I nuovi confini del distretto

La scorsa settimana è stato presentato il 23° Rapporto Osem, l’Osservatorio sul Distretto della Calzatura Sportiva di Montebelluna. Si tratta di un appuntamento importante per capire, dalla voce diretta delle imprese e delle istituzioni economiche locali, cosa sta succedendo in un sistema produttivo che viene riconosciuto come un laboratorio dei cambiamenti in atto nella formula distrettuale. Che cosa emerge dal Rapporto Osem? Il giudizio finale sulla situazione economica del distretto è positivo, ma con qualche cautela, resa per lo più necessaria dalla scarsa coerenza di alcuni dati. Infatti, mentre si segnala la continua perdita di occupazione nell’industria della calzatura sportiva e nei settori collegati, si evidenzia che il tasso di disoccupazione dell’area continua a calare. Oppure, mentre si osserva che il numero di imprese si riduce e che la delocalizazzione non accenna a rientrare, il fatturato industriale continua invece a crescere, e aumenta anche la propensione all’export. E, ancora, nonostante le buone performance delle imprese leader del distretto, si denuncia l’affievolirsi della loro attenzione verso l’istituzione cardine del distretto, rappresentata dal Museo dello Scarpone. Insomma, un quadro di luci e ombre che rende difficile mettere a fuoco la realtà del distretto.
Tuttavia, sfogliando il Rapporto Osem viene da chiedersi se non sia arrivato il momento di rimettere a punto anche gli stessi strumenti di analisi dell’economia distrettuale. Continuare a guardare al distretto attraverso le imprese direttamente collegate all’industria dello sport system è sempre meno adeguato. Infatti, le funzioni più evolute delle catene del valore distrettuale rientrano a fatica nelle categorie merceologiche tradizionali: pensiamo alla finanza, al design e alla progettazione che si sviluppa in studi professionali e attività imprenditoriali autonome, oppure alla logistica dedicata, ai servizi per l’internazionalizzazione, alla comunicazione, al marketing. Non mancano nel rapporto Osem elementi di consapevolezza su tale problema. Tuttavia, non si vede un tentativo teorico e metodologico conseguente. Un limite analogo si incontra nell’analisi dell’apertura internazionale del sistema produttivo locale. Tale apertura ha certamente causato condizioni di sofferenza nell’occupazione manifatturiera e nelle imprese di fornitura, ma ha allargato i confini produttivi del distretto, creando di fatto reddito aggiuntivo all’estero che, in buona misura, viene reinvestito e consumato sul territorio. Sarebbe perciò interessante analizzare – attraverso metodologie oramai consolidate in letteratura – come il valore aggiunto creato dalle imprese leader del distretto si distribuisce nelle catene globali del valore, misurando perciò anche il ritorno locale della delocalizzazione.
In conclusione, il cambiamento dei confini funzionali e spaziali del distretto dovrebbe portare anche un adeguamento dei suoi confini istituzionali, a partire dalle istituzioni scientifiche che possono aiutare a mettere meglio a fuoco i processi evolutivi del sistema produttivo. Anche in questo si dovrebbe misurare la volontà di chi crede, davvero, al futuro del distretto.

Giancarlo

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4 Responses to I nuovi confini del distretto

  1. Alessandro Minello dicono:

    Il post di Giancarlo mette bene in luce due aspetti chiave: da un lato le trasformazioni di un distretto vieppiù cosmopolita come quello di Montebelluna e dall’altro le difficoltà di interpretazione di tali trasformazioni secondo i tradizionali schemi e strumenti di analisi. Sotto il primo aspetto il distretto, come noto, da sempre emblema di cambiamento, di evoluzione, vede oggi allungarsi sempre più la propria catena del valore, soprattutto per opera delle imprese leader, che continuano ad essere tali grazie alla loro capacità di governo di una catena di produzione frammentata a livello globale. Ciò che cambia radicalmente è invece l’altra faccia del distretto, quella delle imprese di fornitura, in cerca di una nuova identità dopo che per anni hanno vissuto in simbiosi con in big player locali. Ma soprattutto ciò che emerge è il ruolo crescente di quelle attività terziarie un tempo ritenute accessorie, secondarie e che invece oggi contribuiscono in misura determinante alla competitività del distretto. In questo quadro al calo dell’occupazione industriale si contrappone l’incremento di quella nei servizi a maggiore valore aggiunto. E’ il distretto che cambia volto ancora una volta, solo che ora il mutamento più rilevante è di natura organizzativa e culturale: il processo di frammentazione internazionale della produzione ridisegna ogni confine, geografico, funzionale, tecnologico, relazionale, di utilizzo del capitale umano, all’interno di un distretto il cui territorio si sta riorganizzando per trovare prima ed alimentare poi nuovi fattori di competitività. All’antico legame tra l’impresa leader ed il terzista (sopratutto di “capacità”) si va sostituendo un network più complesso che vede l’impresa leader dialogare con funzioni e servizi pregiati (design, informatica, finanza, logistica, ecc.) e ciò contribuisce a sviluppare nuove competenze e quindi redditi, valori. Ma, e veniamo al secondo aspetto rilevante, come possiamo interpretare tutto ciò. L’export non è più un indicatore di specializzazione settoriale: nel passato si esportava ciò che si produceva ora si esporta ciò che si “pensa” e che si realizza altrove. Quindi più che l’export semmai dovremmo guardare all’import quale indicatore chiave, nella misura però in cui questo esprime la capacità di governo della catena del valore piuttosto che rappresentare l’indicatore di un deficit di competitività del nostro sistema economico. Non mi addentro oltre su questo tema, su cui per altro con Giancarlo e Mario nell’ambito del CEG a Treviso stiamo lavorando e indagando nuovi spazi di ricerca e di analisi, ma per capire bene la difficoltà insita nella misurazione dei contributi al valore finale dei prodotti rinvio al più volte citato esempio della scomposizione della catena del valore internazionale dell’IPod. Ecco allora la necessità di un’analisi dei processi di frammentazione internazionale della produzione che contempli l’utilizzo di strumenti e metodi più adeguati. L’economia corre a velocità ben più elevata della nostra capacità di analisi, conoscere ed applicare strumenti idonei di analisi dei processi evolutivi aiuta non solo a capire tali trasformazioni ma soprattutto a favorire nuovi processi di governance. In questo senso non mi stupisco dell’apparente paradosso di un distretto che non si riconosce nel distretto in quanto istituzione, questo vale per molte istituzioni. Anche in un’ottica istituzionalista, l’apporto delle istituzioni allo sviluppo è mutevole nel tempo, nella forza e nel contenuto e questo tanto più allorché i processi di apertura internazionale consentono di acquisire competenze e professionalità nuove in ambienti vieppiù differenti e lontani. C’è stato chi ha detto, con riferimento all’impresa, che la leva principale dello sviluppo è il cambiamento: oggi questo, evidentemente, vale ancora di più per le istituzioni.
    Alessandro Minello

  2. Valentina dicono:

    I cambiamenti citati da Giancarlo, che caratterizzano il distretto di Montebelluna ma non solo, necessitano sicuramente di un adattamento dei metodi di analisi per riuscire a mettere a fuoco e, perchè no, sostenere e incoraggiare la nuova realtà del distretto, fatta di aziende leader che gestiscono catena del valore globali.

    Proprio questo concetto della catena del valore globale risulta secondo me il più adatto per compredere fenomeni che sembrerebbero altrimenti sfuggenti o non collegati. Le GVC aggiungono agli strumenti tradizionali di analisi dei distretti, infatti, due livelli in più. Da un lato, basandosi sulla frammentazioni in fase produttive, permettono un analisi dei processi che avvengono anche al di fuori dei confini distrettuali ma che sono parte integrante del processo che porta alla realizzazione del prodotto stesso, dall’altro comprendono fasi terziarie o di supporto, come il desing, i servizi bancari o di logistica,…., che, come nel caso di Montebelluna, influiscono fortemente sul successo di prodotti e aziende.

    Le teorie tuttavia non sono niente se non si riesce ad applicarle concretamente per leggere la realtà. Il centro di ricerca CGGC presso la Duke University ha realizzato recentemente un progetto che può esserci ad esempio per inventare un nuovo modo di leggere e capire le nuove caratteristiche dei distretti più innovativi attraverso le lenti delle catene del valore globale. Per ognuno dei settori rilevanti nello Stato dove questo centro di ricerca opera, è stata individuata infatti la catena del valore a partire dalle materie prime per arrivare al prodotto finito: nel sito web del CGGC è possibile visualizzare ognuna di queste fasi, produttive ma non solo, apprezzando, allo stesso tempo, quante aziende sono specializzate in quella fase nello stato e qual’è il loro apporto complessivo all’economia nazionale.

    Come può essere applicato questo esempio al caso distrettuale italiano? Prima di tutto è utile capire chi fa cosa all’interno del distretto, individuando le catene del valore in cui sono inserite le aziende produttive distrettuali. Anche la tecnologia può venire in aiuto alle esigenze della “teoria”, permettendo una migliore visualizzazione delle dimensioni di ogni singola fase della catena del valore, come è stato fatto nel sito sopra citato, attraverso la tecnologia di google earth.

    Un secondo passaggio potrebbe essere quello di capire come si è evoluta la numerosità delle imprese nel distretto nel tempo. Giancarlo citava prima la recente riduzione del numero delle imprese nel distretto di Montebelluna nell’industria della calzatura sportiva. Anche qui le nuove applicazioni in pieno stile web 2.0 possono valorizzare la ricerca; con la tecnologia di Google Earth si potrebbero visualizzare come è cambiata nel tempo la composizione delle aziende, permettendo così di verificare a colpo d’occhio se un settore sia diminuito a favore di altri o meno (questo è un esempio di come possono essere visualizzati i cambiamenti nel tempo).

    Il terzo passaggio, infine, è quello di capire come si sta evolvendo il distretto nel mercato globale, sempre in un ottica di Global Value Chain. A questo fine, l’import e l’export in cui è coinvolto un distretto, così come il suo grado di delocalizzazione, sono sicuramente buoni indicatori di come un sistema produttivo è in grado di uscire dai suoi confini istituzionali entrando nel mercato globale. Anche qui, vedo utile l’utilizzo di questa tecnologia per visualizzare una mappa del commercio globale, inteso sia come semplice scambio di merci che come più complesso insieme di rapporti di produzione tra stati diversi. L’esempio sul commercio della america latina, ci fornisce un esempio lampante ed entusiasmante di come, ancora una volta, questa tecnologia possa venire a sostegno della ricerca.

    Perchè non solo è necessario individuare nuovi modi per analizzare e comprendere i processi di trasformazione che coinvolgono i distretti ma anche è importante renderli comprensibili e comunicabili.

  3. Lorenzo G. dicono:

    Il fatto che le imprese più dinamiche sentano quasi l’esigenza di “staccarsi” dall’orizzonte istituzionale locale del distretto è un fenomeno comune anche ad altri distretti. Le nuove generazioni di imprenditori non sentono il legame con il territorio che avevano i loro padri e cercano spesso nuovi stimoli ed opportunità di business altrove.
    Una media impresa brentana mi spiegava durante un’intervista come i suoi interessi sono ormai più simili a quelli delle imprese che può incontrare in Confindustria Veeneto piuttosto che a quelli delle altre imprese dell’associazione locale dei calzaturieri.
    E’ un fatto quasi fisiologico che l’eterogeneità crescente all’interno dei distretti porti a identificarsi in istituzioni diverse.
    Ritenete che le istituzioni distrettuali possano rappresentare al loro interno questa eterogeneità o pensate che le imprese leader accentueranno progressivamente il loro distacco?
    P.S. Grazie Valentina per le interessanti notizie sull’utilizzo di software geografici e GVC. Era una idea che anche a me era venuta in testa e scopro con piacere che a Duke hanno già iniziato a realizzarla.

  4. Giancarlo dicono:

    Le osservazioni di Alessandro, Valentina e Lorenzo confermano che teorie e strumenti di analisi dell’economia distrettuale stanno cambiando. Ciò avviene sia perché chi studia i distretti (anche a fini di policy) si rende conto dell’inadeguatezza dei vecchi strumenti concettuali e metodologici nel dare conto delle trasformazioni economiche in atto, sia perché nel frattempo sono emersi nuovi e utili contributi teorici, fra cui certamente il modello GVC. L’interrogativo è se, e in quale misura, cè consapevolezza di queste innovazioni nelle “istituzioni distrettuali”. Il pericolo di un progressivo disallineamento fra dinamiche dell’economia reale e capacità di osservare tali dinamiche non è tanto fare analisi inadeguate, ma condurre a politiche sbagliate.

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