanza simbolica dell’Arsenale ma non si può non tenere in considerazione del fatto che per trent’anni non si è riusciti ad organizzare un progetto credibile di rilancio se non il restauro della struttura. Mi sembra difficilmente sostenibile in un contesto come Shanghai 2010 dove devono essere presentate delle “buone pratiche” nella gestione degli spazi urbani.

    Penso che proprio nei confronti della Cina potrebbe essere più interessante ragionare nell’ottica di Venezia intesa come regione Veneto. Seguendo questa linea oltre al MOSE suggerito da Stefano potremmo portare una pacchetto di iniziative più interessante:
    – infrastrutture (MOSE+Passante+Ospedale)
    – nuova imprenditorialità il sistema degli Incubatori: Vega + Giudecca
    – economia della conoscenza: Venice International University + Università di Padova

    Marco

  15. Giancarlo dicono:

    Non vorrei che la contrapposizone Mose-Arsenale diventasse ideologica. Per quanto riguarda il Mose, sulla cui realizzazione, personalmente, sono sempre stato d’accordo, non possiamo però non vedere come si tratti di un progetto che con il sistema locale (economico, sociale, culturale) non sembra avere alcun rapporto: non vedo all’orizzonte alcun cluster delle tecnologie di difesa idraulica! Solo in questo caso la proposta per Shanghai potrebbe avere senso. Perché non si aiuta questo cluster a nascere nelle strutture dell’Arsenale?

  16. Stefano dicono:

    Concordo sul punto. Mi pare che sia questa la ragione per puntare a “decomporre” la tecnologia: per potersene appropriare in senso sociale e economico. Se il progetto tecnologico rimane un monolite nero da adorare o temere non si va molto lontano. Il processo di attribuzione di senso alla complessità tecnologica, almeno dalle nostre parti, coincide con forme nuove nuove di divisione del lavoro e con dinamiche imprenditoriali che presuppongono processi più trasparenti di quelli attuati finora.
    Per invertire la rotta, a Shanghai dobbiamo portare il Mose e il distretto dei servizi ambientali che servirà a manutenerlo nel tempo.
    s.

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